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As Long As You Love Me

Ultimi aggiornamenti. Oggi 3 Ottobre 2009.


As Long As You Love Me

Autore: FrickSana
Protagonisti: Brian&Summer
Genere: Romantica
La storia e' completa?: Capitolo scritti fino a questo momento: 19
Trama: Due migliori amici: Brian e Summer... Un'amicizia la loro, iniziata in modo casuale, ma portata avanti con la voglia di stare sempre insieme, di parlarsi, di confidarsi, di capirsi con un solo sguardo... Un sentimento il loro, che li vedra' crescere giorno dopo giorno e che li fara' scoprire piu' vicini di quanto avrebbero mai creduto... Un rapporto intenso, radicato fino in fondo ai loro cuori, un destino che li porta a separarsi e a vivere in due mondi vicini, ma paralleli allo stesso tempo.

As Long As You Love Me

(Type a title for your page here) SERIE 1) There'll Come A Day When You Walk Out My Dreams

Vai Al Capitolo: [ 1 ] [ 2 ] [ 3 ] [ 4 ] [ 5 ] [ 6 ] [ 7 ] [ 8 ] [ 9 ] [ 10 ] [ 11 ] [ 12 ] [ 13 ] [ 14 ] [ 15 ] [ 16 ] [ 17 ] [ 18 ] [ 19 ] [ 20 ] [ 21 ]



Prologo
L'atmosfera all'interno della classe era tranquilla, gli studenti sembravano porre attenzione alla lezione e a ciò che la professoressa stava spiegando, solo due ragazzi sembravano essere in tutt'altro mondo.
- Summer, ma hai visto come si è vestita oggi la prof?- commentava lui, mentre tentava di trattenersi dal ridere, anche la ragazza stava per scoppiare in una fragorosa risata, ma si mise le mani davanti alla bocca, cercò di nascondersi bene dietro alla compagna che era davanti a lei, e;
- Dai Bri, non fare il cattivo! Povera prof, chissà quanto tempo ci mette la mattina per rendersi presentabile!-
- E tu vieni a dire a me che sono cattivo? Lo sarò anche, ma tu sei più "perfida" di me...-
Entrambi cercavano di trattenere le risate, ma per loro ormai, era divenuta un impresa quasi impossibile.
La professoressa, una donna, abbastanza avanti con l'età, sulla sessantina, capelli quasi bianchi raccolti in cima alla testa da una crocchia, tailleur nero, camicetta a fiorellini, abbassò la testa di qualche grado, puntando gli occhi verso l'ultimo banco dove i due ragazzi continuavano a ridere senza riuscire a smetterla.
La donna si incamminò verso di loro, si tolse gli occhiali facendoli cadere sul suo petto, una volta che fu vicina al loro banco, si puntò sul posto, braccia incrociate, sopracciglia incurvate, mentre il piede destro batteva sul pavimento, in attesa che i due ragazzi si accorgessero della sua presenza.
Ad un certo punto Brian smise di ridere, Summer vedendo il repentino cambiamento dell'amico non riuscì a capire e...
- Ehi Bri, che cosa ti è successo? Perché hai smesso di rid...- la ragazza non riuscì a terminare la frase che venne raggiunta da una gomitata.
- Ahi! Bri, ma che cos...- non ebbe il tempo di terminare la frase. Impegnata com'era a cercare di capire che cosa stava tentando di dirgli Brian con gli occhi. Alla fine si voltò e per entrambi, in un battibaleno, la situazione fu chiara.
La professoressa, vedendo che aveva entrambi gli occhi dei ragazzi su di lei, iniziò a parlare;
- Potete essere così cortesi da dire a tutti i vostri compagni perché ve la stavate ridendo così di gusto? Per caso la lezione non era di vostro gradimento?-
- No, professoressa...è solo che...- Summer cercava di trovare una spiegazione, ma non riusciva ad inventarsi niente sul momento, sperava sempre che Brian giungesse in suo soccorso ed infatti;
- Non è come pensa, abbiamo seguito la lezione, ci siamo "distratti" solo negli ultimi cinque minuti...-
- Bene, allora se è così, non avete niente in contrario se vi faccio una piccola interrogazione?-
I ragazzi si guardarono negli occhi, ormai "spaventati", la situazione invece di migliorare stava andando peggiorando a vista d'occhio, senza che loro se ne rendessero conto.
La professoressa con passi orgogliosi, si diresse di nuovo verso la cattedra, aprì il registro e;
- Bene, venga alla lavagna Brian Thomas Littrell...-
Il ragazzo ci mise qualche istante prima di alzarsi, guardò l'amica e;
- E adesso come faccio? Non posso permettermi di prendere un'altra insufficienza...-
La ragazza non ebbe il tempo di rispondere che il tono di voce squillante della donna giunse di nuovo all'interno della classe.
- Cos'è non ha sentito quello ciò che ho detto? Venga alla lavagna!-
Brian si alzò, i suoi passi erano titubanti e lenti nella speranza che quell'interminabile ora trovasse la fine con il suono della campanella, ma ogni sua speranza svanì quando ormai era vicino alla lavagna, gli occhi della professoressa erano su di lui e non sembravano promettere niente di buono.
- Bene, se come dice lei ha seguito la lezione, dovrebbe sapermi dire che cosa sono i logaritmi...-
Brian inghiottì un po' di saliva, poi cercò di guardarsi intorno alla ricerca di qualche suggerimento, guardava Summer e la vedeva intenta a cercare la definizione, ma la professoressa si fece incalzante e;
- Allora? Dovrebbe saperla, ho detto la definizione cinque minuti fa, lei ha asserito di aver seguito la lezione quindi dica...-
La professoressa si mise in attesa, prese la penna in mano, con il dito della mano destra cercò la riga del nome del ragazzo, pronta a scrivere.
Brian si sentiva ormai in trappola, non c'era nessun metodo per poter scappare da quell'insufficienza, ma provò lo stesso a parlare...
- I logaritmi...sono...- si guardava di nuovo intorno, vedeva che Summer gli stava suggerendo qualcosa, ma per lui era quasi impossibile leggere il suo labiale, era troppo lontana, ma la donna si rese conto di ciò che stava accadendo e;
- Signorina Summer, non suggerisca, tanto non servirà a salvarlo dalla sua insufficienza...- portò di nuovo gli occhi sul ragazzo e...
- Vada pure a posto, per questa mattina si prende solo una nota negativa, ma la prossima volta, non sarò così clemente...-
Brian non poté ribattere niente, a passi lenti e con la testa bassa fece ritorno al suo banco, appena il tempo di mettersi seduto per sentire il suono della campanella segno che la fine dell'ora era giunta.
La voce della donna tornò a farsi sentire, chiara ed autoritaria;
- Bene ragazzi, per domani studiate fino a pagina 100!!!- successivamente chiuse il registro, prese il suo cappotto e uscì dalla classe.
Brian al suo banco...
- Ma perché la campanella non ha suonato prima?- il ragazzo era visibilmente scocciato per quella nota negativa, Summer lo aveva capito e cercò nel suo piccolo di ridimensionare la situazione.
- Dai Bri, ti prepari bene per la prossima interrogazione, prendi una bella A e quella nota negativa scompare dal registro...-
- Certo Summer, tu la fai facile, non hai preso la nota negativa e se i miei genitori lo vengono scoprire come lo giustifico? Fosse la prima non me ne fregherebbe niente, però sarà la quarta o la quinta, non ho detto nulla a casa, ma non so ancora per quanto possa continuare questa situazione, sicuramente prima o poi verrò sgamato e allora sì che saranno guai...-
§*§*§
Casa Littrell...
Suono del telefono, una signora dai capelli biondo scuro, raccolti da una coda di cavallo, si stava dirigendo verso quest'ultimo, prese il cordless in mano, rispose e;
- Pronto?-
- Parlo con la famiglia Littrell?-
- Sì...- rispose la signora, mentre un leggero velo di preoccupazione si fece presente nella sua voce.
- Sono la professoressa Mackay, le telefono per parlarle riguardo al rendimento di suo figlio...-
La donna iniziò a preoccuparsi seriamente, che cosa stava combinando suo figlio? Vedeva che studiava, che si dava da fare e poi sentendo quello che lui stesso gli riferiva aveva anche dei voti abbastanza sufficienti.
- Ma mio figlio, ha un rendimento sufficiente, non capisco il motivo di questa sua telefonata...-
- Signora, mi spiace contraddirla, ma non è affatto così...-
- Che cosa intende dire?-
- Intendo dire che in molte materie è insufficiente, non si applica e durante le lezioni è perennemente disattento insieme alla sua compagna di banco: Summer Maclaine...-
La donna non riusciva a credere alle sue orecchie, si dovette mettere seduta per non rischiare che le gambe gli perdessero l'equilibrio, avrebbe desiderato sentire male, avrebbe voluto che la professoressa, dall'altra parte del telefono, avesse sbagliato studente, ma non era così, come aveva fatto a non vedere? Come? Lei si fidava ciecamente di ciò che suo figlio, tornando da scuola, gli diceva e invece, solo adesso si rendeva conto, che non avrebbe dovuto dar ascolto alle sue parole.
- Ma è sicura di quello che mi sta dicendo?-
- Mi spiace signora, ma al momento attuale, questa è la situazione scolastica di suo figlio. La avverto, rischia di mandare a monte tutto; l'anno e anche il diploma. Guardi proprio questa mattina in matematica ha preso una nota d'insufficienza...-
La signora non sapeva più che cosa dire e arrivata a quel punto, non gli rimase altro che salutare la professoressa...
- La ringrazio signora Mackay, è stata molto gentile ad informarmi...-
- E' il mio dovere, arrivederci signora Littrell...-
- Arrivederci!- disse infine la madre di Brian posando il cordless sull'apposito supporto.

CAPITOLO 1

Two Friends Inseparable...
Ore 14:00
Brian sorpassò la soglia del portone d'ingresso, posò le chiavi su un piccolo mobile alla sua destra, si tolse il giaccone che pose sull'attaccapanni, riprese lo zaino che provvisoriamente aveva posato per terra, stava per dirigersi nella sua stanza, come gli era consueto fare tutti i giorni, quando la voce della madre arrivò chiara alle sue orecchie...
- BBBRRRIIIAAANNN!!!- il ragazzo percepì immediatamente che c'era qualcosa che non andava, non sapeva che cosa, ma già immaginava il "peggio". Con passi lenti e in alcuni tratti, anche titubanti, si diresse verso il salotto. Sua madre era tranquillamente seduta sul divano, il suo sguardo sembrava parlare per lei, ma cercò comunque di non far capire troppe cose al figlio e cominciò a parlargli in maniera "tranquilla", prendendo il discorso alla larga.
- Com'è andata oggi a scuola?-
Brian iniziò ad avere qualche dubbio, da come la donna gli aveva posto la domanda, sentiva che c'era qualcosa sotto, ma voleva vedere positivo e pensò solamente che fosse una domanda che era lecita fare da parte di una madre.
- Bene mamma, come vuoi che sia andata?-
- Bhè...non lo so, è per questo che lo chiedo a te...-
- Te lo detto, mamma, va tutto bene...-
Brian si era già voltato verso le scale, convinto che le domande della madre fossero terminate, stava iniziando a camminare, quando i suoi passi vennero bloccati in aria, da un ennesimo quesito da parte della donna, forse il peggiore, Nella testa del ragazzo scattò un sonoro "campanello d'allarme". Che sapesse?
- Ne se proprio sicuro Brian?-
Il ragazzo ci mise qualche istante a voltarsi, ma alla fine si girò incontrando gli occhi azzurri della madre uguali ai suoi e un po' titubante tentò di farsi indagatore.
- Come mai mi fai questa domanda?-
- Così, non vorrei che tu mi raccontassi qualche bugia...- la madre persisteva nel guardarlo dritto negli occhi, mentre il ragazzo sentiva che l'acqua gli stava arrivando alla gola e non aveva a disposizione nessun salvagente che lo potesse salvare.
- Ma mamma, perché metti in dubbio la mia parola, ti sei sempre fidata di me...-
- Appunto per questo!-
Il ragazzo scosse la testa, non riusciva a capire.
- Che cosa vuoi dire?-
- Voglio dire che ho fatto male a fidarmi di te e di quello che mi raccontavi...-
Da parte del ragazzo il silenzio più assoluto, era nella situazione più "difficile" della sua vita, inghiottiva groppi di saliva in continuazione, l'acqua lo stava coprendo senza che lui se ne rendesse conto, la madre non gli dette il tempo di rispondere e continuo il suo discorso...
- ...Non è vero che vai bene a scuola, la signora Mackay mi ha telefonato proprio questa mattina e mi ha detto che la tua situazione non è certo delle più rosee, rischi di compromettere anche il tuo diploma, e tutto per colpa di Summer...-
- Adesso che cosa c'entra Summer?-
- Durante le lezioni, tu e lei non fate altro che divertirvi, ridere, scherzare, insomma fate tutto, tranne quello che dovreste fare, cioè seguire la lezione, prendere appunti, se necessario, e studiare, ma no, invece di chinare la tua testa su un libro, il pomeriggio esci con lei burlandomi sul fatto che hai studiato ed invece...-
- Mamma, non è come credi, non è vero che non studio e poi non dare la colpa a Summer, perché lei non c'entra niente...-
- Non m'interessa se lei c'entra o meno, adesso DEVI assolutamente pensare a recuperare la tua situazione scolastica, quindi fino alla fine dell'anno, ti vieterò di uscire con lei, passerai i tuoi pomeriggi in camera fino a che i professori, e NON TU, non mi diranno che la tua situazione è migliorata, sono stata chiara?-
- Ma mamma, non è giusto, io...-
Jackie non voleva assolutamente sentir uscire dalla bocca del figlio nessuna giustificazione;
- BRIAN THOMAS LITTRELL, SONO STATA CHIARA???-
Brian non aveva nessun'altra via d'uscita se non dire;
- Sì, mamma...- disse il ragazzo fortemente rattristato e con lo sguardo rivolto verso il pavimento.
- Bene, adesso vai a lavarti le mani, poi scendi che pranziamo...-
- Ok mamma...- disse Brian che con fatica prese il suo zaino che con altrettanto sforzo, trascinava su per le scale. Una volta giunto nella sua stanza, si mise seduto per qualche istante sul letto, il suo volto continuava a restare basso, sentiva che doveva parlare con qualcuno, quel qualcuno era la sua migliore amica. Prese il telefono che era nella sua stanza, compose il numero della ragazza, dall'altra parte sentiva libero, ma continuava a non rispondergli nessuno...
- E dai rispondi!!!-
-...........- Ma dall'altra parte continuava ad esserci silenzio più assoluto...
- Possibile che nessuno in famiglia senta il telefono?- si chiedeva a voce alta, mentre continuava a tenere stretta la cornetta tra le sue mani...
- BRIAN SCENDI!!! IL PRANZO E' PRONTO!!!- la voce della madre arrivava chiara alle sue orecchie, il ragazzo sbuffò e tenendo sempre la cornetta attaccata all'orecchio...
- MAMMA, ARRIVO SUBITO!!!-
Continuava a sperare che qualcuno gli rispondesse, ma dall'altra parte della cornetta c'era solo e soltanto silenzio, ormai scoraggiato dal fatto che nessuno gli avrebbe risposto da lì a pochi istanti, ripose la cornetta, si alzò dal letto, si lavò le mani, come gli aveva raccomandato la mamma, e scese giù in cucina...
§*§*§
La mattina dopo...
A scuola...
Il ragazzo fece il suo ingresso in classe e con sua sorpresa vide che la disposizione dei banchi era stata cambiata per quanto riguardava lui e Summer. Per qualche secondo rimase sconcertato rimanendo fermo sulla soglia della porta, poi quando sentì la voce della professoressa di letteratura inglese...
- Cos'è vuole passare tutta la mattina sulla soglia della porta?- a quel punto Brian sembrò destarsi, si diresse verso il suo banco mentre continuava a guardare Summer e Summer continuava a guardare Brian, impotenti di fronte alla decisione di coloro che erano più grandi di loro...
Adesso il suo nuovo compagno di banco era Jack il secchione, un ragazzo un po' più basso di lui, occhi castani, portava gli occhiali, durante le lezioni pretendeva il silenzio più assoluto, prendeva pagine e pagine di appunti, sembrava scrivesse ogni singola parola che usciva dalla bocca della professoressa...
Durante la lezione di letteratura a Summer venne consegnato un bigliettino piegato in sei parti, non appena giunse nelle sue mani, prima guardò Brian e poi lo aprì:
"Non avrei mai creduto che i prof. sarebbero arrivati fino a questo punto, non è giusto che ci abbiano separato. Ieri ti ho chiamata per raccontarti quello che è successo, ma non mi ha risposto nessuno.
Certo però che un compagno peggiore di Jack il secchione non mi poteva capitare!"
Da Summer a Brian:
"Mi spiace se non ti ho risposto, ma la professoressa Mackay ha chiamato anche mia madre per dirle che la mia situazione non è molto florida. Dice che in classe mi distraggo e non rendo quanto potrei dare. Ringrazia mia madre se ci hanno separato, è lei che ha avuto questa 'stupenda' idea, non sai quanto l'ho odiata quando me l'ha detto!"
Da Brian a Summer
"E io che ritenevo tua madre una donna intelligente, mi devo ricredere? Più o meno è quello che la signora Mackay ha detto anche a mia madre e per punizione mi ha vietato ogni tipo d'uscita con te, chiuso in camera tutti pomeriggi a studiare, fino a che non avrò recuperato! Poi ne parliamo durante la ricreazione, non voglio rischiare di prendere un'altra nota d'insufficienza"
§*§*§
Campanella delle 13:30, i ragazzi urlanti, stavano uscendo dalla scuola, alcuni camminavano tranquillamente insieme al loro amico del cuore, altri avevano formato piccoli gruppi di ragazzi che stavano parlando all'esterno del portone, altri ancora stavano correndo incontro ai propri genitori che li stavano attendendo a "braccia aperte"...
Tra quei ragazzi c'erano pure Brian e Summer, stavano ridendo e scherzando come era loro solito fare, quando scendendo l'ultimo scalino delle dodici scale, che dividevano l'esterno con l'interno, Brian alzando lo sguardo vide qualcuno che conosceva bene, i suoi occhi si sgranarono e...
- Mamma? Ma che cosa ci fa mia madre fuori dalla scuola?-
- Sarà venuta a prenderti...- concluse semplicemente Summer
- Ma che cosa dici? Lei non è mai venuta a prendermi, mai, neppure il primo giorno di scuola...-
- Ok, ma c'è sempre una prima volta...-
- Sì, ma la sua presenza non mi convince molto...-
I passi di Brian lo portarono lentamente di fronte a sua madre e...
- Mamma, come mai sei qua?-
- Cos'è, adesso non posso venire a prendere mio figlio a scuola?-
- No, è solo che sono sorpreso tutto qua!-
La madre spostò lo sguardo sulla ragazza che era al fianco del figlio e...
- Ciao Summer!- la salutò in modo freddo, in una freddezza che non era mai stata presente nella voce della donna...
- Buongiorno Jackie!-
Riportò la sua attenzione sul figlio e quasi con la fretta nella voce disse...
- Brian, dobbiamo andare...-
Brian annuì con la testa, salutò l'amica con ancora mille dubbi nella testa e negli occhi e salì in auto con la madre...
§*§*§
Durante il viaggio in macchina, tra il figlio e la madre, il silenzio più assoluto, rotto ad un certo punto dalla frenata di Jackie, arrivata di fronte al semaforo rosso...
- Sono venuta a parlare con i tuoi professori per sapere bene come va la tua situazione scolastica...-
Brian che era seduto sul sedile vicino a quella della madre, iniziò a sudare freddo, inghiottì un po' di saliva, poi portò il suo sguardo sulla donna e...
- E quindi? Cosa stai cercando di dirmi?-
- Più che altro voglio sapere perché non stai mai attento alle lezioni? Voglio sapere perché non fai altro che parlare e scherzare con Summer? Perché non studi come dovresti? Perché stai cercando di buttare quest'anno scolastico al vento? Cos'è non ti vuoi diplomare?-
Brian aggrottò le ciglia e...
- Mamma, che cosa stai dicendo? Ok ho preso qualche insufficienza, mi sono forse distratto un po', ma da qua a dire che voglio gettare al vento il mio diploma ce ne passa e poi non capisco perché ce l'hai così tanto con Summer? Posso sapere che cosa ti ha fatto?-
- A me niente, ma questa ragazza ti sta portando sulla strada della bocciatura, forse tu non te ne rendi conto, ma anche i professori mi hanno detto che è meglio se...-
Brian interruppe la madre e...
- Non m'interessa che cosa ti hanno detto i professori, il loro dovere è quello di dover dare un voto in base a un interrogazione o a un compito, non devono valutare il rapporto tra due ragazzi che si conoscono fin da quando erano piccoli...-
- Al colloquio c'era anche la madre di Summer e quest'ultima era d'accordo con i professori, questo vostro rapporto vi sta distraendo troppo dai vostri impegni scolastici...-
- Ho notato, ci hanno già separato di banco...spero che almeno tu, non la pensi come lei? Non puoi pensare una cosa del genere, non puoi mamma...- Brian guardava dritta la madre negli occhi azzurri come i suoi, sembrava che il figlio avesse già capito la risposta, infatti stava già scuotendo la testa, prima ancora che la donna proferisse parola, ma trovò la sua certezza non appena disse...
- Mi spiace Brian, ma penso che i professori abbiano ragione, cerca di capire, non è per cattiveria che ti sto dicendo questo, te lo dico solo per il tuo bene...-
Brian continuava a scuotere la testa, non riusciva a credere a ciò che stava sentendo, gli sembrava una situazione troppo assurda...
- Ma quale bene? Ti pare giusto che venga diviso dalla mia migliore amica solo per un paio di insufficienze? A me sembra una grande cazzata...-
- BRIAN!!!- la madre lo riprese per la parolaccia che era appena uscita dalla sua bocca...
- Scusa mamma, ma sei tu che me l'hai tirata fuori dalla bocca, io non accetterò mai di stare diviso da lei...-
- Brian, perché vuoi farmi fare il ruolo della madre cattiva?-
- E tu perché vuoi farmi fare il ruolo del figlio indisponente?-
- Brian cerca di...-
Brian non voleva più stare a sentire le parole della madre, ne aveva abbastanza, le sue orecchie avevano sentito fin troppo, aprì la portiera dell'auto che era ancora ferma davanti al semaforo rosso e scese da quest'ultima, la madre cercò di richiamarlo all'ordine...
- BRIAN TORNA DENTRO! NON ABBIAMO ANCORA FINITO DI PARLARE!-
- Mamma, penso che ci siamo già detti tutto...-
- NON CHIUDERE LA PORT...- la madre non fece in tempo a terminare la frase che Brian aveva già chiuso la portiera, mettendosi lo zaino sulle spalle...
Nel frattempo il semaforo era divenuto verde e le auto che erano dietro, iniziavano a mostrare una certa impazienza, iniziarono a suonare il clacson senza più fermarsi, a quel punto Jackie non aveva scelta, doveva mettere in moto e partire e infatti così fece, giungendo alla conclusione che al figlio avrebbe fatto bene stare un po' da solo...
§*§*§
Il ragazzo stava camminando da circa un paio di minuti, sapeva benissimo dove stava andando, guardò il suo orologio al polso: segnava le 14:00 e era a conoscenza che Summer, a quell'ora del pomeriggio, passava sempre da casa di sua nonna...
La nonna, era una donna di 90 anni, che nonostante la sua "veneranda" età se la cavava ancora abbastanza bene. Dopo la morte di suo marito non aveva mai voluto lasciare la casa coniugale, nonostante le varie insistenze della figlia (la madre di Summer) che si preoccupava per la donna, nel saperla da sola con tutti i vari pericoli della casa, ma la nonna si era dimostrata assolutamente decisa e di fronte a quella decisione, la madre della ragazza fu costretta ad arrendersi, e proprio Summer prese la decisione di passare da lei, ogni singolo giorno, dopo l'uscita da scuola, per assicurarsi che non le mancasse niente e che stesse bene...
Summer stava uscendo dalla casa della nonna, quando sentì dei fischi giungere alle sue orecchie, si guardò intorno, ma non vide nessuno, un po' stranita, decise di non farci caso e di continuare per la sua strada, ma passarono altri 2 minuti e quei fischi tornarono a farsi presenti alle sue orecchie, si fermò di botto, continuò a guardarsi intorno, ma non riusciva a vedere niente e nessuno, ad un certo punto, sentì mettersi una mano sulla spalla, presa dallo spavento di chi potesse essere, fece un sobbalzo facendo prendere un colpo anche al ragazzo che era dietro di lui, quando si rese conto che era una persona che conosceva benissimo...
- Brian, dico ma sei impazzito? Cos'è vuoi farmi prendere un infarto?-
- Scusami Summer, non volevo farti spaventare, ti ho fischiato, ma non mi vedevi...-
- Eh...tu sei completamente pazzo!- disse infine la ragazza con la mano destra posata sul suo petto, proprio sul punto del cuore, fece un respiro profondo, si riprese dallo spavento e...
- Ma tu che cosa ci fai da queste parti? Non eri con tua madre?-
- Sì, ero con lei, solo che mi ha fatto saltare i nervi, allora sono sceso dall'auto e sono venuto a cercarti...-
Summer aggrottò le ciglia, non riusciva a capire, vedeva il suo amico un po' stranito e...
- Dai mettiamoci seduti là, così mi racconti quello che è successo...- disse la ragazza indicando un posto all'ombra, sotto un gigantesco e maestoso albero verde...
Si misero seduti vicino e Brian iniziò a raccontarle ciò che la madre gli aveva riferito, Summer come lui rimase sconcertata, non riusciva a credere a ciò che aveva appena finito di sentire...
- Sapevo di avere una madre che non capisce le mie esigenze di figlia, ma non credevo fino a questo punto!- Summer
- Ci conosciamo da una vita, come possono pensare che l'uno impedisca all'altro di diplomarsi?- Brian
- Non so come possono, ma fatto sta che lo pensano e adesso?-
- Adesso, continuiamo a vederci, anche senza il loro consenso...-
- E se ci scoprono?-
- Se ci scoprono non so che cosa faremmo, ma non voglio certo rinunciare a te, alla tua amicizia, per una stupida idea che si è messa in testa mia madre...-
Summer sorrise, era bellissimo sentire uscire quelle parole dalla bocca del suo migliore amico, gli aveva sempre voluto un bene dell'anima e in quel preciso istante, sentiva che gliene voleva il doppio...
D'istinto, senza rendersene conto, lo abbracciò, il ragazzo ricambiò quel gesto d'affetto, sentiva che non poteva vivere, non poteva trascorrere neppure una sola giornata senza la sua migliore amica, erano sempre stati inseparabili e non sarebbero certo state le madri a separarli. La loro amicizia andava al di là di una F a scuola, andava al di là di un no detto dalle loro rispettive madri, andava al di là del tempo, al di là dell'età...

CAPITOLO 2

Don't Wanna Lose You...
Il buio stava calando e stava prendendo sotto la sua "ala protettiva" tutta la città...
Il grande orologio del salotto di casa Littrell, segnava le 19:00 di una sera che sembrava essere diventata, tutta d'un tratto, interminabile...
Brian, dal primo pomeriggio in cui aveva avuto quella discussione con la madre, ancora non era rientrato e Jackie dalla preoccupazione e dalla paura che era nata nel suo cuore, camminava ininterrottamente lungo il corridoio di casa. L'ansia non ne voleva sapere di diminuire, nonostante cercasse lei stessa di convincersi che suo figlio stava bene e che non gli era successo niente...
Aveva passato tutto il restante giorno al telefono, aveva chiamato tutti i più cari e non, amici del figlio, ma da tutti riceveva sempre la stessa risposta...
- Mi spiace signora Littrell, Brian, non l'abbiamo ne visto ne sentito...-
Alla donna non restava che fare un bel respiro di rassegnazione e rispondere...
- Grazie lo stesso, ciao...-
Rimetteva il cordless sull'apposito supporto, riprendeva in mano la rubrica, cercava il prossimo nome e via di nuovo a comporre il numero, con la speranza nel cuore che quella fosse la volta buona per trovarlo...
Il grande orologio del salotto segnava le 19:10, e ormai l'ansia nel cuore di Jackie aveva raggiunto il limite più alto, stava iniziando a pensare al peggio, nonostante se lo fosse impedito per tutta l'intero pomeriggio...
Qualche istante dopo sentì giungere alle sue orecchie lo scatto della serratura del portone di casa, immediatamente si diresse verso quest'ultimo e quando vide che colui che stava rientrando era proprio suo figlio, tirò un immenso sospiro di sollievo e senza stare a pensarci su tanto, gli chiese d'istinto...
- Ma si può sapere dove diavolo sei stato fino a quest'ora? Ma lo sai che ore sono Brian? Se non mi sbaglio hai anche un orologio al polso, potevi guardarlo e pensare che qualcuno, poteva stare in pensiero...-
Le parole dalla bocca della donna uscivano come un fiume in piena, piene di "rabbia", il ragazzo si stava togliendo il giaccone, lo stava posando sull'attaccapanni facendo poco caso al fatto che la madre gli stava parlando...
- ..........- dalla bocca del ragazzo non usciva nessun tipo di parola che potesse assomigliare, anche solo lontanamente a una frase. Jackie a quel comportamento del figlio, si alterò maggiormente e...
- Potresti anche rispondere visto che sono stata in pena per te tutto il pomeriggio, si può sapere dove sei stato fino ad ora?-
Brian alzò gli occhi al cielo, non sopportava sua madre quando gli faceva il terzo grado...
- Sono stato in giro, non mi sono accorto del tempo che passava, ecco perché sono rientrato così tardi...-
Pensava e sperava che quella risposta alla madre bastasse per mettere fine a quella "ridicola discussione" (per lui) che era nata, ma la sua era solo un'illusione. Stava iniziando a salire il primo scalino che lo avrebbe condotto nella sua stanza, quando la voce della donna tornò a farsi presente alle sue orecchie...
- E tu pensi che io mi accontenti della banale giustificazione che mi hai dato? Con chi eri?-
Brian si voltò, guardò, con "aria di sfida" gli occhi blu della madre e...
- Mamma, ho 18 anni e penso di essermi guadagnato la mia privacy, quindi per favore basta con le domande, non ho intenzione di dirti più di quanto non ti abbia già detto, e adesso vorrei andarmene a letto, sono stanco e domani mattina ho una giornata abbastanza pesante a scuola...-
Brian tornò a voltarsi verso la scalinata, iniziò a salire uno scalino e poi un altro ancora, la figura del ragazzo stava scomparendo dalla vista della madre, quando dalla bocca di quest'ultima uscì un' affermazione...
- Eri con Summer, non è vero?- il ragazzo fermò la sua salita per un attimo, voleva rispondere alla madre, ma alla fine decise che era meglio lasciare perdere, altrimenti sarebbero entrati in un'altra discussione che non avrebbe avuto via d'uscita...
Jackie vedendo che il ragazzo continuava la sua salita, scosse la testa e decise di arrendersi, ma solo per quella sera...
§*§*§
Sorpassata la soglia della propria camera da letto, gettò lo zaino che era ancora sulle sue spalle, sulla sedia della scrivania, davanti a lui, si mise seduto sul letto, fece un bel respiro profondo, stava per stendersi su quest'ultimo quando sentì squillare il suo cellulare, un po' svogliatamente raggiunse lo zaino, vi frugò all'interno fino a trovarlo, rispose e...
- Ehy, Summer...-
- Ciao Bri...- la voce della ragazza non sembrava essere molto felice, anzi...tutt'altro...
- Ehy, come mai questa voce? Che cosa è successo?- chiese il ragazzo tornando a sedersi sul letto...
- Ho litigato furiosamente con mia madre, in parte perché sono rientrata tardi senza avvertila, in parte perché non vuole che abbia più nessun tipo di rapporto con te...-
- CHE COSSSAAAA??? Cos'è tua madre è impazzita tutta d'un colpo?-
- E' quello che mi sono chiesta anch'io quando me l'ha detto, ho provato a parlargli, a farla ragionare, ma sembra che a lei interessi solo la mia carriera scolastica, dice che devo avere un buon curriculum per essere ammessa ad Hardvard, devo pensare alla mia vita e alla mia carriera futura...-
- E questo che cosa vuol dire?- chiedeva Brian con l'ansia e la preoccupazione nella voce...
- Sinceramente non lo so che cosa voglia dire, non so che cosa accadrà a scuola, forse cambierò classe, o forse direttamente la struttura scolastica, non lo so...-
- NOOO!!! Summer non puoi permettere che questo accada...-
- Sto facendo di tutto per impedire tutto questo, ma mia madre sembra essere decisa e irremovibile...-
Brian scosse la testa e...
- Non posso credere che stia accadendo tutto questo, non può essere possibile...-
Ad interrompere la conversazione tra i due, arrivò qualcuno...
- Summer, con chi sei al telefono?...- la voce fuori campo della madre di Summer che aveva sentito benissimo la voce della figlia parlare con qualcuno al telefono...
Summer per sviare la madre...
- Sto parlando con Daisy, le stavo chiedendo delucidazioni riguardo ai compiti di letteratura inglese...-
- Ok, ma attacca subito, tra non molto andiamo a cena...-
- Ok, mamma, le dico l'ultima cosa e poi scendo...-
La madre della ragazza guardava gli occhi della figlia, si era fidata di ciò che quest'ultima gli aveva detto, ma dentro di lei continuava ad esserci qualcosa che non la convinceva, ma decise di lasciar correre e chiuse la porta della stanza...
Brian che aveva assistito a tutta la scena...
- Summer, perché ci dobbiamo nascondere come due ladri? Non è un reato essere amici per la pelle, cosa c'è di male nell'avere un amico a cui sei legato da fin quasi la nascita?-
- Niente, solo che per le madri è sempre più importante la carriera scolastica, vogliono sempre il meglio per i propri figli, ma non si rendono conto che lentamente poi li perderanno in maniera irreparabile, adesso ti devo lasciare altrimenti mia madre ritorna e non saprei che cosa inventarmi per nascondere questa telefonata, ci vediamo domani mattina a scuola, ciao Bri...-
- Ok, ciao Summer...-
E chiusero in sincronia quella telefonata...
§*§*§
Erano le 0:00 di una notte che sembrava interminabile, Brian non riusciva a chiudere occhio, tutta quella situazione che si era creata tra sua madre e lui, tra Summer e i suoi rispettivi genitori, gli avevano fatto perdere il sonno...
I suoi profondi e bellissimi occhi blu, fissavano il soffitto bianco sopra di lui, che cos'altro doveva accadere a quell'amicizia che sembrava essere disapprovata da tutti? Brian cercava di trovare una giustificazione valida per la quale quel rapporto dovesse finire, ma per lui non c'erano, erano solo motivi troppo stupidi, troppo banali, chiuse gli occhi e lasciò che la sua mente facesse un salto nel passato...
Si ricordava ancora il giorno nel quale lui e Summer si erano visti per la prima volta. Erano all'asilo, entrambi avevano 4 anni. Per Brian era il primo giorno, aveva pianto per tutta l'intera mattina, non ci voleva andare, voleva stare con sua madre, ma quest'ultima con un grande sorriso sulle labbra e con una dolcezza immensa negli occhi, lo convinse ad entrare in quell'edificio che per quel bambino biondo dagli occhi blu, era "l'asilo degli incubi". Una volta che i suoi piedi oltrepassarono la soglia d'ingresso, stringendo la mano della sua insegnante e dopo un attimo di smarrimento, si rese conto che quel posto non faceva così tanta paura come pensava...
Vedeva gli altri bambini giocare tra di loro, li vedeva divertirsi come non mai, ma lui non riusciva a farlo, non riusciva a fare amicizia... (in fondo era solo il primo giorno)...
Se ne stava seduto sulla sua sedia, in un angolo della classe, il suo volto era basso, i suoi occhi fissavano le bianche mattonelle, quando ad un certo punto vide una piccola ombra avvicinarsi a lui. Timidamente alzò il suo piccolo viso e vide che davanti a lui c'era una bambina con i capelli biondi raccolti in dei codini e dei grandi ed immensi occhi castani che lo stavano guardando. Sul suo volto era stampato un infinito sorriso, il piccolo Brian la guardava senza riuscire a capire che cosa volesse da lui, la bambina attaccò discorso con una banale frase...
- E tu che cosa ci fai qua da solo?-
Da quella domanda partì quell'amicizia, coltivata giorno dopo giorno, sorriso dopo sorriso, delusione dopo delusione, lacrima dopo lacrima. L'uno era il sostegno dell'altra e viceversa e in quei pomeriggi estivi che sembravano essere sempre senza fine, loro erano perennemente insieme, i loro piccoli piedi correvano liberi, sicuri e spensierati in immense distese di verde, per poi crollare senza fiato, ormai distrutti, sulla tenera erba, volgere lo sguardo verso il cielo blu, privo di ogni tipo di nuvola, sorridere e rendersi conto di essere felici insieme...
Il tempo, l'età, il diventare adolescenti in fretta, senza rendersene conto, non aveva mutato quel rapporto che era rimasto la cosa principale nella scala di valori per entrambi. Il ritrovarsi insieme, dopo una giornata pesante era un sollievo per entrambi, era respiro per i loro polmoni, tante volte erano stati "presi in giro" per quell'amicizia vista un po' strana dai loro compagni di scuola, quasi tutti credevano che in fondo ci fosse qualcosa di più di una semplice e vera amicizia, ma sia Brian che Summer se ne fregavano di tutte quelle chiacchiere che cadevano sopra di loro, sopra le loro piccole, ma già forti spalle...
Adesso un nuovo ostacolo per i due ragazzi: due madri che si conoscevano bene tra di loro, che sapevano alla perfezione il rapporto che c'era tra i rispettivi figli, ma che se fregavano altamente. Li volevano dividere, volevano rompere quell'amicizia che era più forte di tutto e di tutti, ma loro non l'avrebbero permesso, non avrebbero permesso di separarli, non potevano, sarebbe stato un dolore e una sofferenza troppo forte che nessuno di loro voleva e poteva sopportare...
Brian riaprì i suoi occhi blu che si scontrarono di nuovo con il bianco soffitto, fece ritorno alla realtà, una realtà che ormai gli era diventata stretta, non riusciva più a sopportarla, ma per quella notte aveva pensato troppo, chiuse gli occhi con l'unico desiderio di dormire e di allontanarsi dai tremendi problemi che erano caduti su di lui...
§*§*§
Due settimane dopo...
Brian e Summer continuavano a vedersi a scuola e di nascosto all'esterno dell'edificio, per entrambi era difficile mentire alle proprie madri quando rientravano a casa e li guardavano negli occhi. Si sentivano dei "mostri", perché mai, nessuno di loro due aveva mentito e adesso erano costretti a farlo, per loro era importante vedersi, parlare, confidarsi, essere amici nonostante le difficoltà...
Era un lunedì mattina, Brian fece tranquillamente il suo ingresso in classe come tutti i giorni e come sempre il suo primo sguardo era rivolto a Summer, ma stranamente quel giorno lei non c'era, il suo banco era vuoto, la cosa gli suonava maledettamente strana, un campanello d'allarme si accese all'interno del suo cuore, cercò di non far vedere la sua preoccupazione, raggiunse il suo posto, ma durante tutta la lezione con la testa non c'era, non riusciva a seguire i discorsi, seppur semplici del professore, finalmente il suono della campanella arrivò e non perse occasione per andare dall'amica di Summer...
- Ehy Daisy, sai perché oggi Summer non è venuta a scuola? Non mi risulta che sia malata...-
La ragazza dai lunghi capelli castani, raccolti in una coda di cavallo che indossava un paio di pantaloni di jeans leggermente strapparti alle ginocchia e una felpa con cappuccio di colore rosa, si voltò verso il ragazzo e...
- Come non lo sai Brian? Eppure lo dovresti sapere visto che lei è la tua migliore amica...-
Il ragazzo aggrottò le ciglia, non riusciva a seguire il discorso della ragazza, non riusciva a capire dove volesse andare a parare con quella frase e iniziando a preoccuparsi seriamente chiese...
- Che cosa vuoi dire?-
La ragazza capì che il suo compagno di classe non sapeva niente, fece un respiro profondo, posò la penna che aveva preso per segnare i compiti sul diario e...
- Summer non terminerà i suoi studi qui alla St. Patrick...-
- CHE COSSSAAAA???- Brian non riusciva a credere alle sue orecchie
- Sì, la madre di Summer, ha deciso di fargli prendere il diploma alla St. James...-
- Ma sono almeno 30 minuti di auto da dove abita Summer...-
- Questo non lo so, ma ieri sera ho parlato con lei, siamo state quasi un'ora al telefono, era in lacrime, ho cercato di tirargli sul il morale, ma non penso di esserci riuscita, questa mattina aveva il colloquio con il preside per mettere in ordine le ultime cose...-
- E a che ora aveva questo colloquio...-
- Sinceramente non lo so, ma mi sembra che mi abbia detto verso le 10:00, 10:30...-
Brian guardò l'orologio che aveva sul polso, segnava le 10:35, riportò lo sguardo sulla ragazza e...
- Per favore Daisy giustifica la mia assenza con il professore dell'ora dopo...- disse Brian iniziando a camminare frettolosamente verso l'esterno, la ragazza non riusciva capire...
- Che cosa gli devo dire?- la voce di Daisy arrivava con fatica il fondo alla classe, ma Brian riuscì comunque a sentirla e...
- Inventati quello che ti pare...- disse infine Brian riprendendo la sua "corsa" verso la presidenza...
§*§*§
Era appena giunto al piano terra, aveva sceso le scale con la fretta nelle gambe e nel cuore, per nessuna ragione al mondo Summer doveva lasciare quella scuola, Brian l'avrebbe impedito a tutti i costi, anche a costo di passare per il "pazzo" di turno...
Finalmente era quasi giunto davanti alla porta della presidenza, ma un bidello che se stava tranquillamente seduto al suo posto di "comando" lo vide e...
- Ehy, tu dove credi di andare?- chiese l'uomo sulla cinquantina con indosso una "vestaglia" di colore blu...
- Devo andare in presidenza...-
- Adesso non puoi, non hai sentito il suono della campanella? Devi rientrare in classe, su forza vai...-
- E' una cosa urgente, non posso aspettare...-
- Per l'amor del cielo, vuoi farmi passare dei guai?-
- No, e infatti mi prendo la responsabilità di tutto quello che sto facendo...-
Il bidello continuava a non essere affatto convinto, stava per proferire di nuovo parola, quando vide Brian che ormai aveva bussato alla porta della presidenza, l'uomo si mise le mani nei pochi capelli che aveva in testa e...
- Oh mio Dio! E adesso chi lo sente il preside?-
Dall'altra parte della porta sentì un...
- Avanti!-
Il ragazzo fece un respiro profondo, si fece forza, posò la mano sulla maniglia della porta e comparve sulla soglia d'ingresso...
Tutte le persone che erano a colloquio con il preside portarono lo sguardo su Brian, Summer ebbe un sussulto e con un fievole sussurro, disse...
[ Br...ia...n]
La madre di Summer non appena lo vide, alzò gli occhi al cielo, ormai esasperata da quella situazione che sembrava essere diventata senza fine...
Il preside che non sopportava essere disturbato nei suoi colloqui con gli altri genitori, lo riprese severamente...
- E lei che cosa ci fa qua? Non dovrebbe essere a fare regolare lezione?-
- La lezione può attendere, ci sono cose più importanti da decidere...-
- Penso che siano cose che non la riguardino...-
- Mi riguardano e come, visto che Summer è la mia migliore amica e si sta facendo di tutto per sì che la nostra amicizia s'interrompa, non è vero signora Maclaine?- chiese il ragazzo portando il suo sguardo di gelo sulla donna, che non lo stava degnando neppure di uno sguardo, alla fine fece un bel respiro profondo, lo guardò e...
- Fino a prova contraria Summer è mia figlia e sono io quella che decide che cosa è meglio per lei, non tu...-
- Però scommetto che non ha provato a chiedere a Summer che cosa voleva realmente...-
- Senti Brian, stai facendo una scena ridicola, credo che sia meglio se te ne torni in classe, magari ci guadagni anche qualcosa a seguire una lezione...-
- Non si preoccupi per me, so benissimo da solo quello che devo fare...-
Ad interrompere quella conversazione - discussione che sembrava essere senza senso, intervenne il preside...
- Adesso basta signor Littrell, sta veramente superando ogni limite, le ordinò di rientrare in classe, l'avviso che sta rischiando la sospensione e non credo che le convenga visto le acque in cui sta navigando, non c'è niente che possa fare per cambiare la situazione, la signorina Maclaine ha fatto richiesta di trasferimento per il college di St. James e noi l'abbiamo accolta, fine della questione...-
- Mi sospenda pure, non m'interessa, ma non voglio che Summer se ne vada, non è giusto, non ci sono motivazioni valide per questo trasferimento...-
- SIGNOR LITTRELL...- il preside venne fermato dalla voce calma e triste della ragazza...
- Preside, lasci che ci parli io...- chiese quasi come una supplica Summer...
Il preside con fatica acconsentì alla richiesta della ragazza, entrambi uscirono dalla stanza per ritrovarsi a parlare nel corridoio...
- Summer, perché non mi hai detto che tua madre aveva intenzione di trasferirti al St. James?-
Summer lo guardò negli occhi e...

CAPITOLO 3

"I Love You, Mom"
- Perché volevo evitare tutto questo...-
- Ma che cosa vuol dire? Ci siamo sempre detti tutto, anche le più piccole cavolate e tu manchi nel dirmi una cosa di così vitale importanza?-
Summer abbassò lo sguardo, già si sentiva inserita nel circolo vizioso dell'impotenza, dove quello che pensava, quello che voleva lei, non contava, e i "rimproveri" di Brian non la facevano certo stare meglio, anzi aumentavano quello stato di insopportazione che c'era dentro di lei
Arrivata a quel punto, tutto quello che aveva tenuto dentro per giorni venne fuori come un fiume in piena...
- Ok Brian ho sbagliato, ok, però adesso non è il caso di darmi colpe che non ho...
Ho litigato per giorni interi con mia madre, ho cercato di fargli capire che lasciare questa scuola per me è come potarmi via un pezzo di cuore, ci ho passato una parte della mia vita, ho dei ricordi stupendi non solo con te, ma anche con altre persone, ma per lei, i sentimenti che io provo, contano meno di zero... CHE COSA DEVO FARE BRIAN? CHE COSA DEVO FARE? NON VOGLIO LASCIARE QUESTA SCUOLA, NON VOGLIO LASCIARTI, NON VOGLIO!- disse scontrandosi con il petto del suo migliore amico e lasciando aperto sfogo alle sue lacrime che finalmente uscivano senza più nessun ostacolo...
Brian era lì, che stringeva le spalle della sua amica, dalla sua bocca non usciva nessuna parola, non sapeva che cosa dire, la "disperazione" di Summer era tanta, forse troppa per poter essere consolata...
§*§*§
Qualche istante dopo...
La madre, stufa di aspettare, vedendo che la figlia non stava rientrando, uscì dalla sala presidenza e non appena vide che Summer stava piangendo abbracciata a Brian...
- Che cosa hai fatto a mia figlia? Perché sta piangendo?- disse ad alta voce avvicinandosi "minacciosamente" al ragazzo...
- Diciamo più che altro che cosa gli ha fatto lei?- disse il ragazzo con spavalderia nella voce...
Marie (la madre della ragazza), prese per un braccio la figlia, con l'intento di portarla via da Brian...
- Dai Summer, dobbiamo...-
La ragazza si liberò con forza dalla presa della madre, per la prima volta, con gli occhi pieni di lacrime, la guardò e...
- LASCIAMI IN PACE!!! NON CI VOGLIO ANDARE IN QUELLA SCUOLA, NON VOGLIO!! VOGLIO RESTARE QUA CON I MIEI AMICI E CON BRIAN, NON MI COSTRINGERAI PER NESSUNA RAGIONE AL MONDO A FARE QUELLO CHE VUOI TU, SONO ABBASTANZA GRANDE PER DECIDERE DA SOLA!-
La madre aggrottò le ciglia, non riusciva a credere alle sue orecchie, Summer non si era mai rivolta con quel tono e in quel modo nei suoi confronti...
Marie, fece un bel respiro profondo, cercò di restare calma, anche se era chiaro che nella sua voce c'era un fastidio abbastanza evidente...
- Summer, ti ricordo che ancora non hai 18 anni, solo tra due mesi potrai fare quello che vorrai, per adesso sono io quella che prende decisioni per te e tu andrai al St. James, sono stata chiara? Adesso su forza, rientriamo dentro che il preside ci sta aspettando...-
Dagli occhi della ragazza stavano uscendo lacrime a non finire, la rabbia in Summer aveva toccato il picco più alto, aveva deciso di tirare fuori le unghie e il coraggio e adesso non l'avrebbe fermata più nessuno...
- Non puoi costringermi con la forza!- disse la ragazza che si era puntata sul posto, ormai tra madre e figlia era nata una "sfida"...
- Per favore Summer non stiamo dando un ottimo spettacolo, ci stanno guardando tutti...-
- Non m'interessa se ci stanno guardando, che ci guardino pure! In quella stanza io non ci torno!-
- Summer, lo sai bene che facendo così, stai rischiando di farmi perdere la pazienza, sono sempre stata troppo buona e comprensiva con te, non tirare troppo la corda rischi di pentirtene!- disse la madre nel cui tono di voce, si sentiva chiaramente che stava perdendo la pazienza...
- Quando sei stata comprensiva con me? Quando mi hai costretto ad interrompere ogni tipo di rapporto con Brian o quando con la forza mi vuoi costringere a cambiare scuola? Dì la verità mamma, di me, delle mie esigenze di figlia non te ne è mai fregato niente, pensi solo alla mia carriera scolastica, il tuo obiettivo è mandarmi a Hardvard, ma mi hai mai chiesto se voglio andarci? No, tu dai per scontato che la mia risposta sia sì, ma se io volessi andare a Yale? No, non posso perché sto rovinando i tuoi progetti.
Tu mamma, stai riversando su di me quello che saresti voluta diventare, tu volevi andare ad Hardvard, tu volevi avere di fronte una grande carriera, tu volevi diventare qualcuno, tu volevi arrivare in alto, ma non hai potuto, perché sono arrivata io a distruggere i tuoi progetti non è vero?...-
Marie aveva abbassato lo sguardo, i suoi occhi castani fissavano il freddo pavimento del college del St. Patrick...
- ..........-
Summer vedendo che sua madre tardava a rispondere...
- NON E' VERO MAMMA???-
La donna rialzò lo sguardo, lo riportò sulla figlia e...
- Non è come dici tu Summer, è vero avrei voluto avere una vita migliore, non avrei voluto accontentarmi del primo lavoro che mi è capitato tra le mani, le mie ambizioni erano molto più alte, ma tu non hai rovinato nessun progetto, quando sei arrivata sei stata la cosa più bella e preziosa che potessi mai ricevere dalla vita.
Quello che voglio io è solo darti il meglio! Un ottima università e la possibilità di diventare quello che non sono diventata io...-
- Quindi mi lascerai continuare gli studi qui al St. Patrick?- chiedeva Summer con speranza negli occhi...
La madre continuava a non essere per niente convinta, ma dopo le parole che aveva detto la sua risposta non poteva essere che...
- S...ì...- disse in modo del tutto titubante
Summer stava esultando dalla gioia, ma quella felicità venne bloccata dalla donna che...
- Ma...se nel prossimo mese non vedrò ottimi voti in pagella, riprenderò in considerazione il fatto di mandarti alla St. James...-
- Ok mamma, mi impegnerò al massimo per non deluderti...- disse infine la ragazza abbracciando forte a se Marie. Adesso sì che sentiva che lei era la sua vera mamma, la mamma che la capiva, la madre che aveva un cuore...
Si staccò dall'abbraccio e...
- Questo vuol dire anche che posso riprendere a vedere Brian?-
La donna guardò il ragazzo, che se ne stava in fondo al corridoio in un angolo a guardare la scena, con gli occhi pieni di felicità per l'amica e...
- A patto che la vostra amicizia non si ripercuota sull'andamento scolastico...-
- Te lo prometto mamma...-
- Ok...- disse infine la donna, sorridendo alla figlia, non l'aveva mai vista così felice...
Summer tornò ad abbracciarla e con lieve sussurro, dalla sua bocca uscirono 3 paroline importanti, vere e sincere...
- Ti voglio bene, mamma!-
Marie era al settimo cielo, era la prima volta in 17 anni che sentiva uscire, dalla bocca di sua figlia quelle parole, e con il sorriso sulle labbra...
- Anch'io ti voglio bene, Summer...-
Il preside che era giunto sulla soglia d'ingresso della presidenza, si era quasi commosso, ma il suo ruolo lo portava ad interrompere quel momento così bello e importante per tutti...
- Scusate, mi spiace interrompere il tutto, ma visto come stanno le cose, Summer e Brian dovrebbero riprendere la lezione...-
Summer si asciugò le ultime lacrime di felicità che erano scese dai suoi occhi e...
- Certo!- disse Summer
- Bene, allora, su forza in classe!!!- disse infine il preside vedendo lentamente la figura dei ragazzi scomparire su per le scale...
§*§*§
Erano giunti davanti alla porta della propria classe, Brian la stava aprendo quando Summer, bloccò dolcemente il suo braccio, lo guardò affettuosamente negli occhi e...
- Grazie Brian!-
Brian aggrottò le ciglia e...
- Grazie di cosa? Ma io non ho fatto niente, quello che sei riuscita a fare, lo hai fatto da sola...-
- Ma senza di te non ci sarei mai riuscita, le tue parole, il tuo abbraccio sincero e pieno di affetto, mi hanno fatto capire che non potevo e non volevo per nessuna ragione lasciarti e se tu non mi avessi dato quella forza, forse adesso avrei già firmato il mio trasferimento...-
- Sono felice di questo, ma devi ringraziare anche Daisy è lei che mi ha detto tutto, altrimenti non avrei mai potuto entrare in quella stanza e fare il "paladino della giustizia", perché se non fosse stato per lei, con il cavolo che tu tornavi con me a fare lezione in questa scuola...-
La ragazza alzò gli occhi al cielo e...
- Oh Brian che cosa vuoi sentirti dire? Che ho sbagliato a non confidarmi con te? Ok, ho sbagliato, basta che la smetti di rinfacciarmi questa cosa?-
- Io rinfacciare? Ma quando mai! Sono un bravo ragazzo, io...-
- Ma finiscila!- disse infine la ragazza dandogli una scherzosa pacca sulla spalla...-
Entrambi si misero a ridere, adesso che tutto sembrava essere superato, tutto all'improvviso era diventato più facile, era più facile guardarsi negli occhi, era più facile sorridersi, era più facile divertirsi, era più facile godersi gli attimi di compagnia...
Brian tornò serio, la guardò negli occhi e...
- Sono felice di vederti di nuovo sorridere, diventi più carina...-
- E' merito tuo, come sempre del resto...-
Un silenzio di gelo cadde tra di loro, gli sguardi sembravano parlare al posto dei ragazzi, dopo qualche istante fu Summer che sembrò destarsi...
- Credo che adesso sia arrivato il momento di rientrare in classe...- disse dandogli un innocente bacio sulla guancia, aprendo poi velocemente la porta e facendo il suo ingresso all'interno della classe...
Brian era rimasto lì, fermo, immobile, completamente scioccato dal gesto d'affetto che Summer aveva avuto nei suoi riguardi, ma non perché non si fossero mai dati dei piccoli ed innocenti baci sulla guancia, ma solo per il semplice fatto che gli sembrava che quel bacio avesse un sapore diverso rispetto agli altri, convinto che fosse solo una sua stupida fantasia, scosse la testa ed entrò anche lui nella classe...
La professoressa di matematica non appena lo vide entrare, lo guardò da sotto i suoi occhiali e...
- Era l'ora che entrasse signor Littrell, stavamo aspettando tutti lei per poter riprendere la lezione...-
Brian guardò la professoressa e sentì nella sua voce un certo senso d'ironia, lui proprio non riusciva a sopportarla, così come gli stava sullo stomaco la stessa materia che lei insegnava e forse quella "antipatia" era reciproca, si sforzò di mostrarsi dispiaciuto e...
- Mi scusi, le garantisco che non succederà più...-
- Sarà meglio...- disse la donna mentre lo continuava a seguire, intanto che andava al suo banco, da sotto gli occhiali...
Non appena la professoressa vide che tutti erano al suo posto, riprese la sua lezione...
- Bene, ragazzi riprendiamo da dove ci eravamo interrotti...-
§*§*§
Ore 13:30 - Uscita da scuola...
Tra i ragazzi urlanti che correvano incontro ai rispettivi genitori, c'erano anche Brian e Summer che stavano tranquillamente parlando come se in quella stessa mattina non fosse accaduto niente. Stavano raggiungendo il cancello d'uscita quando Marie gli andrò incontrò, baciò la figlia e saluto il ragazzo che era accanto a lei...
- Ciao Brian...-
- Buongiorno signora Maclaine...-
Marie, prese da una parte sua figlia, gli bisbigliò qualcosa, Brian che era stato abbandonato sul posto le guardava cercando di capire un qualcosa che era praticamente non udibile, ma vide Summer esultare di gioia, quindi giunse alla conclusione che non doveva essere una cosa negativa. Vide successivamente la ragazza salire in auto, mentre Marie tornava verso di lui...
Fece un bel respiro profondo, trovò la forza necessaria e...
- Senti...Brian, ti andrebbe di venire a pranzo con noi?- Brian aggrottò le ciglia, non riusciva a credere alle sue orecchie...
- Signora Marie, è sicura di proporre l'invito per il pranzo alla persona giusta?- a Brian sembrava troppo strano per poter essere vero...
- Sì, lo sto proponendo alla persona giusta...-
Un attimo di silenzio e con un leggero sorriso sulle labbra della donna, soddisfatta di ciò che stava facendo, continuò
- ...Summer ne sarebbe davvero felice...-
- Non è che c'è qualcosa sotto di cui io non sono a conoscenza..-
- Non c'è niente sotto, il mio è un invito a pranzo limpido e trasparente...-
Brian stava per rispondere, quando guardando di fronte a se, vide che sua madre stava arrivando, immediatamente corse verso di lei, con un mega sorriso stampato sulla faccia, Jackie vedendo quella felicità improvvisa, chiese al figlio...
- Come mai siamo così felici oggi? Hai forse preso una A?-
- No, mamma nessuna A...-
- E allora?- Jackie che continuava a non capire...
- La madre di Summer, mi ha invitato ad andare a pranzo con loro...Posso andarci?-
- CHE COSA???- Jackie che non riusciva a credere a ciò che aveva sentito...
- Mamma, lo so che ti può sembrare strano, ma credo che questo pranzo sia una maniera per farsi perdonare del modo in cui si è comportata con me...-
- Ma non se ne parla neanche per idea! Tu adesso vai dalla signora, la ringrazi e gli dici che non accetti...-
- Ma perché mamma?-
- Perché no, punto e basta, questa è la mia decisione e non si discute, sono stata chiara?-
- Sei sempre chiara se è per questo, ma io a quel pranzo ci voglio andare, non voglio rinunciarci, non adesso che la madre di Summer è favorevole al nostro rapporto...-
- Favorevole? Ma da quando? Se non mi ricordo male lei era la prima a volervi vedere separati, non ti poteva neanche vedere al fianco della figlia...-
- E' vero, ma lei a differenza di te mamma, ha capito che ciò che stava facendo era una cavolata, rischiava solamente di allontanare la figlia fino a perderla completamente e per il bene di Summer ha cambiato idea su di me e sulla nostra amicizia...-
- A me non interessano le decisioni che ha preso la madre di Summer, io sono io e non mi smuovo dalla mia posizione, quindi ti prego rifiuta gentilmente l'invito e sali in macchina...-
- No, mamma, mi rifiuto io di salire in macchina...- Brian si era puntato sul posto, braccia incrociate al petto, in segno di "protesta"...
Jackie alzò gli occhi al cielo, ogni volta doveva essere una "sfida sul campo" e ancora non riusciva a capire perché quando si trattava di Summer, Brian diventava così indisponente e "maleducato"...
- Brian, possibile che devi essere sempre contro ad ogni decisione che prendo?-
- E tu possibile che non mi venga mai incontro? Non ti sto chiedendo di andare sulla Luna, ti sto solamente chiedendo il permesso per andare a pranzo con Summer, avresti preferito che non te lo chiedessi?-
Jackie sbuffò, alla fine non gli rimase che arrendersi, sapeva già che non avrebbe avuto altra scelta, suo figlio sarebbe rimasto sempre sulla sua posizione, non si sarebbe mai arreso, non glie l'avrebbe mai data vinta, e lei dal canto suo, nonostante non approvasse l'amicizia con Summer, nonostante non gli andasse a genio il pranzo che gli aveva offerto la madre della ragazza, si ritrovò a dare la sua approvazione, andando completamente contro se stessa...
- Ok, mi arrendo vai a quello stupido pranzo...-
- Grazie mamma, ti voglio bene...- disse Brian abbracciandola e dandogli un bacio sulla guancia...
La madre era rimasta immobile, non si era goduta ne l'abbraccio, ne il bacio, ne il "ti voglio bene" perché sapeva che erano solo gesti di circostanza. Il figlio stava correndo incontro a Marie, quando la voce di Jackie si fece di nuovo presente alle orecchie del ragazzo...
- BRIANNNN!-
Il ragazzo si voltò, guardò la madre in attesa di sentire ciò che aveva da dirgli...
- Ti voglio a casa per le 16:00, sono stata chiara?-
- Certo mamma, sarò a casa per le 16:00- disse infine Brian rivoltandosi verso Marie e camminando insieme a lei verso l'auto dove lo stava attendendo Summer...
Jackie rimase ferma sul posto, mentre i suoi occhi vedevano l'auto grigio metallizzato della signora Maclaine, uscire dal parcheggio per poi inoltrarsi nella strada insieme alle altre...

CAPITOLO 4

Complicity
Erano le 15:30 dello stesso pomeriggio...
Brian e Summer erano nella stanza di quest'ultima, entrambi sembravano aver ritrovato il sorriso che prima avevano perso. Per la ragazza era stupendo poter vedere il suo miglior amico senza dover inventare bugie alla madre, era felice di poterlo far rientrare nella sua vita, nella sua casa, nella sua camera senza dover più litigare, senza dover più combattere...
E se Summer aveva seppellito l'ascia di guerra con la madre, per Brian non sembrava essere la stessa cosa, la sua "guerra" era in pieno svolgimento, nonostante lui stesso più volte avesse cercato di trovare una mediazione per firmare quel "trattato di pace" che avrebbe fatto bene a tutti, Jackie non sembrava intenzionata a porre quella firma...
- E adesso che cosa succederà con tua madre? Ho sentito e ho visto che hai dovuto "lottare" per convincerla a mandarti a pranzo insieme noi...- chiedeva Summer che leggeva chiaramente negli occhi di Brian quel leggero velo di tristezza e di preoccupazione, anche se lui faceva di tutto per nascondere quel suo stato d'animo...
- Non lo so cosa accadrà, lei continua a pensare che il nostro rapporto mi rovinerà, rovinerà la mia carriera scolastica e qualunque cosa dica per cercare di farle capire come stanno realmente le cose, la prende come se la stessi combattendo, come se facessi il figlio indisponente. Sai bene Summer che non è così, io voglio un bene dell'anima a mia madre e l'ho sempre considerata l'unica persona in grado di capirmi, ma ultimamente gli è successo qualcosa, non riesco proprio a capire perché stia facendo di tutto per allontanarci, non riesco proprio a capirlo! In fondo non facciamo niente di male, se andassimo in giro per la città e la mettessimo a soqquadro, se fossimo dei gangster, forse la potrei anche capire, ma non è così...
Vorrei che lei ci vedesse insieme, vorrei che capisse il grande e speciale rapporto che ci lega, vorrei che guardasse i nostri sguardi, vorrei che capisse la felicità che proviamo quando stiamo insieme, vorrei che riuscisse a comprendere la complicità che abbiamo, vorrei che per una volta stesse nella mia pelle per provare solo per qualche attimo come mi sento quando sto insieme a te...vorrei farle capire tante cose, ma non so come fare, mi sento quasi impotente, lotto per la nostra amicizia con ogni tipo di "forza", ma ogni mio tentativo si rivela un buco nell'acqua, non ci riesco, forse perché non ne sono capace io, forse perché non mi do abbastanza da fare, forse perché...-
Summer bloccò le parole dell'amico, gli mise una mano sulla spalla, dalla sua bocca nacque un leggero sorriso, i suoi occhi castani guardavano pieni d'affetto quelli blu di lui e...
- Non devi temere Bri, sono certa che ogni cosa andrà al suo posto, ci vuole solo tempo e la pazienza di aspettare e sono anche sicura che saprai usare i mezzi giusti per arrivare al cuore di tua madre e farle capire tutto ciò che vuoi che lei comprenda...
Io ho avuto fiducia in lei, fiducia in me stessa, ho "lottato" per me, per te e sono riuscita a far capire a mia madre quello che volevo che lei comprendesse e infatti...siamo qua adesso...-
- Ma tu forse sei stata più brava!-
- Ehy, non voglio assolutamente questo pessimismo nella tua voce!- disse Summer quasi in tono di "rimprovero"...
Un attimo di gelo cadde nella stanza, ma Summer decise di riscaldare immediatamente l'atmosfera e...
- Allora Bri che cosa facciamo? Mica vorremo stare chiusi in questa stanza per tutto il pomeriggio?-
- Non so, che cosa vuoi fare?-
- Ho voglia di uscire, dai andiamo da qualche parte?- chiese la ragazza con l'entusiasmo negli occhi di una ragazzina di 14 anni...-
- Volentieri, ma non hai l'auto a tua disposizione...-
- Non c'è nessun problema, chiedo in prestito quella di mia madre...- disse la ragazza in tono sicuro mentre si dirigeva verso l'armadio degli abiti per cambiarsi, Brian nel frattempo aveva sgranato gli occhi e...
- Ma sei sicura che tua madre affidi la sua auto proprio a te? Forse hai fatto i calcoli sbagliati, prova a rifarli...-
- Tranquillo Bri, i calcoli li ho fatti giusti, fidati di me...- disse la ragazza mentre si dirigeva nel bagno della stanza per cambiarsi gli abiti...
- Tu aspettami qua!- disse infine Summer prima di chiudere la porta a chiave...
- Dove vuoi che vada?-
- Non si sa mai, puoi sempre scappare, strano come sei...- giungeva chiara la voce della ragazza attraverso la porta di legno massello...
- Senti un po' chi parla? Perché dimmi un po' Summer, tu credi di non essere per niente strana?- chiese il ragazzo avvicinandosi ancora di più alla porta per farsi sentire bene...
In quel preciso istante nel quale Brian aveva posto l'orecchio alla porta per sentire meglio, quest'ultima si aprì, ritrovandosi il volto della ragazza a pochi centimetri dal suo e...
- Sicuramente sono più normale di te!- disse facendogli la linguaccia e successivamente facendosi strada per dirigersi verso il suo letto e piegare gli abiti che si era appena tolta...
A Brian sembrava che qualcosa non tornasse, infatti si avvicinò a lei e...
- Scusa...scusa...forse non ho capito bene ciò che hai detto?-
Summer lo guardò e...
- Hai capito bene Brian, la persona più normale tra noi due, sono io...- disse la ragazza posando gli abiti piegati nell'armadio a tre ante della sua stanza...
Nell'istante in cui la ragazza stava posando gli abiti e non lo stava guardando, Brian prese il cuscino che era posato sul letto di Summer, lo nascose dietro la schiena, si avvicinò a quest'ultima e...
- Scusa puoi ripetere che non ho capito bene...-
La ragazza tornò a guardarlo e...
- Brian, ma cos'hai oggi? Sembri più strano del soli...- la ragazza non fece in tempo a finire la frase che si vide arrivare una cuscinata in pieno viso...
- Ah sì! Allora dillo che vuoi la guerra!- rispose la ragazza prendendo un altro cuscino che era posto sul divano - letto della stanza...
Da quel botta e risposta nacque una battaglia a cuscini. Le risa dei ragazzi si perdevano all'interno di quelle mura bianche, unici testimoni di quell'amicizia che aveva un sapore vero, sincero, di due amici che non si erano scelti, ma che per destino si erano trovati senza mai più lasciarsi...
Entrambi avevano all'interno di loro stessi ancora un po' di quell'ingenuità tipica dei bambini che gli permettevano di affrontare, sì i problemi con grinta e forza, ma anche la capacità di trovare il momento per divertirsi, staccandosi dal mondo reale per vivere in un universo costruito solo da loro, dalla complicità e da quel grado di riuscire a divertirsi che non era da tutti gli adolescenti della loro età...
§*§*§
Dopo 5 minuti...
Entrambi caddero sfiniti: Brian sul letto, Summer sul divano della sua stanza...
- Ok, hai vinto Bri, ma sappi che voglio la rivincita!-
- Sai bene che non ti conviene mai metterti contro di me!-
Summer abbassò lo sguardo, scosse la testa, prese il cuscino che era vicino a lei e lo gettò verso la faccia dell'amico, che nonostante la stanchezza riuscì a parare il "colpo"...
Abbassò il cuscino, guardò la ragazza e con il sorriso sulle labbra...
- Ah Ah Ah! Non sei riuscita a prendermi! :-P -
- Bri, non ti conviene provocarmi!-
- Oh mio Dio! Guarda dalla paura che mi fai, me la sto facendo addosso!- rispose Brian a presa di giro...
Summer si alzò dal divano e iniziò ad avvicinarsi "minacciosamente" al ragazzo che non staccava gli occhi da lei, sempre attento a che cosa volesse fare...
- Summer...- Brian iniziava a temere qualcosa...
Ma la ragazza, con un sorriso che non sembrava voler scomparire dalla sua faccia, continuò ad avvicinarsi a lui. Brian continuava a spostarsi all'indietro fino a trovare l'estremo del letto, Summer che era già salita su quest'ultimo a gattoni, lo guardò negli occhi, il ragazzo sembrò capire che cosa lei avesse intenzione di fare e...
- No, Summer, ti prego no!-
- E perché no? Io mi diverto troppo!-
- Tu ti diverti, ma io no, ti prego Summer, abbi pietà di me...-
- Te lo avevo detto di non provocarmi!-
- Ok Summer ammetto di aver sbagliato, ma ti prego risparmiami!-
- Mi spiace Bri, ma ormai è troppo tardi, dovevi pensarci prima!-
Brian non fece in tempo a parlare che la ragazza iniziò a fargli il solletico, il ragazzo cercava di proteggersi, ma ogni suo tentativo risultava vano, lo soffriva in qualunque punto del suo corpo. Summer sorrideva divertita, mentre il ragazzo rideva ormai sfinito da quella situazione e tra le risa implorava la fine di quella "punizione che gli era stata inflitta"...
- Ti...ahahahaha...prego...ahahahaah...bas...ahahahaha...ta...-
Summer "impietosita" dalla richiesta dell'amico, tolse le mani e smise di fare il solletico al ragazzo che finalmente trovò pace...
- Così la prossima volta rifletti prima di provocarmi...- disse scherzosamente la ragazza prima di scendere dal letto...
§*§*§
Qualche istante dopo, i ragazzi sentirono dei passi giungere verso la stanza di Summer, bastarono solo pochi secondi affinché la porta si aprisse e apparisse la figura di Marie che...
- Ragazzi, ma che cosa state combinando?-
- Niente mamma, ci stavamo solo divertendo!- rispose tranquillamente Summer
- Ma vi stavate divertendo un po' troppo rumorosamente, le vostre risate arrivano fino all'ufficio di tuo padre che per tua informazione, sta lavorando!-
- Ah!- disse Summer convinta che non stessero facendo così tanto rumore...
Marie continuava a guardare la figlia in attesa di una sua risposta, che prontamente arrivò...
- Mamma, puoi prestarmi l'auto?-
- L'auto?- chiese sorpresa la donna
- Sì, così io e Brian andiamo a farci un giro e non disturbiamo più papà che sta lavorando...-
Marie continuava a restare in silenzio, guardava i due ragazzi senza proferire parola, la ragazza continuava ad insistere convinta che alla fine l'avrebbe avuta vinta lei...
- E dai mamma, te la rubo solo per qualche ora...-
Marie scomparve qualche istante dalla soglia della porta, per poi ricomparire qualche secondo più tardi...
- Mi raccomando Summer, sai bene quali sono le regole che devi seguire quando guidi la mia auto...-
- Sì, mamma, guida con prudenza, fai attenzione, rispetta i segnali stradali e gli stop, non superare i 100 km\h...- disse Summer con la noia nella voce. Si era sentita ripetere quelle regole migliaia e migliaia di volte, praticamente ogni volta che chiedeva l'auto in prestito a sua madre...
- Summer, non le dire con quel tono di voce, la strada è un ambiente pericoloso, basta solo una piccola distrazione che...-
Summer non voleva che la madre finisse il discorso, proprio per quello la interruppe...
- Sì, ok mamma ho capito, comunque mi pare che la tua auto sia sempre tornata intera o mi sbaglio...-
- Sì è vero, ma è sempre bene ripetere certe cose, non fa mai male, poi io lo dico per te, per il tuo bene...-
Summer aveva allungato la mano, Marie la guardava e dopo un attimo di titubanza posò sul palmo della figlia, il mazzo di chiavi che conteneva al suo interno anche quella dell'auto...
§*§*§
Quaranta minuti dopo...
L'auto di Summer si era fermata nelle vicinanze di una piccola, ma deliziosa spiaggia, i ragazzi scesero e camminando l'uno di fianco all'altro arrivarono fino all'ingresso di quest'ultima. Si tolsero le scarpe e continuarono a camminare a piedi nudi sulla sabbia, sui loro volti un sorriso che sembrava impossibile poter scomparire...
- Ti ricordi questa spiaggia?- chiese Summer alzando lo sguardo per ritrovarsi a guardare il profilo del suo amico...
- Come potrei dimenticarla?! Era il nostro piccolo posto segreto, mi ricordo che venivo qua quando mia madre mi negava qualcosa, per dispetto gli "scappavo" di casa, correvo correvo, con le lacrime agli occhi e venivo fin qua, mi nascondevo in quell'angolo nascosto della spiaggia...- Brian stava indicando con il dito il punto preciso all'amica
- ...e stavo qua, ascoltavo il dolce suono delle onde, mi lasciavo cullare dalla tranquillità che regnava in questo posto e come d'incanto mi sentivo meglio. Sono sempre stato convinto che questo luogo avesse qualcosa di magico, quel qualcosa che ti arriva fino in fondo al cuore, fino in fondo all'anima che ti fa ritrovare quella calma interiore che pensavi di aver perso...-
Brian continuava a camminare in avanti, i suoi occhi blu si perdevano oltre quell'orizzonte che purtroppo gli barrava lo sguardo impedendogli di andare oltre...
Summer lo seguiva e anche lei si lasciò andare ai ricordi...
- Ti ricordi la nostra prima lite di bambini?- chiese Summer
Brian la guardò divertito, scosse la testa, si rendeva conto solo in quel preciso istante di quanto fossero stupide le liti che avevano avuto da piccoli...
- Certo che me la ricordo, e ricordo anche che era colpa tua...-
- Come colpa mia?...- Summer sgranò gli occhi incredula
- ...Semmai era colpa tua, lo sai che le bambine non si fanno mai piangere?!-
- Sì, Summer, inventatene un'altra! Quella che mi ha rubato il mio orsacchiotto preferito di nascosto, colei che non me lo voleva ridare eri tu!-
- Io ti avevo chiesto di poterlo tenere un po', ma tu mi dicevi sempre di no!-
- Certo era il mio orsacchiotto preferito, dormivo sempre insieme a lui, credevo mi proteggesse dai mostri della notte...-
- Aaaaaahhhhhahhhh!-
- Ehy tu! Che cos'hai da ridere?- chiedeva Brian con le ciglia incurvate
Summer cercò di tornare seria e...
- Mhm...Scusa era troppo divertente la cosa!...-
- Come ti permetti di ridere delle mie paure di bambino!-
Summer non riusciva a trattenersi dal ridere, guardava gli occhi dell'amico e leggeva nel suo sguardo un divertito fastidio. Iniziò a correre lungo il perimetro della spiaggia, Brian la inseguiva, fino ad arrivare a prenderla per la vita, erano nelle vicinanze dell'acqua, bastavano solo due passi e vi erano dentro...
- Brian ti prego no!-
- Cosa no?- chiedeva il ragazzo facendo finta di non capire...
- Non fare cose di cui poi potresti pentirti!- Summer credeva di "minacciarlo", ma non riusciva a guardarlo negli occhi per capire che quest'ultimo non aveva paura delle sue "minacce", anzi aveva il "coltello dalla parte del manico" era la sua occasione per "vendicarsi" del solletico che era stato costretto a subire...
- Di cosa dovrei pentirmi?- chiedeva Brian mentre continuava a piccoli passi ad avvicinarsi all'acqua, Summer cercava di liberarsi, ma ogni suo tentativo risultava vano...
- Brian sto parlando seriamente!-
- Anch'io!-
Summer cercava di imputarsi, cercava con i piedi di impedire che Brian la spingesse verso l'acqua, ma la sua forza non era abbastanza, infatti qualche istante dopo si ritrovò a sguazzare nella bassa acqua salata, mentre Brian aveva fatto qualche passo indietro e la vedeva "sfidare" le piccole onde divertito...
Dopo qualche secondo Summer riuscì ad alzarsi e completamente bagnata con i capelli che gli coprivano quasi tutto il volto, iniziò a camminare verso il suo amico, il suo sguardo sembrava essere furioso, e forse per paura delle conseguenze, Brian iniziò a fare dei leggeri passi all'indietro...
- Perché scappi Brian? Non mi dire che hai paura delle conseguenze?-
- Io paura? Ma no! Mi sono solo ricordato che devo rientrare a casa, non vorrei che mia madre...-
Summer era ormai vicino a lui...
- Tua madre attende, adesso ti sistemo io!- iniziarono a prendersi e lasciarsi, a scappare, a fuggire l'uno dall'altro e tra una risata e l'altra, tra una "minaccia e l'altra" arrivarono vicino all'acqua. A Summer bastò solo una piccola spinta per far cadere Brian, che successivamente con la furbizia negli occhi, guardò la sua amica e...
- Summer, dammi una mano ad uscire dall'acqua!-
- Eh no, Brian, non mi freghi!-
- Non ti voglio fregare, voglio solo avere una mano per uscire!-
- Brian hai 18 anni, non 80!-
- E allora che cosa vuol dire? E dai che cosa ti costa darmi una mano?-
Summer non sembrava essere per niente convinta, ma alla fine cedette, perché già sapeva che se non avesse ceduto, Brian sarebbe stato capace di portare avanti quella sceneggiata all'infinito...
Gli dette la mano, il ragazzo la prese e nonostante la resistenza riuscì a portarla nell'acqua insieme a lui...
- Lo sapevo che sotto c'era la fregatura!-
- Sei sempre la solita! Ma come fai ad abboccare a tutto quello che ti dico?-
- Lo sai che è quello che mi chiedo anch'io!-
§*§*§
La tarda serata finì con un gran entusiasmo nel cuore di entrambi, era da tanto tempo che non stavano insieme per una giornata intera e che non si divertivano come dei bambini...
Summer lo accompagnò quasi di fronte al portone di casa e...
- Ecco servito il signor Brian Thomas Littrell...-
Brian sorrise, scosse la testa, guardò l'amica senza dire niente, fu quest'ultima che concluse la sua frase...
- ...spero sia rimasto soddisfatto del servizio regalatogli dalla sottoscritta?-
- Certo che sono contento, sono strafelice per la giornata che abbiamo trascorso, mi è sembrato di aver fatto un tuffo nel passato e per un pomeriggio mi è parso di essere tornato il bambino ingenuo e spensierato di 10 anni e questo mi ha fatto stare bene...-
- Anch'io sono stata benissimo, ci voleva proprio una giornata come questa, dovremmo viverle più spesso!!!-
- Se dipendesse da me!-
- Dai, adesso però non ti far prendere dallo sconforto!-
- Hai visto che ore sono Summer?-
- Sì, sono le 19:30 e allora?-
- Avevo promesso a mia madre che sarei rientrato a casa per le 16:00...-
- Ho capito! Allora mi sa che mi conviene farti gli auguri, forse domani mattina rischio di non vederti a scuola...-
- E dai non scherzare, non mi sembra il caso!-
Summer continuava a guardare gli occhi del ragazzo, sembrava essersi persa all'interno di quest'ultimi, lasciando cadere nell'abitacolo dell'auto un silenzio che sembrava essere portatore di molti significati che forse nessuno dei due voleva cogliere...
A rompere quello strato di silenzio fu Brian che...
- Dai è meglio che scenda, un attimo in più o in meno, non mi eviterà una bella ramanzina!-
- Ok...- disse semplicemente Summer
- Ci vediamo domani allora ok?-
Summer non rispose, fece solo un cenno di assenso positivo con la testa...
Brian si avvicinò a quest'ultima, posò le sue labbra sulla guancia della ragazza donandogli un dolce bacio.
Un ultimo sguardo tra i due e poi il ragazzo scese dall'auto, chiuse la portiera, la salutò di nuovo con la mano e si diresse verso casa...

CAPITOLO 5

A New Quarrel...
La figura di Brian era ormai quasi arrivata di fronte al portone di casa, per un attimo ebbe la voglia di tornare indietro, richiamare Summer e andare via con lei, via da tutti quei problemi che pesavano su quel loro rapporto per lui, adesso più importante di tutto e di tutti...
Anche se la voglia dentro di lui era tanta, capì che non poteva fare quello che più desiderava, la vita lo poneva di fronte a un qualcosa di più difficile da affrontare e scappare sarebbe stato da vigliacchi e visto che lui non si sentiva tale, fece un bel respiro profondo, mise le mani all'interno del suo giaccone alla ricerca della chiavi che per sua "sfortuna", prontamente trovò...
Cercando di fare il minimo rumore possibile, inserì le chiavi all'interno della toppa, fino a fargli fare lo scatto, nella speranza di non aver fatto troppo rumore, aprì la porta, inserendo di tanto in tanto un occhio per controllare se sua madre era in giro per casa, sembrava che all'interno regnasse la tranquillità e la pace più assoluta, sollevato da ciò, trovò un po' più di sicurezza in se stesso e oltrepassò quella soglia che gli procurava un leggero timore, chiuse la porta dietro di se, posò le chiavi nell'apposito supporto, pronto ad andarsene nella propria stanza, pensava di aver scampato il pericolo, credeva di essere salvo, ma ogni sua convinzione cadde non appena sentì giungere alle sue orecchie una voce femminile abbastanza irritata...
- Ti sembra questa l'ora di tornare a casa?-
Brian ci mise qualche istante prima di voltarsi completamente e di guardare gli occhi della madre, ma non appena la vide con le braccia conserte e con il piede battente sul freddo pavimento di marmo bianco, il vuoto più assoluto si fece presente nella sua mente, adesso che cosa si sarebbe inventato? Quale scusa sarebbe stata più giusta e credibile per scampare a una punizione che già sentiva pendere sulla sua testa? Si guardava intorno alla ricerca di una via d'uscita per le emergenze come quella che stava vivendo, ma la casa sembrava essere diventata una prigione priva di scappatoie, tornò a guardare gli occhi della madre e...
- Scusa mamma...mi sono fatto talmente prendere dal divertimento, che non mi sono accorto del tempo che passava...-
- Scusa, scusa, ma intanto è la seconda volta che non ubbidisci ai miei "ordini"...-
- Mamma, mica sotto le armi, ti ho chiesto scusa, cosa devo fare di più?-
- Sai bene che cosa vorrei che tu facessi, ma sembri cocciuto come un mulo...-
- Ti prego mamma, non riniziare con questa storia, mi sembra che ne abbiamo già ampiamente parlato...-
- Molto probabilmente non è abbastanza, quella Summer ti sta rovinando la vita, sta mandando a monte la tua carriera scolastica, il tuo diploma, tra poco avrà fine il primo semestre e come pensi che sarà la tua pagella?-
- Ok, forse non riuscirò ad ottenere brillanti risultati sulla pagella di fine trimestre, ma in fondo è solo uno stupido foglio di carta, e poi ho tutta la seconda parte dell'anno per rimettermi in pari e riempire le lacune che adesso ci sono, se solo tu mi lasciassi vivere con più serenità, se non mi stessi ogni giorno col fiato sul collo, forse per me sarebbe anche tutto più facile...-
- Ah! Adesso sarebbe colpa mia se non riesci ad ottenere ottimi voti a scuola? Se tu ti impegnassi di più, se invece di uscire con Summer stessi un po' di più su quegli "oggetti" che si chiamano libri, forse riusciresti ad ottenere qualcosa di più di una semplice F...-
- Mamma, ti prego cambia disco, metti sempre il solito e sinceramente mi sono anche un po' stancato di sentirti dire sempre le stesse cose...-rispose Brian roteando gli occhi, abbassando la testa, per poi scuoterla successivamente...
- Forse sono ripetitiva perché non riesci a capire che quello che ti sto dicendo è per il tuo bene, devi ottenere degli ottimi voti se punti ad andare a grandi università come Harvard e Yale che ti possono garantire un buon futuro per te e per la tua carriera...-
- Ma perché pensi sempre alla mia carriera? Fino a prova contraria sono io che decido del mio futuro, adesso che ho 18 anni lo posso fare e visto che ho questa possibilità vorrei sfruttarla...-
- E che strada pensi di poter fare se pensi solo a frequentare la tua cara amichetta Summer...-
All'ennesima pronuncia del nome della ragazza, Brian sentiva salire dentro un grande fastidio...
- Smettila di mettere in mezzo Summer, si è già capito che non la sopporti, che non la puoi neanche vedere, ma per tua sfortuna è la persona più importante che ho al mio fianco, perciò non ti resta che arrenderti allo stato delle cose...-
- Io invece la metto in mezzo eccome, è lei che ti ha fatto diventare un figlio indisponente, che non da più ascolto alle parole della propria madre, che non rispetta più gli orari che gli dico, che non mi racconta più che cosa gli accade nella vita...-
- Pensi veramente che tutto ciò, sia solo colpa di Summer?-
- Sì!- rispose la donna con voce ferma e decisa...
- Bhè, allora mamma, forse hai bisogno di farti un esame di coscienza, e non riesco a capire con che coraggio tu riesca a parlare così, mi fai "rabbia" quando parli in questo modo e sai che ti dico? E' proprio in questi momenti che sento la mancanza di mio padre...-
- Adesso che cosa c'entra tuo padre? Perché lo metti in mezzo?!-
- Perché forse sarebbe riuscito a capire meglio le mie esigenze di figlio, forse si sarebbe sforzato di capire i miei sorrisi, i miei stati d'animo, i miei tormenti interiori, tu non ci provi, ti limiti solamente a dare colpe a Summer che in realtà non ha...-
- Parli bene di tuo padre solo perché non lo conosci così bene come lo conosco io...-
- Sei tu che non mi hai permesso di conoscerlo!-
Jackie aggrottò le ciglia, non aspettandosi una risposta del genere da parte del figlio...
- Brian, ma che cosa stai dicendo? Perché adesso stai dando la colpa me?-
- Perché è colpa tua se mio padre se ne è andato, colpa delle tue gelosie infondate, colpa di una fiducia che non hai mai provato a dargli...-
- Brian, non puoi parlare, non sai come sono andate in realtà le cose...-
- E' vero, forse non saprò come sono andate le cose nei particolari, ma nonostante fossi piccolo, sentivo le vostre litigare, sentivo come lo accusavi, non gli davi tempo di spiegare, non gli davi il tempo di parlare e senza che me ne rendessi conto mi sono svegliato una mattina da solo...-
- Non è vero, non sei mai stato solo, con te ci sono sempre stata io...-
- Sì tu con la tua possessività, con il voler aver ragione a tutti i costi, con il voler decidere e scandire ogni attimo della mia vita, pensavi e credevi che il "lavoro" di madre fosse più semplice, ma ti sei sbagliata perché non ti ho mai permesso di mettermi i bastoni fra le ruote e scordati nella maniera più assoluta che ti permetta di farlo adesso...-
- Bri, tu non riesci a capire che...-
Il ragazzo scosse la testa, non gli dette il tempo di terminare la frase che riprese parola....
- Sì eccome se ha riesco a capire, capisco più di quanto tu possa immaginare, cosa credi che sia stupido? Vedo che almeno ogni sera ti fai bella, esci con le tue amiche, ti diverti forse più di quando stavi con mio padre, ti sento parlare a telefono con Margaret, Mary e chissà chi altro, ti sento parlare di uomini come se fossi una ragazzina di 14 anni e non riesco a capire se la mia vera mamma è quella lì o quella che sta mi parlando adesso...-
- Il fatto che conosca altri uomini, che stia cercando di farmi una vita decente, non ti deve far pensare che...-
- Non mi deve far pensare cosa?- le domande del figlio si erano fatte pressanti, una dopo l'altra senza tregua, la donna guardava gli occhi del ragazzo senza sapere che cosa rispondere, non avrebbe mai creduto che gli avrebbe parlato così un giorno...
- Non ti deve far pensare che hai un madre con "due facce", sono sempre la stessa persona...-
- No mamma, no, non sei la stessa persona! Fino a qualche tempo fa, non ti saresti mai accanita contro Summer, non lo avresti mai fatto e poi chi ti dice che io sia pronto per accettare un estraneo nella mia casa?-
- La vita va avanti Brian, va al di là di tuo padre e di quello che è successo tra di noi!-
- No, mamma, io non accetterò mai un'altra persona che non ne lui, io voglio rivederlo, voglio conoscerlo, voglio che mio padre faccia parte della mia vita, non voglio più vivere senza di lui, forse fino a 6 anni non ne avevo bisogno, ma adesso le cose sono cambiate, sono cambiato io, sono cresciuto e ho capito molte cose...-
- Brian, non voglio impedirti di farti conoscere tuo padre, ma non è la persona che tu pensi sia, altrimenti ti avrebbe cercato, ti avrebbe fatto una qualche telefonata, ti avrebbe mandato una lettera, invece non c'è stato niente di tutto ciò, a lui di te non importa niente, non avrei mai voluto dirtelo ma...-
Brian scuoteva la testa, non voleva accettare le parole che uscivano dalla bocca della donna e...
- Perché stai gettando fango su mio padre? Sono quasi certo che mio padre non mi ha cercato perché tu glielo hai impedito...-
- Brian, ma come puoi dire una cosa del genere?-
- La dico perché se fosse diversamente, avresti cercato di farci mantenere un minimo di rapporto...-
- Lui non ha voluto Brian!-
Brian scuoteva la testa, non voleva in nessuna maniera accettare quella verità, cercando di rifiutarla con tutte le sue forze...
- NON E' VERO MAMMA! SEI BUGIARDA! NON E' VERO!-
- Credimi Bri, vorrei veramente che ciò che ti sto dicendo non fosse vero ma...-
- SEI SOLO UN EGOISTA MAMMA! PENSI SOLO A TE STESSA, NON CI HAI MESSO NEPPURE UN BRICIOLO DI BUONA VOLONTA' PER SALVARE IL MATRIMONIO CON PAPA'! NON HAI PENSATO A ME E A QUELLO CHE AVREI DOVUTO PASSARE!-
- SMETTILA BRIAN! SMETTILA!-
Jackie senza rendersene conto mollò uno schiaffo al figlio che si ritrovò con la faccia voltata dall'altra parte, lentamente la mano di Brian salì fino alla guancia colpita e arrossata, tornò a guardare gli occhi della donna e...
- Brava mamma, adesso hai proprio fatto il tuo dovere di madre!- disse infine Brian dirigendosi verso il portone di casa per uscire facendolo poi sbattere forte...
Jackie era rimasta in mezzo alla stanza, immobile, non riusciva ancora a realizzare che cosa avesse fatto, i suoi occhi blu fissavano la mano destra che adesso tremava, mai era stata costretta a dare uno schiaffo a suo figlio e adesso che l'aveva fatto non si sentiva una buona madre, non ne andava per niente orgogliosa...
§*§*§
Il buio era ormai calato da un paio d'ore sulle strade di Daytona Beach, i passi di Brian erano lenti e sicuri, dentro di lui lo stato d'animo che la faceva da padrone era l'amarezza e forse anche il senso di colpa per aver dato alla madre colpe che forse non erano solo sue...
Camminava tranquillamente per quelle strade insolitamente vuote in quella serata che per Brian era diventata stranamente lunga e senza fine, d'istinto fermò i suoi passi, alzò la testa verso l'alto e vide due o tre finestre dove vi era la luce accesa, gli bastarono pochi istanti per immaginare che dietro a quegli infissi ci fossero delle famiglie felici che stavano cenando tranquillamente, tutti insieme allo stesso tavolo, per un secondo sul suo volto comparve un lievissimo sorriso che scomparve immediatamente dopo pochi istanti, accompagnato dalla testa che si riabbassava e dai ricordi di tempi felici che adesso erano svaniti nel nulla...
Erano nitidi nella sua mente i momenti felici trascorsi insieme alla sua famiglia, le bellissime cene, le mattine di Natale quando si ritrovavano tutti insieme a scartare i regali, curiosi come dei bambini per vedere che cosa gli avesse portato Santa Claus, ricordava benissimo le urla di gioia nel constatare che quel "vecchio" uomo con la barba gli aveva portato ciò che più desiderava, era bellissimo per Brian ricordare uno dei tanti abbracci che si erano scambiati tutti insieme, intorno all'albero in una giornata praticamente perfetta, era felice, i suoi occhi brillavano perché non poteva chiedere di avere di meglio, due genitori che si amavano, uniti e che gli volevano bene...
Ma con estrema semplicità quei momenti meravigliosi trovarono la sua fine, in una sera inaspettata...
Brian era tranquillamente nella sua stanza, si stava guardando uno dei tanti cartoon che davano alla tv, quando all'improvviso alle sue piccole orecchie giunsero delle urla provenienti dal piano di sotto, non riusciva a capire che cosa stesse accadendo, ma decise di non farci molto caso, portò di nuovo la sua attenzione sullo schermo e sui personaggi fantastici del cartoon, cercava di seguire le fila della storia, ma gli era praticamente impossibile, quelle urla che prima aveva sentito si erano fatte ancora più forti, non poteva non sentirle, così decise di alzarsi dal letto sul quale stava tranquillamente seduto, si diresse verso la porta della sua stanza, si mise sulla punta dei piedi cercando di arrivare alla maniglia, quando ce la fece, aprì lentamente l'uscio, adesso sì che le voci gli arrivavano chiare e forti, i suoi occhi blu erano pieni di punti interrogativi, era piccolo, ma sentiva che la felicità che fino a quel momento aveva invaso la sua casa, lentamente la stava abbandonando...
Fece qualche passo in avanti e fu proprio in quel momento che Brian vide ciò che un bambino a quell'età (6 anni) non avrebbe mai dovuto e voluto vedere, suo padre, un uomo dai capelli biondo scuro e dagli occhi azzurri afferrò la maniglia della porta, per poi aprirla e sbatterla forte dietro di se, il piccolo Brian avrebbe voluto chiamarlo a gran voce per pregarlo di restare, di non andarsene, ma dalla sua bocca uscì solo un lieve e flebile sussurrò...
[Pa...pà...] che si perse nell'aria...
Continuava a vivere la sua vita, ma nei suoi occhi mancava qualcosa, mancava quella luce che gli avrebbe permesso di ritornare ad essere un bambino felice a tutti gli effetti, Jackie continuava a prendersi cura di lui, non notando quel piccolo particolare, fino a quando una sera da suo figlio giunse una domanda, per lei inaspettata...
- Perché papà se ne è andato?-
Jackie guardò suo figlio, non si aspettava quella domanda, lo si capiva dall'improvvisa agitazione che l'aveva invasa...
La donna si avvicinò a lui, lo guardò teneramente negli occhi e con un certo disagio nella voce, tipico di chi non sa cosa rispondere al figlio, disse...
- Papà, non se ne è andato...è stato costretto ad andare fuori per lavoro e proprio per questo che per un po' non lo vedrai girare per casa...-
Brian ci credette e aspettava con ansia quel ritorno, molto spesso saliva sulla sedia, si metteva vicino alla finestra, guardava fuori nella speranza di veder arrivare l'auto di suo padre, ma quell'auto non sarebbe mai arrivata, quel portone per lui non si sarebbe mai più riaperto...
Quella estenuante ed infinita serata aveva un sapore amaro per Brian che continuava a camminare senza avere una meta precisa, avrebbe voluto tornare indietro, cancellando tutti quegli istanti che aveva mandato in frantumi la sua famiglia...
Adesso a far compagnia al ragazzo in quella sera così pesante era arrivato un leggero venticello, portando via con se quelle povere e secche foglie che l'autunno aveva fatto cadere sul marciapiede lasciando quasi completamente spogli maestosi alberi che presto si sarebbero di nuovo ricoperti di verde...
§*§*§
L'orologio in casa McLean segnava le 20:30 di una sera che aveva un sapore simile alle altre...
Tutta la famiglia era riunita intorno alla tavola, si stavano accingendo ad andare cena, quando il suono del campanello li colse di sorpresa...
Padre, madre e figlio si guardarono negli occhi come a chiedersi chi fosse il prescelto per andare ad aprire la porta, il ragazzo sembrò capire lo sguardo dei rispettivi genitori e...
- Ho capito, va bene, vado io ad aprire la porta!- disse infine Aj con un tono di voce anche un po' scocciato...
I genitori gli sorrisero senza parlare, quasi gli fossero grati mentre entrambi si stavano dirigendo verso la cucina per terminare di prendere le ultime cose e finire di apparecchiare la tavola...
§*§*§
Alla porta...
Non appena Aj l'aprì...
- Bri?- esclamò sorpreso di vedere l'amico...
Brian riuscì solamente ad alzare la testa e a dire un semplice...
- Ciao Aj...-
Aj fece accomodare l'amico sul divano del salotto, non appena furono l'uno di fronte all'altro...
- Bri, ma si può sapere che cosa è successo? Hai una faccia...-
- Ho litigato con mia madre...-
- Bhè...scusa Bri se te lo dico, ma non è una novità...-
- Questa volta è diverso...-
- In che senso?- chiedeva l'amico che non riusciva a capire...
Brian stava per proferire parola, quando sentì dei passi giungere verso il salone...
- Aj, chi era alla...- la madre si bloccò non appena riconobbe la figura amica di Brian che si volto verso quest'ultima e...
- Buonasera signora! Mi scusi per il disturbo!-
- Non disturbi affatto Brian...anzi se vuoi approfittarne, puoi rimanere a cena con noi, che ne dici?-
- Bhè...non so se è il caso...- disse un po' titubante portando lo sguardo sull'amico alla ricerca di una sicurezza...
- E dai Brian rimani! Non abbiamo molte occasioni per poter cenare insieme...-
A quel punto a Brian non rimase altro che dire...
- Ok, visto come stanno le cose...rimango!-
- Benissimo!- rispose la donna con il sorriso sulle labbra tornando a voltarsi per rientrare in cucina, mentre chiamava il marito...
- Caro? Un piatto in più tavola, abbiamo un ospite!-
Una volta che la donna ebbe voltato l'angolo, i due ragazzi rimasero di nuovo soli e...
- Questa è stata una discussione diversa dalle altre, sono stato in grado di dargli colpe che forse in realtà non ha, ma il problema è che sono arrivato al limite, mi sono tenuto dentro tutto per troppo tempo e alla fine sono scoppiato, forse nella maniera e con la persona sbagliata...-
- Esiste sempre la possibilità di parlare tranquillamente e di spiegargli il motivo per il quale ti sei irritato così tanto con lei...-
- Oh Aj, non sai quanto vorrei avere una famiglia "normale" come la tua!-
- Bhè, credimi Bri ci sono i lati negativi anche nell'avere una famiglia "normale" come la mia...-
- Sì, forse è vero, ma penso che siano molto meno rispetto a una situazione come la mia!-
- Bhè...ci sono cose difficili da affrontare in ogni caso, la nostra forza sta nel trovare il coraggio per affrontare i problemi, e tu le unghie le stai tirando fuori, stai lottando per la tua amicizia con Summer e se fossi in lei sarei orgogliosa di avere al fianco un amico come te!-
- Sapessi però quanta fatica!-
- Niente si ottiene con semplicità!-
La loro conversazione venne di nuovo interrotta da Denise (la madre di Aj) che...
- Ragazzi a tavola! La cena è pronta!-
- Arriviamo mamma!- rispose Aj a nome di entrambi...
§*§*§
Ore 23:30 - Casa McLean...
I ragazzi, dopo aver terminato di guardarsi un film sul canale satellitare di Sky, si guardarono e...
- Bhè...Aj penso che per me sia arrivato il momento di tornare a casa...-
- Ne sei sicuro?-
- Non posso certo rimandare questa cosa per le lunghe...-
- Per le lunghe no, ma fino a domani penso che possa andare no?...-
Un attimo di silenzio prima che Aj riprendesse a parlare...
- Perché non rimani a dormire qua da me? Penso che sia meglio...-
- Aj...non so se...-
- E dai Bri, non ti far pregare...-
A Brian non resto che rispondere...
- Ok, va bene, se insisti!-
- Si, insisto! Tieni!- disse passando il cordless a Brian, mentre Aj si alzava dal divano per andare a riferire alla madre che l'amico si sarebbe fermato da loro per la notte...
Brian fece un profondo respiro, poi iniziò a premere i tasti del telefono, fino a comporre totalmente il numero, dall'altra parte dava libero: uno, due, tre squilli e poi sentì chiaramente la voce della madre che rispondeva...
- Pronto!-
- Mamma?-
- Brian, dove cavolo sei? Mi stai facendo preoccupare...-
- Non c'è nessun motivo per cui ti debba preoccupare, sono a casa di Aj, passo la notte da lui, ciao!- disse riattaccando il telefono senza dare la possibilità alla donna di poter rispondere e parlare con lui...

CAPITOLO 6

The New Teacher...
La giornata in casa McLean era già iniziata da qualche ora...
Denise stava armeggiando in cucina per cercare di preparare la colazione a tutta la famiglia.
La donna, alta all'incirca 1.65, occhi castani, capelli neri tirati su e tenuti da una pinza color nero con qualche venatura porpora, con ancora indosso il pigiama di seta bianco perlato, era di fronte ai fornelli, con un occhio teneva sotto controllo la macchinetta del caffè, con l'altro i toast inseriti pochi istanti prima nell'apposito elettrodomestico.
Notando che la situazione era tranquilla, iniziò ad apparecchiare la tavola: 5 tazze, 5 bicchieri, fette biscottate, marmellata, cereali che tanto piacevano ad Aj e tutto ciò che a lei sembrava essere necessario.
Ad un certo punto il suono del telefono ruppe il silenzio che regnava in quella casa, Denise alzò gli occhi al cielo, borbottando stufata, qualcosa tra se e se...
- Ma si può sapere chi è che rompe a quest'ora della mattina?-
Nessuno sarebbe stato in grado di rispondergli se non avesse alzato la cornetta, si guardò intorno alla ricerca del cordless per non spostarsi dalla cucina e continuare a tenere sott'occhio la colazione che, stranamente, sembrava procedere bene, guardò ovunque, ma di quello che cercava nessuna traccia, sbuffò di nuovo e...
- Possibile che quando cerco qualcosa non è mai a portata di mano?-
Intanto gli squilli continuavano a farsi sentire all'interno di quelle mura, ormai rassegnata, batté le mani ai suoi fianchi e si diresse verso il salotto, prese il telefono a fili e rispose...
- Pronto?-
- Ciao Denise!- la voce era maschile e si trattava del capo - redattore del giornale per cui la donna lavorava
- Buongiorno Mark! A cosa devo questa tua telefonata?-
- Ho bisogno di te! Ieri notte c'è stata una rapina nella più famosa gioielleria del paese e devi assolutamente andare sul posto e tirare fuori un articolo bomba!-
- Mark, forse ti sei dimenticato che oggi è il mio giorno libero!-
- Denise, non mi sono dimenticato, purtroppo non ho altri giornalisti a mia disposizione da poter mandare sul posto! Tu sei la mia unica salvezza!-
- Mark ma...-
L'uomo, sulla cinquantina, alto all'incirca 1.70, capelli neri brizzolati, occhi castani, avvolto nel suo distinto abito da lavoro: pantaloni e giacca color grigio topo, camicia azzurro chiaro, cravatta rossa, seduto alla sua scrivania, davanti al computer portatile, bloccò l'ascesa delle parole della migliore giornalista che aveva e cercando di leggere nella sua testa, disse...
- Lo so Denise! Immagino che avrai un mucchio di impegni da sbrigare che ti eri già prefissa di cancellare dalla tua agenda, ma questa è una situazione d'emergenza e spero tu ti renda conto che è una notizia che non ci possiamo, in nessuna maniera lasciar sfuggire! Ti prego Denise, non mi puoi abbandonare, non adesso!-
La donna, fece un profondo respiro e ormai rassegnata al fatto che il suo capo l'aveva incastrata, si ritrovò a rispondere...
- Ok, Mark! Dammi solo il tempo di prepararmi!-
- Va bene! Grazie Denise! Alle 08:00 devi essere sul posto! L'ho sempre detto che sei la migliore!-
- Sì, sì certo, sono la migliore solo quando ti fa comodo, ci vediamo dopo, ciao Mark!-
- Ciao!-
Ed insieme chiusero la chiamata in sincronia.
§*§*§
Dopo essersi salutati, Denise fece il suo ritorno in cucina, era mancata solo per due minuti ed era accaduto l'inferno: il caffè era sparso per tutto il piano cottura, i toast non si erano dorati, ma ahimè, erano divenuti neri, praticamente immangiabili...
Denise di fronte a quella situazione, si mise le mani nei capelli e...
- OH NO! Ma guarda che disastro! E adesso?-
La disperazione era presente negli occhi castani della donna, non riusciva a vedere una via d'uscita da quella situazione, stava quasi per arrendersi quando sentì dei passi, un po' "trascinati" che lentamente si stavano avvicinando a lei, Denise si voltò e riconoscendo la figura del marito ancora un po' assonnato, vide in lui la salvezza, senza svelargli che cosa in realtà era successo alla colazione, si avvicinò e...
- Buongiorno caro!- disse dandogli un bacio sulla guancia...
- Buongiorno amore!- rispose sbadigliante
Senza stare tanto a girare intorno al discorso...
- Caro, puoi farmi un grande favore? Prepari la colazione?-
- Denise, amore mio, io ti amo più della mia stessa vita, ma quand'è che imparerai a mettere su un po' di caffè?-
La donna visibilmente imbarazzata...
- Eh, eh...bhè...fino quando avrò un marito fantastico come te in cucina, non credo di aver intenzione di imparare!-
- Sei sempre la solita!- disse l'uomo scuotendo la testa...
- Scusa amore, ma sono di fretta, devo andare...- stava voltando l'angolo per dirigersi nella stanza matrimoniale quando la voce dell'uomo si fece di nuovo presente alle sue orecchie...
- Cara, posso sapere come mai sei così di fretta? Almeno oggi che è il tuo giorno libero, rilassati!-
- Il problema è questo, non ho più il mio giorno libero...-
- E chi te l'ha tolto?- chiese il marito accigliando le ciglia...
- E' una storia lunga, poi ti spiego, adesso devo andare altrimenti Mark chi lo sente!- rispose la donna dandogli un ultimo bacio sulle labbra...
Andrew, (il marito di Denise) rimase lì, quasi sulla soglia della cucina, un po' "frastornato", non riusciva bene a capire come mai la moglie non avesse più il giorno libero, ma alla fine si rassegnò alle non spiegazioni non ricevute, ormai ci era abituato con il lavoro di Denise, quest'ultima era sempre di fretta, costretta a scappare a lavoro ad ogni ora del giorno e della notte, riuscivano a stare insieme molto poco e i momenti di intimità erano sfuggenti e rari anche perché quando lei era a casa, lui lavorava e viceversa, ma forse il bello dell'amore tra di loro era proprio questo: il vedersi poco e lo stare insieme di "sfuggita", sempre con la paura dell'arrivo di una telefonata che li avrebbe divisi, faceva aumentare il desiderio e la voglia di stare insieme...
Ormai rassegnatosi, Andrew fece un bel respiro profondo e si inoltrò all'interno della cucina, quando si ritrovò "faccia a faccia" con quest'ultima, i suoi occhi si spalancarono, non riusciva a crederci, non poteva essere possibile che per fare un po' di caffè fosse stata messa a soqquadro l'intera stanza, ma soltanto in quell'istante gli era chiara la fretta della moglie, sfuggita di corsa per non essere colta sul fatto...
Ormai era stato incastrato e non aveva più via d'uscita, quindi con la rassegnazione nel cuore, iniziò a pulire la cucina per preparare una nuova colazione, magari più buona di quella che era lì, davanti a lui...
§*§*§
Ore 07:30
Al piano di sopra, Aj e Brian stavano ancora dormendo tranquillamente ognuno nel proprio letto, ignari di quello che stava accadendo a quella che avrebbe dovuto essere la loro colazione...
Denise uscì dalla stanza della propria camera da letto abbottonandosi l'ultimo bottone della giacca del suo taulier nero e in fretta e furia si diresse verso la stanza del figlio, senza nessun avvertimento iniziò a tirare su le tapparelle della finestra facendo entrare nella stanza una luce quasi "accecante"...
Aj iniziò a muoversi lentamente sotto le coperte, i suoi occhi erano ancora chiusi, non sembravano essere pronti ad affrontare l'impatto con il giorno...
Denise fece il giro della stanza, scansando scarpe da ginnastica e mettendo apposto i vestiti del giorno prima, gettati come se niente fossero sulla sedia della scrivania, fino a giungere al lato sinistro del letto e...
- Aj sveglia! E' l'ora di alzarsi!-
Aj, al sentire la voce iniziò lentamente a muoversi nel letto e a "mugolare" un qualcosa che sembrava essere incomprensibile, ma la donna vedendo che il figlio non aveva nessuna intenzione di portare il suo sedere fuori dal letto, provò a farsi più dura nel tono della voce...
- Aj cos'è fai finta di non sentirmi? E' l'ora di alzarsi! Fuori da quel letto!-
Il ragazzo aprì un po' gli occhi, il necessario per vedere la madre e...
- Mamma, ti prego altri due minuti!-
- Non hai altri due minuti a tua disposizione, devi alzarti o rischi di perdere la prima ora di lezione!-
Aj sbuffò e per calmare gli animi della madre...
- Mi alzo subito!-
La donna si lasciò convincere da quella frase e...
- Ci pensi tu a svegliare Brian? Io devo uscire di fretta, di sotto papà vi sta preparando la colazione!-
- Ok, mamma!-
Denise si ritrovò a guardare l'orologio che aveva al polso e...
- Oh mio Dio! Sono in un ritardo pazzesco!- esclamò uscendo dalla stanza del figlio non facendo caso al fatto che forse il ragazzo si era riappisolato...
§*§*§
Ore 07:50...
Andrew, convinto che Aj fosse già uscito insieme a Brian, uscì di casa, per andare a lavoro nel suo ufficio di avvocato, sbattendo la porta, quello stesso sbattere fece "sobbalzare" il figlio dal letto, non appena i suoi occhi si posarono sulla sveglia...
- OH MIO DIO!- esclamò Aj, alzandosi immediatamente e dirigendosi in tutta fretta nella stanza dell'amico che stava ancora dormendo...
- BRI SVEGLIATI! SIAMO IN UN RITARDO PAZZESCO!- urlò Aj, correndo in bagno...
Brian, si stropicciò gli occhi, alle sue orecchie era giunta una voce maschile che gli sembrava famigliare, ma che nel sonno non aveva "riconosciuto", con calma, stirò le braccia verso l'alto, quello stesso movimento portò la sua testa a girarsi verso l'orologio, non appena i suoi occhi blu, ancora un po' assonati, si resero conto dell'ora, gli fu chiara che la voce apparteneva ad Aj e quell'urlo che aveva sentito giungere, era un esortazione ad alzarsi dal letto, cosa che fece immediatamente...
Si diresse verso il bagno, quando si rese conto che era occupato...
- Aj, dai muoviti, siamo in un ritardo pazzesco!-
- Cosa credi che non lo sappia? Abbi pazienza e attendi il tuo turno!- rispose Aj spazientito mentre Brian sentiva chiaramente lo scorrere dell'acqua dal lavabo nel quale l'amico si stava lavando la faccia...
Stava "tranquillamente" attendendo il suo turno, tirando su le lenzuola tra le quali aveva dormito, quando un'altra stanza di quell'enorme casa si aprì, facendo uscire una signora abbastanza in avanti con l'età...
La donna, sull'ottantina, alta all'incirca 1.60, capelli bianchi lunghi che gli si appoggiavano sulle spalle, occhi castano chiaro, avvolta nella sua camicia da notte color rosa perlato, passò davanti alla stanza di Brian e non poté fare a meno di notare il fisico scolpito del ragazzo che stava appoggiando i cuscini sul letto, Brian non fece caso all'"abbigliamento" che stava indossando: solo un paio di "mini" - boxer neri. Per lui era normale, ma la nonna, nonostante fosse avanti con l'età, non poté fare a meno di esclamare...
- Complimenti ragazzo! Sei proprio messo bene!- esclamò la donna facendo scivolare il suo sguardo dalla testa ai piedi...
Brian alzò gli occhi, vide la nonna di Aj sulla soglia della porta, stava per dirle un gentile "buongiorno" quando nella sua testa si fece presente la frase di quest'ultima, il ragazzo abbastanza imbarazzato prese di corsa il paio di pantaloni di jeans che erano posti a pochi centimetri da lui, non appena finì di abbottonarsi i pantaloni, sentì la chiave girare nella serratura del bagno, facendo uscire Aj quasi vestito, (doveva solamente mettersi una t - shirt), quest'ultimo vide la nonna e...
- Buongiorno nonna!- disse dandogli un affettuoso bacio sulla guancia, Brian nel frattempo si era andato a rifugiare nel bagno...
- Hai proprio un bel ragazzo come amico!-
- Nonna!- rispose Aj quasi a tono di "rimprovero"
- Che cosa ho detto di male? Gli occhi mi funzionano ancora e quando c'è qualcosa di bello da ammirare, è giusto che io lo faccia, fino a che mi sarà possibile farlo!-
Aj gli sorrise e...
- Dai nonna, che ti accompagno di sotto a fare colazione...-
La signora sorrise al nipote, i suoi occhi castani brillavano, gli si illuminavano ogni volta che gli stava vicino, era legata ad Aj in un modo forte, quasi straordinario, il loro era un legame bellissimo, fatto di complicità, di risate, di scherzi, ma anche di pomeriggi passati sul divano del salotto a parlare dei primi innamoramenti del ragazzo, delle prime figuracce fatte proprio davanti alla "ragazza dei suoi sogni", chiacchierate che terminavano con un grande ed immenso abbraccio colmo di un grande affetto che l'uno provava nei confronti dell'altro...
§*§*§
Le mani di Brian scorrevano lentamente sulla sua faccia, l'acqua con delicatezza scivolava lungo i suoi zigomi fino ad arrivare alle sue labbra per scendere poi sul mento, i suoi occhi azzurri si specchiavano nello specchio che gli era davanti, non poteva non leggere nel suo sguardo quell'infelicità che era presente dentro se stesso, dentro il suo cuore...
Con Aj cercava di nascondere quel suo stato d'animo, cercava in ogni sorriso di far notare una serenità non presente, un equilibrio ancora saldo, ma sapeva benissimo che l'amico non ci credeva, notava i suoi silenzi, il suo far finta di niente, ma non per menefreghismo, ma solo per non stare ad assillarlo su una situazione che già era martellante di per se stessa...
La notte appena trascorsa per il ragazzo non era stata per niente facile, era stato in grado di dormire solo per qualche ora, il pensiero era sempre portato alla madre e a quel "terribile" rapporto di incomprensione che si era venuto a creare tra di loro...
Ad interrompere i suoi incessanti pensieri arrivò la voce di Aj che...
- BRI CHE NE DICI DI MUOVERTI?!-
Scosso da quella frase, prese l'asciugamano, ci affondò il volto, per qualche istante chiuse gli occhi cercando di allontanare ogni disdicevole pensiero, sembrava riuscirci, ma quel perdersi in un modo fantastico pieno di gioia e di letizia, durò poco, il solo riaprirsi degli occhi lo portò a scontrarsi con la dura e affliggente realtà...
Non avendo via di scampo, fece un bel respiro profondo, uscì dal bagno si diresse nella stanza, indossò, t - shirt e giacca, corse in fretta e furia al piano di sotto, dove Aj lo stava già attendendo davanti al portone di casa, non appena quest'ultimo lo vide scendere gli ultimi due scalini...
- Dai muoviamoci!- esclamò aprendo il portone per poi sbatterlo dietro di loro...
§*§*§
L'orologio del paese batteva chiaramente le 08:00 di una mattina già abbastanza movimentata per entrambi...
Aj e Brian si facevano spazio tra le già innumerevoli persone che popolavano il centro di Daytona Beach: casalinghe che con la calma nei passi si dirigevano al mercato, autorevoli manager di famose aziende, camminavano tranquillamente indossando uno dei loro abiti più costosi, tenendo con la mano destra la valigetta con tutti i più importanti documenti, mentre con l'altra tenevano stretto il cellulare all'orecchio, bambini che stringevano la mano della madre, nei cui occhi era possibile leggere la felicità tipica di un bimbo innocente, puro, non ancora intaccato dallo scorrere dell'età...
§*§*§
L'orologio al polso di Brian segnava le 08:05, i ragazzi erano quasi giunti a destinazione, non gli restava altro che attraversare la strada che li divideva dalla loro scuola...
Essendo in un ritardo pazzesco e temendo la nota sul registro di classe, sia Aj che Brian attraversarono la strada, incuranti delle auto che sfrecciavano da destra a sinistra e viceversa, erano quasi giunti dalla parte opposta, quando il rumore di una sfrenata si fece presente nell'aria...
Brian che si era fermato pochi istanti prima...
- EHY TU! COSA CAZZO FAI? SAI CHE CI SI FERMA QUANDO DUE PERSONE STANNO ATTRAVERSANDO LA STRADA?-
L'uomo, sulla cinquantina, occhi azzurri capelli che davano sul biondo, che stava alla guida, si affacciò al finestrino e...
- FORSE NON LO SAPETE, MA I PEDONI DOVREBBERO ATTRAVERSARE SULLE STRISCIE PEDONALI, NON VE LO HANNO INSEGNATO I VOSTRI GENITORI?-
Detto ciò, il volto dell'uomo ritornò all'interno dell'abitacolo dell'auto, chiudendo il finestrino, inserendo la prima e ripartendo verso la propria direzione...
Brian e Aj si guardarono, i loro occhi parlavano da soli...
Giunsero finalmente dall'altra parte del marciapiede, dopo tanta fatica riuscirono ad attraversare il cancello della scuola.
I ragazzi stavano raggiungendo l'ingresso, quando videro arrivare il bidello che stava chiudendo la parte destra della porta...
- NO ASPETTA! NON CHIUDERE!-
L'uomo alzò gli occhi, vide i due ragazzi che stavano correndo verso di lui, fece un profondo respiro e...
- I soliti ritardatari eh? Su forza muovetevi! La campanella della prima ora è già suonata!-
I ragazzi dopo tanto correre riuscirono ad oltrepassare l'ingresso, ma la loro corsa non era ancora finita, ognuno doveva raggiungere la propria classe.
Dopo aver percorso vari corridoi, Aj...
- Io sono arrivato!-
- Ok, Aj ci vediamo dopo all'uscita, buona lezione!-
- Ok, grazie anche a te, a dopo!-
Brian fece altri dieci passi e finalmente giunse davanti alla propria aula, vide la porta aperta, segno che il nuovo insegnante di Storia Medievale non era ancora arrivato, fece un bel respiro profondo, vi si inoltrò all'interno raggiungendo il proprio banco vicino a Summer.
La ragazza non appena lo vide arrivare...
- Temevo che non saresti più venuto...-
- E invece eccomi qua!-
- Ma cosa ti è successo? Perché hai il fiatone...-
- E' una lunga storia! Ti racconto dopo durante l'intervallo!-
Ad interrompere la loro conversazione arrivò lo sbattere di una porta, segno che il nuovo professore era arrivato, posò la sua borsa e il suo registro sulla cattedra, si mise seduto e...
- Seduti ragazzi! Io sono il vostro nuovo insegnante di Storia Medievale, mi auguro che riusciremo a passare un ottimo anno insieme...-
Brian non appena vide il nuovo professore...
- Ma io lui l'ho già visto?-
Summer lo guardò con un milione di punti interrogativi negli occhi e...
- E dove l'hai visto?-
Dopo averci riflettuto un attimo, esclamò:
- Ma certo! E' l'uomo che questa mattina ha tentato di mettere sotto, con la sua auto, me e Aj mentre stavamo attraversando la strada...-
- Cosa vuoi dire? Che abbiamo un assassino come insegnante?!-
- Bhè...Non esagerare adesso!-
- Sei tu che l'hai detto, non io!-
- Summer, iniziamo subito di prima mattina?!-
Il loro conversare venne immediatamente ripreso dall'uomo che...
- Ehy, voi due laggiù in fondo, posso sapere che cosa avete di così interessante da dirvi?-
- Niente, professore, ci scusi!- rispose Summer a nome di entrambi
L'insegnante sembrò accontentarsi della risposta e...
- Bene, allora iniziamo con la lezione!-

CAPITOLO 7

Unforseeable Morning...
Il professore aveva già preso il libro di testo dalla sua borsa, stava sfogliando le prime pagine fino a giungere al capitolo che avrebbe dovuto spiegare nella sua prima lezione, quando si rese conto che si era dimenticato di dire qualcosa ai suoi alunni: non si era presentato...
Si tolse gli occhiali che aveva indossato solo qualche istante prima, li posò sul libro di testo, tornò a guardare ogni singola faccia dei ragazzi che aveva davanti e...
- Prima di iniziare in maniera definitiva la nostra lezione, è giusto che mi presenti e che almeno sappiate come si chiami il vostro nuovo professore...-
Alcuni alunni avevano portato tutta la loro attenzione sul nuovo insegnante, altri invece stavano chiacchierando tra di loro, cogliendo gli ultimi bricioli di istanti prima del "divieto assoluto" di proferire parola...
Tra il brusio un po' fastidioso che regnava nella classe, vi erano anche Brian e Summer che stavano continuando a parlottare tra di loro, incuranti di tutto, anche della prima ripresa effettuata dal professore non appena entrato in classe...
- Ho chiesto a Joanna di uscire con me...-
- Ah...e...chi sarebbe questa Joanna?-
- Ma come non conosci Joanna?-
- No, non la conosco perché è forse un reato non conoscerla?-
- Mi sembra strano, visto che è la ragazza più bella della scuola! Joanna della IV D?-
- Ah ho capito! Non sei il primo che sta cercando di invitarla fuori...Non voglio distruggere tutti i castelli che ti sei fatto in testa, ma ad ogni invito che ha ricevuto da ogni singolo ragazzo di questa scuola, ha risposto di no, lei mira più in alto, se vuoi un consiglio, lascia perdere e mira più in basso!-
- Perché, tu pensi che possa dire di no anche a me?-
Summer fece il gesto di pensarci un po' su, poi con un tono di voce abbastanza convinto, rispose:
- Sì!-
Mentre Brian e Summer stavano continuando a parlare delle conquiste che andava facendo il ragazzo, il professore:
- Per anni ho lavorato al Abram Lincon Istitute, nel Noth Carolina, insegnavo Storia Moderna, poi ho ricevuto quest'offerta di lavoro ed ho accettato in men che non si dica, quindi eccomi qua a svelarvi tutti i più reconditi segreti della Storia Medievale: tutto quello che volevate sapere, ogni singola curiosità, la più stupida, la più intelligente; il professor Dylan Littrell e qua per rispondere ad ogni vostra domanda...-
Brian stava scherzando con Summer, quando si ritrovò con quel appellativo che gli passava da una parte all'altra del cervello senza riuscire ad abbandonarlo, non riusciva a capire come mai avesse quella strana sensazione all'aver udito quel nome, Summer, lo stava osservando e vi notò un qualcosa di strano all'interno del suo sguardo, provò a chiamarlo...
- Bri?-
- .......- ma niente la sua voce sembrava disperdersi nell'aria...
Brian lentamente portò il suo sguardo sul nuovo professore che stava tranquillamente parlando all'intera classe, non riusciva a distogliere gli occhi dalla sua figura, notava qualcosa di molto famigliare in lui: quello sguardo gli sembrava di conoscerlo molto bene, quella voce gli sembrava di averla già sentita, quelle mani che stavano gesticolando nell'aria non gli sembravano sconosciute e all'improvviso la sua mente fece un salto nel buio, in quel buio chiamato passato...
La sua mente rivedeva quegli occhi azzurri come i suoi guardarlo con amore, sentiva quella stessa voce chiamarlo, a volte con dolcezza altre con rimprovero, percepiva chiaramente quelle forti braccia, abbracciare il suo piccolo corpo di bambino.
Adesso gli era tutto chiaro, ma nonostante avesse capito, nonostante fosse sorta la chiarezza dentro di lui, non riusciva a muoversi, non poteva crederci, non poteva essere possibile, non riusciva a capire se stesse vivendo di un sogno, oppure di un incubo.
Per anni era stato ad attendere il suo ritorno, non aveva mai perso la speranza di poter un giorno, ricongiungere la sua famiglia, aveva sempre atteso quel momento, ma adesso? Adesso che cosa stava accadendo al suo cuore? Che tipo di sensazioni stavano lottando dentro di lui? Non sapeva darsi riposta, continuava a guardare quegli occhi blu, continuava a "specchiarcisi" dentro come faceva quando era bambino, ma non riusciva più a provare quelle stesse sensazioni, quelle stesse emozioni, era mai possibile che 12 anni avessero cambiato così tante cose? Probabilmente doveva essere vero se si sentiva così: Così perso, così impreparato ad una situazione che non era più nel preventivo della sua vita...
I suoi occhi sembravano essersi persi nel vuoto, Summer continuava a chiamarlo, continuava a scuoterlo, ma niente sembrava destarlo dallo stato di "torpore" nel quale era caduto...
Il professore, che non si era assolutamente accorto di niente, continuava a parlare, ignaro, che tra quei 20 alunni ve ne era uno a cui era molto legato...
- Bene, adesso che è terminata la mia noiosa presentazione, direi di passare ad argomenti più interessanti...-
Riprese gli occhiali che aveva deposto sul libro, guardò con attenzione la prima pagina del registro dove erano riportati tutti i nomi degli alunni e...
- Prima di iniziare in maniera definitiva la lezione, facciamo l'appe...- la sua voce si fermò non appena i suoi occhi videro il ragazzo dell'ultimo banco alzarsi in piedi, nessuno riusciva a capire che cosa stesse accadendo, in pochi istanti l'attenzione di tutti i suoi compagni erano puntati su di lui...
- Che cosa c'è? Ha forse qualche domanda da pormi?- chiedeva il professore non riuscendo a capire come mai uno dei suoi alunni si fosse alzato in piedi...
La domanda dell'uomo attraversava le orecchie del ragazzo senza procurargli nessun tipo di reazione, ormai Brian era proiettato in quella realtà a cui non sapeva dare un nome, le uniche flebili parole che riuscirono ad uscire dalla sua bocca furono...
[Pa...pà...]
Il resto della classe non era riuscita a sentire la flebile, ma importante parola che era uscita dalla sua bocca, solo Summer che era vicino a lui aveva percepito quel vocabolo...
La ragazza era rimasta attonita, non riusciva a crederci, gli sembrava troppo irreale per poter essere vero, all'improvviso si sentì impotente, continuava a fissare gli occhi del suo migliore amico, leggeva nel suo sguardo un incredulità quasi spaventosa, accompagnata dal dolore, un dolore che non se ne era mai andato in quegli anni, trascorsi veloci come il vento, e una rabbia ancora presente dentro di lui: Rabbia per non essersi mai fatto sentire, rabbia perché si era dimenticato di aver messo al mondo un figlio, rabbia per averlo abbandonato, rabbia per essersene andato senza averlo salutato, rabbia contro se stesso per avergli continuato a voler bene nonostante una sera avesse sbattuto la porta di casa e non fosse mai più tornato...
Summer conosceva molto bene quei sentimenti che stavano lottando dentro di lui, più volte Brian si era confidato con lei, più volte percepiva nelle sue parole un amarezza che non si meritava e un adorazione per suo padre forse fin troppo esagerata, conosceva bene quel rapporto che li legava, sì un rapporto di padre - figlio, ma anche di migliori amici.
Più volte era stata invitata a fare da spettatrice alle loro improvvisate partite di basket, si metteva seduta poco distante da loro su un piccolo rialzo presente nel loro giardino e li guardava: li vedeva divertirsi, entrambi con il sorriso sulle labbra, vedeva gli occhi Brian brillare come non mai, osservava il padre "far finta" di placcarlo per far sì che il suo piccolo figlio facesse canestro...
Ma adesso quel piccolo figlio era cresciuto, lo aveva davanti, continuava a guardarlo senza riuscire a capire la sua reazione, senza riconoscere che quella figura in piedi, dietro il suo banco era il figlio che aveva "abbandonato" senza perché, senza dargli una motivazione più che valida...
Dylan, vedendo che il ragazzo non proferiva parola decise di intervenire, ansioso di mettere fine a quella spiacevole situazione che si era venuta a creare:
- Per quanto ancora vuole stare in piedi? Magari se si accomoda potremo iniziare con la lezione...-
Quell'ultima frase del professore arrivò chiara alle orecchie di Brian, non riusciva a crederci, non poteva essere vero che quell'uomo pensasse solo a fare lezione quando aveva di fronte suo figlio, non voleva e non poteva crederci, come era possibile che non lo avesse riconosciuto? Eppure aveva i suoi stessi lineamenti, i suoi stessi occhi, il suo stesso taglio di bocca...
Frastornato da tutta quella situazione che gli era caduta sulle spalle come un macigno dal peso insostenibile, senza proferire parola e sotto gli occhi increduli di tutti, prese, e con fare abbastanza veloce, aprì la porta della classe, stava per chiuderla dietro di se quando la voce dell'uomo si fece presente nell'aula...
- Dove ha intenzione di andare? Sa che per uscire dalla classe, mi deve chiedere il permesso?-
Brian incurante delle parole appena udite, sbatté la porta dietro di se, lasciando tutti sbalorditi, nessuno riusciva a capire, se non Summer che stretta nel suo banco aveva abbassato lo sguardo...
§*§*§
Le mani bagnate di Brian passavano lentamente sulla sua faccia nella speranza che quest'ultima riuscisse a pulire il suo cuore da tutte le emozioni contrastanti che stavano convivendo dentro di lui...
Con la mano destra chiuse il rubinetto dell'acqua fredda, alzò il suo viso che si "scontrò" con l'irriverente specchio che gli era di fronte, continuava a guardarsi, vedeva una faccia "sconvolta", due occhi confusi che non riuscivano a comprendere come mai quell'uomo fosse nella sua classe, come mai fosse diventato il suo professore di Storia Medievale, mai si sarebbe aspettato di trovarselo di fronte, non riusciva a crederci, più ci pensava, più gli sembrava la cosa più assurda che gli fosse potuta capitare, avrebbe potuto immaginarsi di tutto, ma non di arrivare un giorno a scuola e di trovarsi come nuovo professore suo padre: un uomo che aveva sempre ammirato.
Per Brian era l'esempio da seguire, in tutto e per tutto, era riuscito a far carriera nonostante molte persone gli avessero messo i bastoni fra le ruote, era una persona caparbia, determinata, pronto a perseguire il suo obiettivo anche se di fronte a lui ci fossero stati migliaia di ostacoli uno più difficili dell'altro, lo vedeva rientrare a casa la sera tardi, a volte anche a notte inoltrata, lo osservava gettarsi sul divano completamente distrutto, in qualche occasione anche scoraggiato, ma bastava che il suo piccolo "figlio ribelle" si gettasse tra le sue braccia per ritrovare il sorriso e la forza di lottare in tutto ciò in cui credeva ardentemente...
Ma adesso che cosa era successo? Perché i suoi occhi non riuscivano più a ritrovare quel padre ambizioso che aveva sempre ammirato? Perché non riusciva più a guardare quegli occhi come prima? Forse per colpa della rabbia? Della delusione che Dylan era stato in grado di dargli? Troppe cose erano successe in quei 12 anni, troppi eventi che li aveva cambiati entrambi...
Brian tornò ad abbassare lo sguardo, le sue mani stringevano forte i lati del lavabo a cui si era appoggiato...
"Perché sei tornato adesso? Perché? Perché sei diventato il mio professore? Perché è dovuto succedere tutto così in fretta? Perché in questo modo? Perché non mi hai cercato prima? Per anni sono stato ad attendere una tua telefonata, una tua lettera, ma non ho mai ricevuto niente, solo il silenzio più assoluto...
Perché non ti sei mai fatto sentire? Perché mi hai lasciato da solo con mia madre? Perché non eri presente quando io avevo bisogno di un padre? Perché te ne sei andato senza salutarmi? Perché mi hai escluso completamente dalla tua vita? Perché sei scomparso come se niente fosse? Perché sei rientrato con 'prepotenza' nella mia vita? Perché papà? Perché?"
Quei "perché", quelle domande erano destinate a rimanere, per adesso, senza risposta, gli martellavano la testa, non gli davano tregua, sembrava una cassetta che si ripeteva in continuazione e più lui cercasse di premere stop, più quel tasto sembrava non voler funzionare...
Con l'intenzione di scacciare quei pensieri, tornò ad aprire il rubinetto dell'acqua fredda, infilandovi con sicurezza la testa. L'acqua scivolava tranquilla sui suoi capelli, accarezzando lentamente le sue guance, chiuse istintivamente gli occhi, incurante del getto freddo che sentiva sopra la sua testa...
"Perché queste domande non scivolano via così facilmente come l'acqua che sento scorrere sopra la mia testa?"
§*§*§
Intanto all'interno della classe...
Il professore non vedendo rientrare il suo alunno...
- Qualcuno può andare a cercare il vostro compagno?-
Summer non se lo fece ripetere due volte, istintivamente alzò la mano e...
- Vado io professore!-
- Bene, signorina...- il professore era alla ricerca del cognome della ragazza che si era già alzata in piedi...
Vedendo l'uomo in difficoltà, Summer lo anticipò e...
- Maclaine...-
- Ok signorina Maclaine! Oltre a richiamare all'ordine il suo compagno di banco, le riferisca anche che se non rientra in aula tra cinque minuti, sarò costretto a fargli una nota sul registro di classe...-
In quel preciso istante non gli interessava ciò che aveva da dire quell'uomo in giacca e cravatta, voleva solo andare a cercare Brian e accettarsi delle sue condizioni psicologiche, e per tagliare corto quel discorso che si stava trascinando per le lunghe, fece un assenso positivo con la testa, uscendo successivamente dalla classe.
Si ritrovò in quel lungo corridoio, si stava dirigendo verso il bagno dei ragazzi, quando da quella stessa porta, vide uscire Brian, immediatamente corse verso di lui chiamandolo...
- BRIAN!- ma quella voce sembrava non sentirla...
Summer vedendo che non rispondeva, provò a chiamarlo di nuovo...
- EHY BRI!-
Brian persisteva a non sentire la voce dell'amica, continuava ad essere assente dal mondo reale, iniziò a correre lungo il corridoio della scuola, Summer a ruota lo seguì con fatica e con altrettanta difficoltà riuscì a stargli dietro, i suoi occhi castani videro chiaramente le braccia dell'amico, dare un forte strattone alla maniglia anti - panico del portone che divideva l'edificio dal giardino...
Il ragazzo aveva iniziato a percorrere l'area del cortile, un leggero venticello era arrivato ad accarezzare il suo viso e a scompigliare i suoi capelli, i suoi occhi blu erano puntati verso un punto indefinito che andava oltre a quel maestoso albero verde che gli era davanti, a fargli compagnia i suoi tormentati pensieri che non avevano nessuna intenzione di andarsene...
Ad interrompere quei pensieri, arrivò una voce femminile leggermente affaticata...
- Bri, mi devo allenare per correrti dietro?- ma neppure quella battuta fece smuovere Brian dal suo stato d'indifferenza nei confronti di tutto quello che lo circondava...
Summer alzò lo sguardo, lo vide poco distante da lei, voltato di spalle con le mani nelle tasche dei pantaloni di jeans, fece un bel respiro profondo, abbassò gli occhi, si avvicinò timidamente a lui, gli mise con altrettanta "timidezza" una mano sulla spalla, temeva di disturbare la sua silenziosa angoscia...
A quel tocco, Brian chiuse per qualche istante gli occhi, ma non si voltò, sapeva che dietro di lui c'era la sua migliore amica, quell'amica disposta ad ascoltare ogni sua singola parola, ogni suo stato d'animo...
§*§*§
All'interno dell'aula, intanto il professore aveva già iniziato a fare l'appello...
- Daniel Grandville...-
- Presente!-
- Alexandra Hamilton-
L'insegnate si guardò intorno nell'attesa di vedere una mano alzata, passarono pochi istanti e una voce di ragazza, rispose...
- Assente!-
L'uomo segnò l'assenza sul registro e andò avanti con l'appello...
- Daisy Hawkins-
- Presente!-
- Nancy Jackson-
- Presente!-
- Phoebe Jefferson-
- Presente!-
- Faith Lawrence-
- Presente!-
- Tracy Lewis-
- Presente!-
- Brian Littrell-
Non appena ebbe finito di pronunciare quel nome, un "incertezza" si insediò nella sua mente...
"Questo nome non mi è nuovo!"
Alzò la testa con la speranza di collegare quel nome ad un volto, ma le sue speranze caddero infrante, non appena un ragazzo del primo banco dai capelli rasta, gli disse...
- Si tratta di quel ragazzo che è uscito dall'aula senza chiederle il permesso!-
- Ah, ho capito!- rispose l'insegnante un po' deluso dalla risposta del suo alunno...
Si tolse quel pensiero dalla testa convincendosi che si trattava solo di una fantasia entrata nella sua mente chissà in che modo e come se niente fosse successo, tornò al suo lavoro...
§*§*§
In giardino...
Summer decise di rompere quello strano silenzio che si era creato e...
- Hai voglia di parlarne?-
Brian a quella domanda si voltò verso l'amica, dopo un attimo di incertezza portò il suo sguardo su di lei e...
- Che cosa devo dirti? Mi pare che non ci sia niente da dire, penso che la reazione che ho avuto, abbia parlato al posto mio!-
- Sei sicuro? A volte liberarsi dal peso che ci affligge non può farci altro che bene...-
Brian tornò a voltarsi dall'altra parte, il suo sguardo era rivolto verso l'azzurro del cielo, il cui colore si confondeva con quello dei suoi occhi...
- Non mi sarei mai aspettato di trovarmi in una situazione del genere, cinque minuti prima stavo tranquillamente ridendo e scherzando con te, cinque minuti dopo invece...- le parole gli si bloccarono in gola, non riuscendo più a parlare...
Summer si fece presente di fronte ai suoi occhi e...
- So benissimo Brian che per te non è assolutamente una situazione facile, questa proprio non ti ci voleva, non hai finito di litigare con tua madre che...-
Brian non gli dette il tempo di finire la frase che l'anticipò...
- Mi ritrovo mio padre a pochi centimetri da me! E' un assurdità Summer, una completa assurdità!-
Il ragazzo si ritrovò a scuotere la testa incredulo e quasi in preda alla "non più sopportazione"...
- Che devo fare Summer? Come mi devo comportare con mio padre?-
La ragazza continuava a guardare gli occhi imploranti dell'amico che attendevano la risposta che gli avrebbe dato un attimo di respiro, che gli avrebbe consentito di sentirsi più leggero e non schiacciato completamente da quella situazione...
Era arrivato il momento: il momento che Summer attendeva, immaginava, sentiva, percepiva che Brian gli avrebbe posto quella domanda, e si sentiva una nullità perché non aveva una risposta da dargli...
- Credimi, vorrei con tutto il cuore darti una risposta, ma credo che la soluzione alla domanda che mi hai posto, ce l'abbia solo tu, forse in questo momento ti sfugge ed è anche comprensibile, sei completamente sconvolto...-
- Sconvolto è dir poco!-
- Immagino...- rispose la ragazza abbassando per qualche istante la testa, dopo un attimo di silenzio, la sua voce tornò a farsi presente e...
- ...Sappi Bri, che se hai bisogno di qualcosa, di una qualunque cosa, di sfogarti o di parlare solamente, io ci sono, sono qua, pronta ad ascoltare ogni singola parola che uscirà dalla tua bocca, non ho nessuna intenzione di lasciarti da solo, non l'ho mai fatto e non lo farò neppure adesso! Tu sei troppo importante per me e l'ultima cosa che voglio è vederti stare male!-
Per la prima volta in quella mattina, gli occhi di Brian ritrovarono un leggero barlume di luce, la paura di essere solo ad affrontare quella situazione, come d'incanto scomparve, non lo sarebbe mai stato e si sentiva uno "stupido" per averlo anche solo lontanamente pensato...
D'istinto abbracciò Summer, la strinse forte tra le sue braccia, non l'avrebbe mai voluta lasciar andare via, desiderava che quell'abbraccio potesse durare in eterno, non avrebbe mai più voluto aprire gli occhi per scontrarsi con la dura realtà che lo circondava, voleva stare tra quelle braccia per sempre, sentire i battiti del cuore della sua amica e vivere in eterno di quel sentimento così grande, che lui sapeva esistere tra di loro, l'unico vero sentimento, l'unico affetto che non aveva mai messo in dubbio, l'unico in cui aveva sempre creduto e che aveva sempre trovato quando ne aveva bisogno, proprio come in quel momento, in quell'istante, in quella situazione...
Un paio di minuti dopo, Summer e Brian si staccarono, ritrovandosi a pochi centimetri l'uno dall'altro, gli occhi del ragazzo si specchiavano in quelli di lei e viceversa, un tumulto di emozioni sembrava invadere entrambi...
Summer non riusciva a capire perché stesse provando quelle "strane" sensazioni che sembravano avere un sapore diverso dall'amicizia...
Lentamente l'uno si avvicinò all'altro e per "colpa" di un piccolo spostamento involontario di Brian, le labbra di Summer si posarono a pochissimi centimetri dalla sua bocca...
Non appena si staccarono, Brian per lo shock avuto durante quella mattina che sembrava essere divenuta interminabile, cadde pesantemente a terra, sul manto erboso, Summer lo seguì a ruota, la ragazza cercava lo sguardo dell'amico che era rivolto dalla parte opposta, gli posò la mano sulla spalla, Brian sentiva le lacrime salirgli agli occhi, ma lui non voleva piangere, voleva essere forte e cercava di coprire quella sua debolezza chiedendosi...
- Ti rendi conto Summer? Sono passati 12 anni!-
Al solo pensare a cosa era successo in tutti quegli anni, al solo ricordarsi che cosa aveva dovuto sopportare il suo cuore per colpa di suo padre, il ragazzo forte crollò in maniera definitiva sulle ginocchia di Summer...
La ragazza colta alla "sprovvista", portò le sue mani perfette e curate sulla testa dell'amico accarezzando con dolcezza i suoi capelli e la sua tristezza mentre i singhiozzi di Brian si perdevano nel silenzio dell'immenso giardino della scuola...

CAPITOLO 8

It's Hard To Take Courage...
Nell'aula, la voce del professore risuonava chiara...
- ...Nasce così l'ordine dei cavalieri, del quale si entra a far parte grazie a una vera e propria cerimonia religiosa, l'investitura, promettendo di rispettare senza macchia e senza paura il codice d'onore. E non è raro che in una società, in cui non mancano ingiustizia e arbitrio, i cavalieri vengano messi a dura prova.
Cosi questi cavalieri erranti mettono a disposizione della giusta causa le loro armi, ponendosi al servizio di un signore o di una dama, e dando spesso vita a duelli, chiamati <<singolar tenzone>>, nel corso di giostre o tornei.
Le gesta dei cavalieri che incarnano l'ideale medioevale di umanità, in cui fede e valore guerriero fanno tutt'altro, hanno ispirato una splendida e vasta letteratura in molti Paesi d'Europa.-
Il professore finito il discorso tacque, nell'attesa di vedere se vi era qualche alunno che aveva domande o dubbi da porgli. Scorse con lo sguardo ogni singolo volto dei suoi ragazzi, in alcuni leggeva chiarezza, in altri la confusione più totale, in altri ancora il disinteresse più allarmante. I suoi occhi giunsero infine agli ultimi due banchi ancora vuoti, solo in quel preciso istante si ricordò di che cosa era successo in quel suo primo giorno di lavoro, istintivamente abbassò la testa, sbuffò, tornò a guardare gli alunni e...
- Vedo che i vostri compagni, non sono ancora rientrati...-
I ragazzi guardavano il professore senza proferire parola, che cosa avrebbero potuto rispondergli? La risposta era chiara davanti agli occhi di tutti. Arrivato a quel punto non ebbe altra soluzione, chiuse il libro di testo dal quale aveva appena finito di spiegare il primo paragrafo del primo capitolo di Storia, si impuntò sui piedi facendo scorrere la sedia all'indietro e...
- Ragazzi, per favore restate calmi!- ed uscì alla ricerca dei due ragazzi che sembravano essere stati inghiottiti dalla scuola...

I piedi dell'uomo camminavano con sicurezza le fredde e piccole mattonelle bianche dell'edificio, passò davanti alla cattedra del bidello, vi si fermò e...
- Mi scusi, può tenermi d'occhio per qualche minuto la V B! Torno subito!-
- Certo professore!- rispose un uomo sulla quarantina, alto all'incirca 1.60, occhi castani, capelli neri, avvolto nella sua tenuta da lavoro: una "vestaglia" di colore blu...
Dylan continuava a camminare lungo quel corridoio che all'improvviso gli sembrava essere diventato infinito, ad un certo punto arrivò ad un bivio: si guardò a sinistra e i suoi occhi non videro altro che un paio d'insegnanti che stavano confabulando tra di loro sulla lezione appena tenuta, portò il suo sguardo a destra notando il silenzio più totale, quasi scoraggiato, stava per tornarsene in classe quando di fronte a se vide una porta e...
"Forse potrebbero essere in giardino!" e sollevato da quell'ipotesi, si diresse verso quella direzione, le sue braccia spinsero la porta anti - panico e in un battibaleno fu sulla soglia del cortile, con tranquillità vi si inoltrò, i suoi occhi blu si guardavano intorno, ma quello che riusciva a vedere era solo una natura incontaminata: alberi maestosi e fronzuti che oscillavano accompagnati dolcemente da un leggero venticello, poco più in là, un salice piangente ancora verde e rigoglioso, istintivamente lo sguardo dell'uomo si spostò a destra vedendo due ragazzi, immediatamente si diresse verso di loro tirando un sospiro di sollievo...
§*§*§
Lo sfogo di Brian aveva appena trovato la sua fine, la mano del ragazzo passava sui suoi occhi togliendo gli ultimi residui di lacrime che non avrebbe mai creduto di poter versare per suo padre, per una situazione assurda come quella...
Nonostante il suo sfogo, nonostante le tante lacrime versate, non riusciva a trovare pace dentro se stesso. Quella delusione, quella rabbia non poteva essere cancellata, era stata troppo grande, troppo immensa, cercava di non pensarci, cercava di mandare via quel pensiero che si ripresentava puntualmente dopo qualche istante, ma ogni suo tentativo si rivelava vano, vano come la voglia di cancellare quel nome (Dylan) dal suo cuore, dalla sua mente, dalla sua anima, ma sapeva bene da solo che non sarebbe mai stato possibile, non si trattava di una persona qualsiasi, non si trattava di un uomo sconosciuto entrato per caso nella sua vita, si trattava di suo padre, quella persona che con amore gli aveva donato la vita, quella persona che con affetto lo aveva rialzato quando da piccolo cadeva. Era l'uomo con cui rideva, era l'uomo che lo sgridava quando sbagliava, era l'uomo che a Natale si vestiva da Santa Claus facendogli trovare tutti i più bei regali che un bambino potesse desiderare sotto l'albero, era l'uomo che la sera gli si sedeva vicino per insegnargli a leggere e a scrivere, per insegnargli a vivere la vita difficile di tutti i giorni e nonostante la sua volontà, nonostante la sua rabbia e la sua delusione non poteva e non riusciva ad odiarlo, gli era impossibile...
Summer gli era accanto, lo guardava stare male soffrendo insieme a lui, avrebbe voluto poter far di più, ma era consapevole che aveva già fatto tutto ciò che gli era possibile fare, avrebbe voluto proferire parola per rompere quel silenzio pungente che si era venuto a creare, ma che cosa poteva dire? Ogni frase, ogni parola sarebbe stata inutile, niente sarebbe riuscito a risollevare l'animo di Brian, niente sarebbe stato in grado di cancellare ciò che con forza e decisione si era insediato dentro di lui...
A rompere quel silenzio pieno di significati, arrivarono dei passi, Summer alzò lo sguardo, Brian si voltò verso sinistra trovandosi di nuovo faccia a faccia con Dylan: non ci poteva credere, gli sembrava impossibile e adesso? Adesso che cosa sarebbe successo?
La risposta alla sua domanda arrivò non appena l'uomo proferì parola...
- Voi due non dovreste essere in classe a fare lezione con i vostri compagni?-
Brian a quel punto non ci vide più, se ne fregava di dover fare l'alunno modello, l'alunno educato che non risponde male al professore, adesso quello che gli era davanti non era il suo insegnante, ma solo suo padre; quello stesso padre che con ferocia lo aveva prima ferito e poi era scappato fregandosene altamente delle sue condizioni...
Alzò lo sguardo, tornò a guardare con freddezza e con rabbia quegli stessi occhi blu che da piccolo amava e...
- E tu non dovresti essere a fare il padre?-
L'uomo sgranò gli occhi, non riusciva a credere alle sue orecchie, chi si credeva di essere quel ragazzino per parlargli così? Che cosa voleva da lui?
- Che cosa vorresti dire? Chi ti credi di essere per parlarmi cosi e con questo tono arrogante?-
- CHI MI CREDO DI ESSERE? VUOI DAVVERO SAPERE CHI MI CREDO DI ESSERE?- Brian si era alzato avvicinandosi "minacciosamente" all'uomo gettando su di lui il suo sguardo pieno di rabbia...
- SI'!- la voce dell'uomo si era alzata allo stesso tono del ragazzo
- MI CREDO DI ESSERE QUELLO STESSO RAGAZZO CHE TU HAI ABBANDONATO 12 ANNI FA!-
L'uomo sgranò gli occhi, non riusciva a credere alle sue orecchie, che cosa stava dicendo quel ragazzo? Non poteva essere possibile, gli stava facendo uno scherzo, di pessimo gusto, tra l'altro...
Brian, vedendo che l'insegnante non riusciva a proferire parola, continuò ad infierire senza nessuna tregua, senza più freni, per troppo tempo si era tenuto tutto dentro, adesso era arrivato il momento, per lui, di parlare, di tirare fuori tutto quello che aveva tenuto nascosto, tutta la rabbia e la delusione che provava nei suoi confronti, nei confronti di quell'uomo che adesso aveva davanti a se...
- NON TI RICORDI DI ME VERO? MA COME PUOI RICORDARTI DI ME, SE NON LO HAI MAI FATTO IN 12 ANNI? MI HAI CANCELLATO DALLA TUA VITA, MI HAI DATO UN NOME, MA QUELLO STESSO NOME LO HAI ELIMINATO NON APPENA TE NE SEI ANDATO DI CASA, SBATTENDO LA PORTA!...-
Dylan abbassò lo sguardo, in un attimo, il passato gli stava tornando alla mente, soprattutto quella sera in cui aveva preso la decisione di abbandonare la persona più importante della sua vita: suo figlio.
L'uomo stava male al solo ricordo, ma Brian non ebbe pietà e andò avanti, placcando leggermente i toni...
- Per interminabili giorni sono stato seduto davanti alla finestra di casa ad aspettare il tuo ritorno, sono stato per mesi interi ad attendere una tua chiamata, una tua lettera, ma niente, quello che ho avuto in cambio è stato solo il silenzio più assoluto! Tu mi hai abbandonato, mi hai lasciato da solo, hai permesso che affrontassi i momenti più difficili della mia adolescenza senza di te, hai permesso che crescessi senza la tua presenza, hai permesso che l'affetto e l'ammirazione nei tuoi confronti andasse a farsi fottere e adesso come per magia torni dal passato dopo 12 anni, torni nel paese dove sai bene che c'è tuo figlio, ma puntuale come sempre, non ti smentisci mai; non una telefonata, non un avviso, ti presenti in classe come il mio nuovo professore di Storia Medievale e io, IO...- Brian cercava con forza lo sguardo dell'uomo che si era abbassato senza rispondere alle "accuse" che gli venivano fatte...
- ...IO COME DOVREI SENTIRMI? COME DOVREI COMPORTARMI? Sai qual'è il mio unico e vero errore? E' che non riesco ad odiarti, non riesco a far finta che tu non esista, nonostante la rabbia e la delusione che c'è dentro di me...-
Dylan alzò lentamente lo sguardo guardando con titubanza gli occhi del figlio e sapendo di non avere nessuna giustificazione a ciò che era stato in grado di fare, borbottò un qualcosa che sembrava assomigliare ad una frase...
- Brian...non è come credi...ci sono stati eventi...che...mi hanno impedito di... farmi vivo con te...-
- Oh ma davvero! Non mi dire! Dylan Littrell finiscila di prendermi per i fondelli, non sono più un bambino di 5 anni, ne ho 18 e sono in grado di capire quando una persona sta mentendo alla grande, non ti arrampicare sugli specchi alla ricerca di spiegazioni, perché tanto non ce ne sono, faresti più bella figura se tu stesso ammettessi le tue mancanze di padre...-
Gli occhi di Brian lo guardarono un'ultima volta, scosse la testa deluso, si voltò dalla parte opposta dandogli le spalle, stava per andarsene quando...
- Brian, aspetta...-
Il ragazzo non gli dette nemmeno l'opportunità di parlare che...
- BASTA! Non ho più voglia di sentire la tua inutile voce! Torna in classe a fare l'insegnante, forse in quello sei più bravo!-
Brian aveva iniziato a camminare, stava per andarsene quando Summer in un batter d'occhio, preoccupata per lui, gli fu dietro...
- Brian...-
Il ragazzo non appena riconobbe la voce dell'amica, si voltò, non gli dette neppure il tempo di parlare che...
- Tu, torna in classe!-
- Ma Bri...-
- Non ti preoccupare per me, io sto bene!- rispose il ragazzo con dolcezza...
La ragazza non sembrava essere per niente convinta, ma un leggero sorriso che nacque dalla bocca dell'amico, sembrò rassicurarla e...
- Se lo dici tu...-
- Sì, lo dico io, ho solo bisogno di stare un po' da solo...-
Si guardarono per qualche istante negli occhi, Brian vedendo che Summer era ancora preoccupata per lui nonostante le parole uscite dalla sua bocca, prese con delicatezza la testa della ragazza tra le sue mani e dopo averle dato un casto bacio sulla fronte, gli ripeté...
- Davvero Summer, sto bene! Torna in classe, uno dei due i compiti li deve prendere no?!-
Ecco perché Summer voleva un bene immenso a quel ragazzo che aveva di fronte a lei, riusciva a tranquillizzarla, a regalarle un sorriso anche quando un intero tornado si era abbattuto sul suo cuore, spazzando via ogni singola traccia di felicità...
I due ragazzi si sorrisero pieni di complicità, Brian gli sorrise un'ultima volta e lentamente sparì all'orizzonte, mentre Dylan se ne stava fermo lì, in mezzo al giardino ancora scosso dalle parole che aveva sentito, avrebbe voluto andargli dietro e spiegare a suo figlio, a quel figlio che lui amava tanto, che le cose non erano andate come lui pensava, tanti eventi erano accaduti nella sua vita che lo avevano involontariamente allontanato da lui, ma come avrebbe potuto spiegare tutto ciò a un figlio ferito e deluso?
Impotente di fronte a tutto ciò, capì che in quel momento non poteva fare niente e con l'angoscia nel cuore tornò all'interno dell'edificio, si diresse in classe e con quasi un nodo in gola, continuò la sua lezione...
§*§*§
L'orologio batteva le 12:35 di una giornata divenuta interminabile...
Nel salotto dell'appartamento regnava il silenzio e la pace più totale perché Jackie era dovuta uscire per fare delle commissioni rivelatesi più lunghe del previsto, Brian dal canto suo si era rifugiato nella sua stanza, disteso sul letto, i suoi occhi blu fissavano il freddo ed inespressivo soffitto bianco mentre una lenta musica accompagnava quel suo stato d'animo completamente da dimenticare...

"You with the sad eyes
Don't be discouraged
Oh i realize
It's hard to take courage
In a world full of people
You can lose sight of it all
And the darkness inside you
Can make you feel so small..."

Ascoltava quelle parole uscire dalla bocca della cantante e più le sentiva, più capiva quanto gli appartenessero...
Si sentiva scoraggiato, scoraggiato dalla vita, da quella stessa vita che nelle ultime settimane non aveva saputo regalargli nient'altro che delusioni e l'ultima che aveva ricevuto rappresentava l'apice, l'apice di tutta la sofferenza che si era insediata dentro di lui con forza. Non riusciva più a capire niente, gli era tutto confuso, offuscato, a tastoni cercava "disperatamente" un appiglio a cui aggrapparsi, ma intorno lui vedeva il niente, la solitudine più totale e profonda...
Sentiva di essere da solo, percepiva che tutti lo avessero abbandonato, era cosciente che quel discorso non valeva per Summer, ma per i suoi genitori, quelle due persone che con amore gli avevano donato la vita...
Sembrava fosse diventato un figlio invisibile, sembrava che per la madre quel figlio esistesse solo a pranzo o a cena, quando si sedeva a tavola con lei, tra di loro non vi era più dialogo, ma solo infiniti scontri verbali che mettevano in discussione tutto quello che Brian faceva, non gli andava giù il rapporto con Summer, non si accontentava delle piccole soddisfazioni che riceveva a scuola, no a lei non bastavano, voleva di più da suo figlio, voleva quello che Brian non poteva e non voleva dargli, più volte aveva cercato di farglielo capire, più volte aveva cercato di fare un passo verso sua madre, ma quest'ultima ne faceva 10 indietro per allontanarsi ancora di più da lui, facendo cadere il ragazzo nella crisi e nella "disperazione" più assoluta, desiderando sempre di più la figura del padre al suo fianco e come per magia i suoi desideri erano stati avverati...
Suo padre era tornato, era nella sua stessa città, nella sua stessa scuola, nella sua stessa classe e all'improvviso quel desiderio scompare lasciando spazio a ferite mai guarite, ma ancora aperte e doloranti, non poteva credere che tutta la sua vita gli si fosse rivolta contro, come poteva essere possibile?
Non riusciva a trovare risposte, sentiva solo che non poteva più andare avanti in quel modo, si sarebbe solamente fatto del male da solo, doveva andarsene, staccare la spina, andare abbastanza lontano da quella casa, da quelle mura ancora troppo intrise di ricordi, andarsene da quella città che iniziava a stargli stretta, non sarebbe più riuscito a vivere, ogni giorno avrebbe dovuto incontrare facce amiche, far finta che non fosse successo niente e in alcuni casi avrebbe dovuto spiegare, ma che cosa avrebbe potuto spiegare? Perché sua madre non riusciva a capirlo? Perché suo padre come per magia era ritornato dal passato? No, non sarebbe mai stato in grado di dare risposte a domande che risposte non ne hanno...
E mentre la canzone continuava a risuonare tra quelle mura bianche...

"...Show me a smile then,
Don't be unhappy, can't remember
When i last saw you laughing
If this world makes you crazy
And you've taken all you can bear
You call me up
Because you know I'll be there..."

Si alzò dal letto, si diresse verso l'enorme armadio in legno massello della stanza, l'aprì e dopo tanto frugare trovò uno zaino, lo tirò fuori, aprì tutti i cassetti possibili, mettendo all'interno del suo "bagaglio di fortuna" lo stretto necessario: t - shirt, felpe, pantaloni di jeans e tutto ciò che gli sembrava indispensabile, lo chiuse e senza nessuna esitazione uscì dalla stanza sbattendo la porta, mentre le ultime parole della canzone risuonavano in quella camera ormai vuota...

"...Your true colors
True colors are beautiful,
Like a Rainbow..."
("True Colors - By Cyndi Lauper)
§*§*§
I suoi piedi giunsero nel grande salone di casa, depose per qualche istante lo zaino sul divano, prese un foglio di carta bianca, una penna e iniziò a scrivere...
"Me ne vado per qualche giorno, forse anche di più, ancora non lo so...
Me ne vado perché ho bisogno di stare da solo senza nessuno che mi stia con il fiato sul collo, non ti preoccupare per me, starò bene! Ciao!"
Sicuro di ciò che aveva scritto lo lasciò sul tavolo del salone, sotto un vaso di fiori che faceva da centrotavola, con una scritta che spiccava su tutto: "Per Mamma"
Riprese lo zaino che aveva abbandonato sul divano e si diresse verso il portone di casa, lo aprì con decisione e con altrettanta sicurezza lo chiuse dietro di se...

Raggiunse il garage di casa, lo aprì, saltò in macchina portando l'auto al di fuori del cancello, scese un'ultima volta per chiudere il tutto e poi partì verso una destinazione che si era fatta chiara nella sua testa (Kentucky)...

CAPITOLO 9

Far From My Thoughts...
L'auto: una Mazda di un colore blu metallizzato correva tranquillamente sulla strada provinciale che presto l'avrebbe portato dritto alla sua metà, entrò in autostrada, percorse dieci chilometri e all'improvviso si trovò a dover arrestare la marcia dell'automezzo per colpa di una lunga fila che si era formata proprio di fronte a lui. Scalò le marce fino a giungere alla prima, il suo piede sinistro si posò sul pedale della della frizione spingendolo fino in fondo, mentre il destro si presentava su quello centrale del freno iniziando a far diminuire la velocità fino a fermare del tutto la corsa dell'auto...
§*§*§
Mezz'ora dopo...
La fila scorreva a passo d'uomo, in quel lasso di tempo, Brian era riuscito a percorrere a malapena un chilometro, il finestrino era abbassato, il suo braccio era appoggiato su quella "sottile" linea dal quale appariva e scompariva il vetro, la mano destra era presente sul volante, dallo stereo dell'auto uscivano delle leggere note musicali che poi si trasformavano in parole, una voce maschile iniziò a cantare, (Peter Gabriel) la canzone la conosceva quasi a memoria, ("Big Time") il ragazzo stava per perdere la pazienza, non aveva nessuna intenzione di trascorrere tutta l'intera giornata su quella autostrada, batté fortemente il palmo della mano sullo sterzo ritrovandosi a "maledire" se stesso...
" Perché avrò avuto la stupida idea di prendere l'autostrada? Non avrei fatto meglio a fare il percorso tradizionale? Ci avrei messo cinquanta minuti in più, ma almeno non mi sarei ritrovato imbottigliato in questa coda diventata senza fine"...
§*§*§
I piedi femminili di una ragazza che indossava scarpe da ginnastica di un colore nero firmato Nike, percorrevano la strada che l'avrebbe condotta a casa. I suoi occhi castani erano bassi, fissavano il freddo e anonimo asfalto del marciapiede che stava percorrendo in compagnia dei suoi innumerevoli pensieri che andavano dal compito di letteratura inglese all'interrogazione di matematica a Brian: lui era la sua "preoccupazione" principale e in quel momento non vedeva l'ora di tornare a casa e di andare dal suo migliore amico per poter stare in sua compagnia. Vederlo stare male, faceva soffrire anche lei, non sopportava vedere Brian piangere, non sopportava vederlo in difficoltà, negli ultimi tempi di ostacoli ne aveva trovati abbastanza di fronte a lui, adesso desiderava solo un po' di tregua e tranquillità per il suo amico, se la meritava...
Senza rendersene conto, immersa in quei mille pensieri, era già giunta davanti casa, oltrepassò il cancello d'ingresso, inserì la mano nella tasca del suo giaccone nero di piuma d'oca, tirò fuori un mazzo di chiavi che aveva come soggetto un simpatico orsacchiotto, regalatogli da Brian per il suo 16° compleanno nella speranza di non essere più "derubato" dei suoi peluche più cari. Summer aprì il portone inoltrandosi all'interno, la madre che era in cucina a preparare il pranzo, avendo sentito lo scatto della serratura, si "affacciò" dalla porta e non appena riconobbe la figura della figlia che stava posando il giaccone all'attaccapanni...
- Ciao Summer!-
- .......- ma niente, la ragazza sembrava non aver neppure sentito la voce della madre, tanto era immersa nei suoi pensieri...
Marie ci riprovò, forse il tono della sua voce era stato troppo basso...
- CIAO SUMMER!- la ragazza riprese lo zaino, alzò il volto, vide la madre e con un flebile filo di voce, pieno di tristezza, rispose...
- Ciao mamma!-
La donna si rese immediatamente conto che era successo qualcosa a sua figlia, uscì dal suo regno chiamato cucina, si avvicinò a Summer e...
- Tutto bene a scuola?-
- Sì, mamma tutto bene!- rispose la ragazza sentendosi obbligata a farlo...
- Allora che cosa c'è che non va?-
- Niente mamma!-
- Sicura?-
Summer sbuffò e...
- Mamma, ti ho già riposto, va tutto bene!-
- Ma perché non ne vuoi parlare con me, magari posso esserti d'aiuto!-
A quell'ennesima frase della madre, Summer sbottò e...
- NON C'E' NIENTE DI CUI TI DEBBA PARLARE, TI HO DETTO CHE VA TUTTO BENE OK?- rispose voltandosi verso la rampa delle scale fino a scomparire quasi inghiottita da quegli scalini...
Marie la continuava a guardare, aggrottò le ciglia, non riusciva a capire che cosa fosse successo, si interrogava sul motivo per il quale la figlia non gliene volesse parlare, ma un odore non molto gradevole proveniente dalla cucina, la fece ritornare in se e...
- OH MIO DIO! IL SUGO!!!- esclamò la donna dirigendosi di corsa in cucina cercando di salvare il salvabile del suo pranzo...
§*§*§
Ore 14:30...
Dopo un'ora di interminabile fila, la Mazda correva tranquilla sulla strada provinciale di Roanoke, la mano destra di Brian portò il cambiò sulla quinta marcia, il tachimetro che gli era davanti segnava 100 km\h, i suoi occhi blu sembravano essere fissi, decisi e concentrati sulla strada che gli era davanti e che per il momento era libera e solitaria...
§*§*§
Ore 15:30...
Jackie aprì il portone di casa, oltrepassò la soglia d'ingresso con fatica per colpa di tutte le innumerevoli borse che gli occupavano le mani, chiamò a gran voce il figlio, convinta che quest'ultimo fosse già rientrato a casa...
- BRIAN...-
- .........- ma niente, dal piano superiore giungeva solo il silenzio più totale...
Chiuse il portone d'ingresso con il piede sinistro mentre con le borse che gli occupavano ogni centimetro di mano, si diresse verso la cucina, dopo averle deposte sul piano di marmo, tornò in salotto, si fece presente all'inizio delle scale e...
- BRIAN COS'E' SEI DIVENTATO SORDO? VIENI GIU' A DARMI UNA MANO! E' UN ORDINE!-
- ..........- ma niente, Jackie continuava a sentire il silenzio più assoluto, la donna sbuffò, d'istinto si voltò verso il tavolo del salotto, vide un bigliettino per lei, lo prese, lo aprì e lesse...
§*§*§
Una mano femminile suonò il campanello, pochi istanti dopo i suoi occhi videro la porta aprirsi, stava per proferire parola quando vide lo sguardo della donna che gli era comparsa davanti completamente perso, decise comunque di parlare e...
- Buongiorno signora Littrell! C'è Brian? Dovrei dargli i compiti...-
- .......- la donna non riusciva a parlare, un nodo gli si era presentato alla gola, impedendogli di proferire parola, Summer che gli era davanti non riusciva a capire che cosa avesse, che cosa gli fosse successo. In punta di piedi, provò di nuovo a parlare...
- Signora?-
Jackie sembrò tornare in se e...
- No, Brian non c'è...e adesso se vuoi scusarmi...- Jackie aveva iniziato a chiudere la porta, ma la mano della ragazza si presentò su quest'ultima impedendole la chiusura e...
- E posso sapere dov'è andato?-
- Non lo so...-
Summer stava iniziando a perdere la pazienza, quell'atteggiamento così freddo e indifferente nei suoi confronti iniziava a dargli sui nervi...
- Come non lo sa?-
- Summer, vuol dire quello che ho detto, non lo so!- la donna stava iniziando a perdere la pazienza così come la ragazza che gli era di fronte...
- E' assurdo che è una madre non sappia dove sia andato suo figlio!-
- Se lo sapessi non starei così in ansia, mi ha lasciato solo questo bigliettino!- rispose Jackie passando il foglio alla ragazza che prese immediatamente tra le sue mani, con un milione di punti interrogativi negli occhi iniziò a leggere, giunta alla fine di quelle tre righe, Summer guardò negli occhi la donna completamente "sconvolta" e persa alla ricerca di risposte che gli erano necessarie. La ragazza non riusciva a crederci, gli sembrava una decisione talmente assurda da non poter essere reale, entrambe si guardarono negli occhi e...
- Davvero non sa dove è andato?- continuava a chiedere Summer, come un disco che sembrava essersi incantato sempre sullo stesso punto, la sua mente vagava nel nulla più totale...
- Vorrei tanto saperlo...ma è forse successo qualcosa a scuola? Che ne so un'insufficienza presa ad un'interrogazione, ad un compito, non lo so...- chiedeva la donna ormai giunta allo stremo delle idee, facendosi largo nel suo appartamento e gettandosi a peso morto sul divano, le sue mani curate erano posate davanti al volto, Summer la seguì e all'improvviso alla ragazza sembrò tutto chiaro, era chiarissimo il motivo per quale se ne era andato, come poteva non averci pensato prima? Forse la notizia che Brian sembrava essere scomparso nel nulla, l'aveva talmente scossa a tal punto da dimenticare che cosa era successo in quell'indimenticabile mattina di Febbraio...
- Non credo si tratti, ne di un'interrogazione, ne di un compito!-
- E allora?- tornò a chiedere Jackie puntando il suo sguardo sulla ragazza...
Summer non sapeva come dirlo, che parole usare, ma in qualunque modo l'avesse detto il senso della frase non cambiava...
- Si tratta di suo padre...-
Gli occhi della donna, all'improvviso si spaventarono e...
- Che...che cosa vuoi dire Summer?-
- Che il nostro nuovo professore di Storia Medievale si chiama Dylan Littrell...-
La donna sbiancò in voltò, i suoi occhi si fecero pieni di incredulità, non avrebbe mai creduto che un giorno il suo ex marito si facesse di nuovo vivo nella loro vita, le parole sembravano essere scomparse dalla bocca della donna, Summer stava iniziando a preoccuparsi, gli si mise seduta accanto, una mano sulla spalla e...
- Signora, tutto bene?-
- S...ì- esclamò facendo accompagnare quelle due singole parole con il movimento della testa, l'agitazione si era fatta padrone di lei e...
- Vuole un bicchiere d'acqua?-
- No, grazie Summer, sto bene!- esclamò la donna, alzandosi dal divano continuando a girare per il salotto senza una meta precisa, si fermò di fronte al tavolo del salone, vi poggiò sopra le mani e...
- Con che coraggio è tornato?- si chiedeva tra se e se, senza riuscire a trovare nessuna risposta...
- Non ha già fatto abbastanza male a Brian? Che cosa vuole ancora da lui?-
Summer stava per proferire parola, quando vide che Jackie, ancora visibilmente agitata, prese il giaccone dall'attaccapanni e...
- Dove va?-
- Devo mettere i puntini sulle "i" con mio marito!- esclamò la donna con una certa punta di rabbia nella voce...
- E Brian?- stava chiedendo la ragazza? Ma la sua voce si perse all'interno di quell'appartamento divenuto vuoto...
§*§*§
Ore 16:30...
La Mazda blu metallizzata si fermò di fronte ad una maestosa villa dalle pareti bianche, Brian spense il motore, tirò il freno, si tolse la cintura di sicurezza che lo cingeva, mentre i suoi occhi si guardavano intorno. In quel luogo niente era cambiato, sembrava che il tempo si fosse fermato e avesse tenuto sotto una campana di vetro quel posto dove aveva trascorso gran parte della sue estati da bambino...
Scese dall'auto, chiuse la portiera dietro di se e con passi lenti, quasi titubanti, si avvicinò all'alto cancello in ferro di un colore "argento" che brillava sotto la luce del sole, facendolo sembrare quasi un metallo prezioso. Dopo un attimo di titubanza, Brian si fece coraggio e suonò il campanello che era proprio lì, vicino a lui. Dal citofono una voce femminile chiese...
- Chi è?-
- Brian!-
- Brian?-
- Sì zia, il tuo nipote preferito!-
- Oh Brian!!!- rispose la donna al colmo della felicità, il citofono si chiuse, mentre l'enorme cancello si stava aprendo come per magia davanti ai suoi occhi...
I piedi di Brian si inoltrarono all'interno di quell'enorme giardino, si stava dirigendo verso il portone d'ingresso quando sentì che qualcuno si stava avvicinando a lui, senza che se ne rendesse conto, sentì che qualcosa si stava "aggrappando" ai suoi pantaloni e...
- Ciao Lady e Oscar come state?- chiedeva ai due cani che gli si erano avvicinati per fargli le feste...
Erano una coppia di bellissimi Dalmata che lo stavano riempiendo di coccole a tal punto che Brian si dovette inginocchiare sull'erba per poter accarezzare entrambi, sia Lady che Oscar sembravano non volerlo lasciar andar via, ma in suo soccorso giunse la zia che con voce ferma, in tono di ordine, li fece ritornare alla propria cuccia...
- Certo che sono cresciuti!- esclamò Brian che non li vedeva da tantissimo tempo...
- Sì, sono cresciuti e sono anche diventati genitori!-
- Oh, ma davvero?-
- Sì...- non fecero in tempo a terminare la frase che due piccoli cuccioli di Dalmata gli vennero incontro...
Brian si inginocchiò sul parquet per poterli accogliere tra le sue braccia...
- Ma sono stupendi!-
La zia sorrise e dopo aver fatto la conoscenza di altri due membri della famiglia, Susan lo fece accomodare sul divano e...
- A cosa devo questa tua visita? E' da tanto che non torni a Lexington, pensavo ti fossi dimenticato di noi...-
- No, zia, è solo che la scuola mi impegna molto, soprattutto il quinto che è l'anno del diploma...-
- Oh mio Dio! Mi sembrava ieri che eri un piccolo "scricciolo" che girava per casa, combinando danni in ogni dove...-
Brian sorrise un po' imbarazzato abbassando lo sguardo...
Ad interrompere la loro conversazione giunsero dei passi e successivamente una voce maschile...
- Mamma, chi era alla porta?-
Non appena quello stesso ragazzo, alto all'incirca 1.75, capelli neri e occhi verdi, si inoltrò all'interno della stanza, trovò la sua risposta senza che nessuno dei presenti gliela suggerisse...
- Brian!-
- Kevin!-
E i due cugini inseparabili si ritrovarono...
Non appena si staccarono...
- Come mai da queste parti? Non mi pare che sia Natale e neppure Pasqua...-
Brian sorrise, si mise di nuovo seduto vicino alla zia e...
- E' la stessa domanda che mi ha fatto tua madre...-
- E allora? La risposta?- chiese nuovamente la donna facendosi curiosa
- Se non disturbo, vorrei passare qualche giorno qui a Lexington...-
- Ma è forse successo qualcosa a casa?- chiedeva Susan preoccupata...
- Tranquilla zia, non è successo niente, ho solo bisogno di stare qua con voi, se sono il ben accetto...-
- Ma certo Brian, che domande sono! Anzi guarda, ti vado subito a preparare la stanza degli ospiti!- rispose la donna alzandosi dal divano, voltando l'angolo e scomparendo dalla vista dei due ragazzi...

Una volta soli...
- Adesso che siamo soli, vuoi dirmi che cosa è successo? E non dirmi niente perché non ci credo...- Kevin
- Kev, ho solo bisogno di stare un po' da solo...-
- Ma per avere questa esigenza deve essere successo qualcosa...-
- Ok, è successo qualcosa, ma non ho voglia di parlarne, non adesso...-
- Ok, come desideri! Allora dimmi come vanno gli studi? Hai già deciso l'università che frequenterai dopo aver preso il diploma?-
- Sinceramente, non ho avuto ancora il tempo di poterci pensare...-
- Se vuoi posso darti una mano io, su nella mia stanza, ho alcuni dépliant che ti potrebbero aiutare a decidere che strada intraprendere, se ti interessa...-
- Oh ok, certo!-
Ed entrambi iniziarono a salire la scalinata fino a essere "inghiottiti" da quest'ultima...
§*§*§
Gli occhi blu di Brian si erano fatti bassi per leggere uno dei tanti dépliant che suo cugino gli aveva mostrato per la scelta dell'università, una volta terminata la lettura, la voce di Kevin si fece presente nella stanza e...
- Che ne pensi di Stanford?-
- Bhè...da ciò che ho letto dal dépliant sembra un ottima scuola, però...-
Non fece in tempo a terminare la frase che il suono di un cellulare fece il suo ingresso tra quelle mura...
Brian era convinto di averlo spento, tanto che non lo considerò neppure quel suono che si stava facendo insistente, prese un nuovo dépliant tra le sue mani iniziando a dargli una prima occhiata, davanti, dietro, quando la voce del cugino lo interruppe dicendogli...
- Credo sia il tuo...-
Brian lo guardò con un milione di punti interrogativi, non riusciva a capire a che cosa si stesse riferendo...
- Il tuo cellulare Brian...-
- Il mio cellulare?-
- Certo, io l'ho spento, guarda!- esclamò Kevin facendogli notare che aveva ragione...
Posò il dépliant sulla scrivania, si toccò le tasche dei pantaloni, fino a capire che si trovava in quella destra, lo tirò fuori, guardò per qualche istante quella schermata illuminata da una luce gialla che lampeggiava, mentre il nome della persona che lo stava chiamando pulsava proprio davanti ai suoi occhi, dopo un attimo di indecisione, decise di premere il tasto della risposta e...
- Pronto!-
- Era l'ora che rispondessi, è da più di un'ora che provo a chiamarti!-
- Hai ragione, probabilmente non l'ho sentito...-
- O non avevi voglia di sentirmi?-
- Ma che cosa stai dicendo Summer?-
- No, chiedo, visto che te ne sei andato senza dirmi niente!-
- Non mi sembra proprio il caso che tu faccia l'offesa, sai meglio di tutti quanti che cosa sto passando!-
- Ok, ma almeno potermi farmi una chiamata per dirmi dove fossi finito, non ti pare?-
- Ti avrei chiamato...-
- Sì, quando? Tra una settimana?!-
- Summer, ma si può sapere che cosa ti prende?-
- Ci sono rimasta male perché te ne sei andato senza dirmi niente, senza neppure salutarmi...-
- Mi sembra che tu stia esagerando, non sono partito per la guerra, tra qualche giorno tornerò, tranquilla!-
La ragazza sembrò calmarsi e...
- Ok, posso sapere dove sei?-
Dopo un attimo di titubanza, Brian decise di risponderle...
- Che rimanga tra noi ok?-
- Certo, mi sembra di non aver mai svelato a nessuno i nostri piccoli segreti...-
- Sono a Lexington, a casa di mia zia, lei mi ospiterà per un po'...-
- Ok, adesso che so dove sei, mi sento più tranquilla!-
Brian sorrise leggermente, scuotendo la testa e poi...
- Adesso ti devo lasciare, ci sentiamo presto ok?-
- Ok, Bri...-
Stava per chiudere la chiamata, quando Summer riprese la conversazione per dirgli un'ultima frase...
- Bri?-
- Sì Summer?-
- Ti voglio bene!-
Brian sorrise un po' imbarazzato, ma poi si ritrovò a risponderle...
- Anch'io Summer!-
E chiusero la chiamata in sincronia...
Brian posò il cellulare sulla scrivania, riprese lo stesso dépliant che aveva abbandonato per rispondere e...
- Allora Kevin, che mi dici di Cambridge?- chiese al cugino che ne sapeva molto più di lui, visto che stava già frequentando l'università e aveva già passato quella fase di indecisione...
Kevin prima di tornare all'argomento università, decise di farsi curioso e...
- Chi era al telefono? La tua ragazza?-
- No!!! Ma quale ragazza?-
- Ah no! Mi sembrava!-
- Ti sembrava male, si tratta solo della mia migliore amica, adesso però aiutami con la mia scelta?-
- Ok!- rispose il cugino riprendo con le spiegazioni di ogni università che aveva visitato prima di decidere quale frequentare...

CAPITOLO 10

A Nightmare That Corrode The Soul...
Il rumore di un paio di tacchi, ruppe la quiete che regnava all'interno dell'atrio dell'Istituto Superiore St.. Patrick di Daytona Beach.
Una signora distinta con indosso un lungo giaccone, una gonna e un paio di tacchi alti tre centimetri tutto rigorosamente in nero, si fece largo tra gli ultimi alunni festanti che stavano uscendo. I suoi passi si diressero verso un "bancone" dietro al quale vi era la figura femminile di una donna dai capelli biondi, piegata a mezzo busto impegnata a riempire delle caselle bianche intervallate da altre nere, con parole scritte rigorosamente in stampatello.
La donna che se ne stava in piedi, picchiettando nervosamente le sue dita sul bancone, decise di dare un senso alla sua presenza...
- Mi scusi...- la voce un po' titubante, ma allo stesso tempo sicura, si fece largo nell'atrio dell'Istituto...
La signora alzò la testa, portò il suo sguardo su colei che gli era di fronte, si tolse gli occhiali facendo vedere i suoi occhi azzurri, restò in silenzio ad attendere la domanda che prontamente arrivò...
- Mi sa dire dove posso trovare il professor Dylan Littrell?-
- Guardi, è nella sala professori, proprio dietro a lei!-
La signora si voltò, bastarono pochi secondi e lo vide. Riportò lo sguardo su colei che gli aveva dato l'informazione, sorrise quasi forzatamente ringraziandola, la donna dai capelli biondi riabbassò lo sguardo tornando al suo passatempo preferito, mentre il rumore dei tacchi che si avvicinavano con sicurezza all'aula, tornò a farsi sentire chiaro, agli orecchi di tutti...

Dylan si stava accingendo a rimettere nel suo nuovo cassetto, registri e libri di testo, stava per chiuderlo quando sentì giungere alle sue orecchie una voce femminile che non gli era sconosciuta...
- Che cosa ci fai qua? Con quale coraggio sei tornato?- la voce era chiara e sicura, ancora piena di rabbia nei confronti di quell'uomo che gli aveva "regalato" solo delusioni.
Dylan si voltò, i suoi occhi azzurri si scontrarono con quelli della donna, il suo cuore e il suo corpo ebbero un sussulto, continuava a guardarla senza proferire parola, ma ci pensò lei a riempire quel silenzio entrato con forza tra di loro...
- Cos'è il tempo ti ha fatto perdere l'uso della parola?-
L'uomo sembrò sbloccarsi e in tono acido rispose..
- Prova ad indovinare, che cosa ci posso fare in una scuola? Forse ci posso lavorare, tu che ne dici? Che cosa vuoi ancora dalla mia vita?-
- No, che cosa vuoi tu dalla nostra vita! Che cosa hai detto a Brian?-
- Io non gli ho detto proprio niente, anzi semmai è il contrario...-
- Che cosa vuoi dire?- chiese la donna incurvando le ciglia
- E' lui che ce l'aveva con me, la sua voce era piena di rabbia e rancore...-
- Che cosa ti aspettavi? Che ti gettasse le braccia al collo e ti dicesse: "Ti voglio bene papà"?-
Dylan non voleva rispondere a Jackie, le parole del figlio, lo avevano ferito e non voleva dare la soddisfazione alla ex moglie di poter rincarare la dose, batté i palmi delle mani sul tavolo, guardò la donna negli occhi e...
- Si può sapere che cosa vuoi ancora da me? Non ti sembra di avermi già fatto soffrire abbastanza?-
- Cambia copione! La parte della povera vittima, l'ho già vista troppe volte! Fai l'uomo per una volta e impara a prenderti le tue responsabilità senza scappare, anche se devo ammettere che fuggire è la cosa che ti riesce meglio!-
- Dove vuoi andare a parare Jackie? Sei tu che mi hai portato a prendere quella decisione! Ti davano fastidio i miei sogni, le mie ambizioni e forse ti brucia il fatto che sono arrivato a fare ciò che desideravo, sono qua nella scuola di mio figlio e credimi ho tutte le intenzioni di riavvicinarmi a lui e di spiegargli come sono andate veramente le cose!-
A quel punto Jackie non ci vide più dalla rabbia, si avvicinò "minacciosamente" all'uomo e...
- TU DEVI STARE ALLA LARGA DA MIO FIGLIO, HAI CAPITO?-
- FINO A PROVA CONTRARIA E' ANCHE MIO FIGLIO!-
- MA CON QUALE FACCIA TOSTA, DICI UNA COSA DEL GENERE? DOVE SEI STATO PER DODICI ANNI? DOVE? DI SICURO NON VICINO A LUI! CHE RAZZA DI PADRE TI CREDI DI ESSERE EH? NON HAI FATTO NEPPURE UNA TELEFONATA, TI SEI SEMPRE DIMENTICATO IL SUO COMPLEANNO, NON UN REGALO, NON UN BIGLIETTO DI AUGURI PER NATALE, NON UNA LETTERA! BRAVO COMPLIMENTI E' PROPRIO COSI' CHE UN PADRE SI COMPORTA! DEVI SOLO VERGOGNARTI PER TUTTO IL MALE CHE SEI STATO IN GRADO DI FARE A BRIAN!-
- COS'E' VUOI FARMI VENIRE I SENSI DI COLPA? NON TI PREOCCUPARE LI HO GIA', MI VERGOGNO PER CIO' CHE HO FATTO, STO MALE PER AVER FATTO SOFFRIRE MIO FIGLIO...-
Jackie scosse la testa, non riusciva proprio a credergli, dodici anni non lo avevano cambiato neppure di una virgola...
- FAMMI UN FAVORE DYLAN! TORNATENE DA DOVE SEI VENUTO! FAI UN FAVORE A TUTTI, IN PRIMIS A BRIAN!-
- MA TU CHE NE SAI? NON HAI MAI SAPUTO CHE COS'ERA UN BENE O UN MALE PER TUO FIGLIO! NON SAPEVI NEANCHE QUAL'ERA IL SUO GIOCATTOLO PREFERITO!-
- CHE COSA VUOI DIRE? NON SONO STATA UNA BRAVA MADRE? E' QUESTO A CUI TU STAI ALLUDENDO?-
- SI', PERCHE' INVECE DI STARE A GIOCARE CON TUO FIGLIO, PREFERIVI DI GRAN LUNGA ANDARE A DIVERTIRTI CON QUALCUN'ALTRO, ADESSO DI' PURE CHE NON E' VERO?- esclamò con voce ferma e decisa...
- MA COME TI PERMETTI!- esclamò la donna, lasciando il segno delle sue cinque dita sulla guancia destra dell'uomo...
Il volto di Dylan era voltato verso sinistra, si portò la mano opposta sulla parte colpita, tornò a guardare la donna, le sue ciglia erano incurvate e nelle sue vene scorreva ancora l'ardente rabbia che lo aveva invaso da quando Jackie gli era di fronte...

Il preside della scuola: il signor Matthew Macpherson: un uomo alto all'incirca 1,75, stempiato, occhi neri con barba sul brizzolato, fece il suo ingresso nell'aula professori, il suo sguardo si alternava; a tratti guardava la donna per niente toccata dalla sua presenza, a tratti scrutava lo sguardo dell'uomo pieno di preoccupazione per ciò che gli sarebbe potuto accadere...
- Che cosa sta succedendo qua?- chiese l'uomo guardando fisso gli occhi di Dylan
- ...........-
Non sentendo uscire nessuna frase dal suo "nuovo acquisto", decise di riempire quel silenzio...
- Signor Littrell le ricordo che è in una struttura scolastica...-
- Ha ragione, le chiedo scusa per...-
Ma il signor Macpherson non gli dette il tempo di terminare la frase che la sua voce tornò a farsi viva tra quelle fredde mura bianche...
- Mi auguro per lei e per la sua futura carriera all'interno di questo college, che non si ripeta mai più un episodio del genere, sono stato abbastanza chiaro?-
- Sì, signor preside!-
- Bene, me lo auguro per lei!- esclamò l'uomo uscendo dall'aula, ancora visibilmente infuriato e deluso dall'atteggiamento di Dylan...
Non appena la figura del preside fu pressoché scomparsa dalla vista di entrambi, lo sguardo di Dylan si fece di nuovo presente su Jackie e in tono freddo e duro, gli intimò di andarsene...
- Adesso vattene, porti solo danni all'interno della mia vita! Meno ti vedo, meglio sto!-
Jackie riprese la borsa nera, in competa attinenza con ciò che stava indossando e ancora con le ciglia incurvate rispose...
- Me ne vado! Ma ricorda ti stare lontano dalla mia famiglia e da Brian!-
Un ultimo sguardo di fuoco tra i due e poi il rumore dei tacchi tornò a farsi di nuovo presente fino a scomparire del tutto dietro allo sbattere di un portone d'ingresso...
§*§*§
Il buio era completamente calato su Lexington, gli occhi blu di Brian erano rivolti verso l'alto, piccole stelle erano comparse riempiendo l'intero firmamento, un timido spicchio di luna si era affacciato facendosi spazio tra un corpo celeste e un altro...
Il suo volto si fece basso, si diresse verso il materasso, si distese su quest'ultimo, i suoi occhi incontrarono il freddo e anonimo soffitto bianco, a fargli compagnia in quella prima notte fuori casa c'era la radio che trasmetteva "Until I Find You Again" By Richard Marx, quelle note lente non facevano altro che accentuare il suo stato d'animo che non ne voleva sapere di migliorare...
Con la mano sinistra si fece presente sulla radio, cercò di cambiare stazione nella speranza di trovare una canzone che non fosse così malinconica come lo era lui, ma ogni suo tentativo di ricerca si rivelò un buco nell'acqua, sembrava che quella sera tutte le stazioni radiofoniche si fossero messe d'accordo per non trasmettere una canzone allegra e spensierata. Brian sbuffò e stanco di sentirsi ancora peggio di quanto già non stesse, decise di spegnere la radio, si voltò verso la parte destra del letto, si mise in posizione fetale, mani sotto il cuscino, fece un bel respiro cercando di trovare sollievo, sollievo che durò però solo qualche secondo, provò a chiudere gli occhi e in pochi minuti Morfeo lo accolse tra le sue braccia, mentre le lancette della sua sveglia segnavano appena le 22:00...
§*§*§
BRIAN DREAM AND HIS POINT VIEW
Sentì chiaro arrivare alle mie piccole orecchie il rumore di una porta che sbatteva: papà era tornato. La voce alterata di mia madre si fece presente in quel silenzio che durò solo pochi istanti...
- Dove sei stato? Saresti dovuto essere a casa circa due ore fa...-
- Lo so amore, è solo che mi hanno trattenuto in ufficio, è stata una giornata stancante...-
- Strano, ho telefonato in ufficio proprio un'ora fa e la tua segretaria mi ha detto che ti sei preso un permesso per uscire tre ore prima, adesso, vuoi dirmi dove sei stato?-
- Jackie...- la voce di mio padre tutt'un tratto si fece insicura mentre mia madre gli era di fronte con le braccia conserte e il piede destro che picchiettava sul freddo pavimento rivestito di grandi mattonelle color avorio, in attesa di sentire che scusa gli avrebbe inventato...
- Avevo un'importante commissione da fare e allora sono uscito prima...-
- Oh, ma davvero! E posso sapere cos'era l'importante commissione che dovevi fare? Credo di avere il diritto di saperlo!-
Adesso sì che papà era in difficoltà, i suoi occhi azzurri erano bassi, non aveva il coraggio di alzarli, non voleva guardare quelli di mamma nel timore che quest'ultima capisse che dietro vi era una bugia grande come una casa e nella speranza di riuscire a deviare il discorso...
- Amore, perché non andiamo a cena?! Brian avrà fame!- i suoi passi leggeri si fecero largo nel silenzio del salotto di casa fino a raggiungere la cucina, papà venne verso il mio seggiolone con un grande ed immenso sorriso sulle labbra, i miei occhi blu lo guardavano senza riuscire bene a capire che cosa stesse accadendo, sentì le sue labbra posarsi sulla mia guancia e poi la sua voce...
- Ciao piccolo!-
A seguire i suoi passi arrivarono anche quelli di mamma che però sembrava non avere nessuna intenzione di accantonare il discorso, anzi...
- Allora? Vuoi rispondermi?-
- Jackie...perché dobbiamo parlarne?-
- Perché tu sei mio marito e voglio sapere cosa fai al di fuori di queste quattro mura, per quanto ne so io potresti spassartela anche con un'altra donna e quest'ultima ipotesi non la scarterei con tanta facilità...-
- Amore, ma che cosa stai dicendo?- gli chiese papà avvicinandosi dolcemente, stava per darle un bacio sulla guancia, quando mamma istintivamente si spostò non volendo ricevere quel gesto d'affetto...
- Ma cosa credi Dylan? Che io sia nata ieri? Sento che torni a casa a tarda notte, diciamo pure a primo mattino, sento che i tuoi abiti hanno un profumo diverso e non è il mio e neppure il tuo, ti guardo la sera e ti vedo sempre con il telefono in mano, non dirmi che sono chiamate di lavoro perché non credo che a un tuo cliente tu dica: "Ti voglio bene! Farò il possibile per riuscire a liberarmi e venire da te!". Adesso Dylan, basta con le bugie, le ho sopportate fin troppo, adesso voglio sapere la verità, tutta la verità e non provare a mentirmi, sono stata chiara?-
Il volto di papà si fece basso, era in visibile difficoltà, non sapeva che cosa fare, era davvero giusto raccontargli la verità? Oppure era meglio andare avanti con le menzogne? Io dal mio seggiolone, assistevo alle scene impotente, la mia piccola bocca era aperta, i miei occhi erano spalancati con all'interno miliardi di punti interrogativi, nella mia manina tenevo stretto il cucchiaio della mia cena e continuavo a sbatterlo sul freddo tavolino di plastica del seggiolone, mentre papà tornava a guardare mamma e...
- Jackie...ok lo ammetto, nella mia vita c'è un'altra donna, però...-
Mia madre non gli dette il tempo di terminare la frase che sembrò andare su tutte le furie, il suo corpo si voltò di quarantacinque gradi, ritornò in salotto, cercò di contare fino a dieci prima di parlare per non dire qualcosa di cui si sarebbe pentita, ma non appena sentì i passi e la voce di papà raggiungerla...
- Ti prego Jackie, dammi modo di spiegare, so che detta così può sembrare...- ma non gli dette il tempo di terminare la frase che...
- SEI SOLO UN LURIDO BASTARDO! MA CON CHE CORAGGIO TORNI A CASA E GUARDI LA FACCIA DI TUO FIGLIO?-
- Jackie...- il tono di voce di papà era ancora controllato, stava cercando di non farsi sfuggire la situazione di mano, mandava giù groppi di saliva e suoi respiri profondi sembravano parlare per lui...
- JACKIE COSA? MI FAI SCHIFO DYLAN! TU CHE VAI A LETTO CON UNA RAGAZZINA, MA NON TI VERGOGNI?-
A quel punto sentì arrivare anche le urla di mio padre...
- NON E' UNA RAGAZZINA! ANZI A QUESTO PUNTO FORSE E' PIU' DONNA DI TE!-
- DAVVERO? E ALLORA CHE COSA CI FAI ANCORA QUA? TORNATENE DA LEI NO? A QUANTO PARE RIESCE A SODDISFARTI PIU' DI ME!-
- JACKIE SE SOLO TU MI LASCIASSI SPIEGARE...-
- COSA VUOI SPIEGARE DYLAN? COSA VUOI SPIEGARE? NON C'E' NIENTE DA SPIEGARE! MI FAI SCHIFO SIA COME UOMO CHE COME MARITO!-
- OK, FARO' ANCHE SCHIFO COME ESSERE UMANO, MA NON TI SEI MAI CHIESTA PERCHE' MI SONO FATTO UN'AMANTE?-
- NO, E SINCERAMENTE NON M'INTERESSA!-
- BENE TE LO DICO IO!-
- NON LO VOGLIO SAPERE!- Mamma stava per fare il suo ritorno in cucina quando papà la prese per un braccio costringendola ad ascoltarlo, mentre la mia testa veniva completamente invasa da quelle urla che sembravano farmi impazzire...
- E INVECE TU MI ASCOLTI ADESSO!-
- DYLAN! LASCIAMI ANDARE! MOLLAMI IL BRACCIO! NON VOGLIO PIU' SENTIRTI PARLARE, PER ME NON ESISTI PIU'!-
- E INVECE MI ASCOLTI LO STESSO! SE SOLO TU MI AVESSI DATO LE ATTENZIONI DI CUI HA BISOGNO UN MARITO FORSE TUTTO QUESTO NON SAREBBE SUCCESSO, FORSE NELLA MIA VITA NON CI SAREBBE UN'ALTRA DONNA. PER TE LA TUA CARRIERA E' TUTTO, L'HAI MESSA DAVANTI A QUALUNQUE COSA, PERFINO A TUO FIGLIO, SE NON CI FOSSE MIA MADRE CHE SI PRENDE CURA DI LUI, BRIAN CRESCEREBBE SENZA UNA FIGURA FEMMINILE! NON FAI ALTRO CHE PENSARE AL LAVORO. LA TUA VITA E' SOLO LAVORO, LAVORO E ANCORA LAVORO E IO? IO CHE POSTO PRENDO NELLA TUA VITA? FORSE NESSUNO PERCHE' TI SEI COMPLETAMENTE DIMENTICATA DI AVERE UN MARITO!-
- NON DARE LA COLPA AL MIO LAVORO, SE NON FOSSE PER QUELLO, TUTTI QUESTI LUSSI CHE ABBIAMO ATTORNO NON CE LI SAREMMO POTUTI PERMETTERE!-
- E CERTO PERCHE' ADESSO E' SOLO MERITO TUO?-
Dalla cucina iniziai a far ricordare ai miei genitori che c'ero anche io, il mio pianto si stava facendo largo tra quelle mura, ma sia mio papà che mia madre erano troppo impegnati nella loro lite per stare a sentire il proprio figlio che stava piangendo...
- SI'!- esclamò mamma in tono sicuro e deciso
- CON QUESTO HAI VERAMENTE SUPERATO OGNI LIMITE! RICORDA JACKIE CHE IL MONDO NON GIRA SOLO INTORNO A TE! CAMMINA A TESTA PIU' BASSA, TI CONVIENE!-
Il mio pianto iniziava a farsi più forte, ma le mie "urla" sembravano essere diventate solo musica da sottofondo a quella lite che non riusciva a trovare una fine definitiva...
- E A TE CONVIENE ANDARTENE!-
- TI FAREI UN FAVORE NON E' VERO? NO, JACKIE NON ME NE VADO, MIO FIGLIO E' PIU' IMPORTANTE DI QUESTA STUPIDA LITIGATA CHE STIAMO AVENDO!-
- TI RICORDI DI AVERE UN FIGLIO SOLO QUANDO TI FA COMODO!-
Come per magia, papà si rese conto che stavo piangendo con tutta la forza e la voce che avevo in gola. Immediatamente venne da me, mi prese in collo e cercò di calmarmi, ma sembrava che ogni suo tentativo risultasse vano. Pochi secondi dopo arrivò anche mia madre e...
- Sei proprio un incapace! Non riesci a calmare neppure tuo figlio!-
- Sono sempre io che devo risolvere i danni che combini! Se tu non avessi iniziato ad urlare per casa come una pazza, forse Brian non si sarebbe agitato!-
- A farmi compagnia nelle urla ci sei stato anche tu sai?-
- Sei tu che mi ci hai portato!-
Il mio pianto continuava a farsi sentire nella speranza che i miei genitori calmassero gli animi e portassero tutta la loro attenzione su di me e per un attimo sembrai riuscirci...
- Ssssshhhhh Brian, sssshhh! E' tutto finito! Non è successo niente!- mi tranquillizzava mio padre, mentre mi cullava, camminando da una stanza all'altra...
Il mio pianto lentamente si stava calmando, papà continuava a cantarmi un qualcosa d'incomprensibile e lento all'orecchio, quello strano "motivetto" che sembrava non aver nessun significato, mi tranquillizzò mentre i miei singhiozzi lentamente stavano scomparendo...
END BRIAN DREAM AND HIS POINT VIEW
Brian si svegliò di soprassalto, la sua fronte come tutto il suo volto era completamente ricoperto di sudore, il suo respiro per qualche breve istante si fece affaticato, cercò di riprendere possesso di se stesso e dei suoi pensieri, provò a calmarsi, guardò la sveglia che stava al suo fianco, le lancette segnavano le 00:03 di una notte che sembrava essere diventata senza nessuna via d'uscita. Si alzò dal letto, si diresse in bagno in punta di piedi cercando di non svegliare nessuno, chiuse a chiave la porta in legno bianco, andò verso il lavabo, posò le sue mani sugli estremi di quest'ultimo, mentre i suoi occhi affrontavano il difficile esame dello specchio che non riusciva a nascondere nessun stato d'animo. Brian non poteva far finta di non vedere, il suo sguardo era sofferente, i suoi occhi azzurri erano colmi di amarezza, di delusione, di solitudine perché adesso era da solo ad affrontare una situazione che era diventata dieci volte più grande di lui. Avrebbe voluto fuggire, scappare a gambe lavate da tutto ciò che lo opprimeva, ma anche la forza negli arti inferiori sembrava averlo abbandonato e nel silenzio di quella stanza, abbassò la testa, istintivamente aprì il rubinetto dell'acqua fredda, le sue mani poste a "conca", l'una vicina all'altra, accolsero l'insensibile getto gettando il tutto sul suo volto nella speranza che portasse via tutti i pensieri massacranti presenti dentro di lui. Chiuse il rubinetto e mentre le ultime gocce d'acqua scivolavano lungo la sua fronte e le sue guance, gli occhi di Brian si portarono di nuovo sullo specchio e nella confidenza di quel luogo si disse...
- Non posso continuare ad andare avanti così! Devo trovare una soluzione!- esclamò sicuro prendendo un telo di spugna bianco alla sua sinistra dove vi affondò completamente il viso...
§*§*§
Ore 00:40...
La notte all'improvviso si era "trasformata"; il cielo si era stranamente ricoperto di nuvoloni che sembravano essere pronti a "scoppiare" da un momento all'altro...
Un ragazzo che indossava un giaccone nero la cui lunghezza terminava alla fine dei suoi fianchi, camminava tranquillo percorrendo quelle vie solitarie della città tenendo le mani dentro le tasche dei suoi pantaloni di jeans. Il suo sguardo era fisso davanti a se dove vi era sempre e soltanto una strada solitaria vuota che aspettava solo di essere percorsa, ai suoi lati scorrevano alla velocità dei suoi passi ville, villette ed appartamenti di un certo livello differenziati solo dal colore della facciata, alcune erano bianche, altre giallo vivo, altre ancora giallo pallido. I passi di Brian continuavano ad avanzare nella solitudine e nella notte più profonda, intorno a lui il silenzio più assoluto, rotto in qualche istante dal fruscio del vento che passava attraverso gli alberi facendoli oscillare...

Era da circa dieci minuti che stava camminando e non aveva la minima idea di quanto si fosse allontanato dalla villa di suo cugino, ma in quel momento non gli interessava. Ad un certo punto sentì giungere alle sue orecchie "urla" di ragazzi che stavano tranquillamente scherzando tra di loro, alzò lo sguardo e si rese conto che erano proprio a pochi passi da lui. Si trattava di un gruppetto di sei o sette persone, tutti indossavano un qualcosa di nero e dalle loro bocche uscivano alcune nuvolette di fumo, Brian fece un bel respiro profondo e si rassegnò al fatto che doveva passare proprio di fronte a loro se voleva continuare la sua passeggiata notturna...
Riprese a camminare, i suoi passi si erano fatti più lenti, era quasi giunto di fronte al gruppetto, stava per superarli, quando uno di loro, forse il capo di quella combriccola, che si era formata davanti ad una staccionata di legno appartenente ad una casa ormai abbandonata da qualche anno, decise di proferire parola...
- Ehy fratello, forse la tua serata ha bisogno di essere rallegrata, non pensi?-
Brian lo guardò, il ragazzo che gli era di fronte era alto all'incirca 1,80, capelli scuri, occhi castani, la sua schiena era appoggiata tranquillamente all'angolo della staccionata, indossava un giaccone di pelle nero tirato su da una cerniera, pantaloni di jeans in completa tinta, mentre nella sua mano sinistra teneva stretta un qualcosa che sembrava assomigliare ad uno spinello, aspirò, facendo fuoriuscire dalla sua bocca una nuvoletta di fumo...
- Non ho bisogno di niente, la mia serata va alla grande!-
- Io non direi proprio!-
- Ma tu che ne sai?-
- Basta guardarti! Tieni, questo ti farà sentire sicuramente meglio!- esclamò il ragazzo passandogli un piccolo cilindro avvolto da una cartina bianca, Brian su l'istante fu sicuro nel rifiutare...
- No grazie!-
Ma il ragazzo sembrava non avere nessuna intenzione d'arrendersi...
- Fidati di me amico, dopo ti sentirai meglio e non potrai fare altro che ringraziarmi!-
Gli occhi di Brian si alternavano; dallo spinello allo sguardo del ragazzo che gli era di fronte. Non riusciva a convincersi che quella fosse la soluzione migliore per risolvere i suoi problemi...
Notando che la sua opera di convincimento poteva essere portata a termine, decise di non mollare...
- Non ti costa niente provare, se non ti piace, puoi sempre smettere, tieni!- esclamò il ragazzo forzando ancora di più la mano, con all'interno il piccolo cilindro, verso Brian, quest'ultimo lo guardò e con mano quasi "tremante", lo prese...
Il ragazzo, leader della combriccola, continuò imperterrito la sua opera di convincimento...
- Amico, un solo tiro e vedrai che dopo ti sentirai sicuramente meglio!-
Brian continuava ad essere titubante ed incerto, che cosa avrebbe fatto? Si sarebbe lasciato convincere? Oppure avrebbe rifiutato tornando in se stesso?

CAPITOLO 11

Another Brian
Una BMW dal colore nero, scivolava tranquilla sull'asfalto bagnato dalla leggera pioggia che era iniziata a cadere da circa una mezz'ora.
Due mani femminili tenevano ben stretto il volante, lo sguardo era fisso sulla strada vuota di fronte a lei, le ciglia incurvate davano un'espressione decisa al volto di Summer che con quel viaggio aveva deciso di porre la parola "Fine" a quel silenzio che stranamente si era insinuato tra lei e Brian.
Non riusciva a capire. Dal giorno in cui il suo migliore amico era partito, tutto sembrava essere cambiato tra di loro; da amici per la pelle sembravano essere divenuti due emeriti sconosciuti. Brian sembrava che all'improvviso si fosse dimenticato il numero di telefono dell'amica e lei era costretta a parlare ogni singolo giorno con una noiosa segreteria telefonica con le stesse parole in memoria e quel "beep" che ormai gli era diventato famigliare.
Ogni sua serata era scandita dal suo corpo adagiato pesantemente sul divano del grande salotto, i suoi occhi rivolti verso la tv ma con la mente rivolta altrove. Non riusciva a mandare giù l'idea che Brian non avesse voglia di parlare con lei, di raccontargli che cosa avesse fatto nella sua giornata, non poteva crederci, come poteva essere successa una cosa del genere? Loro si erano sempre raccontati tutto, quello era il segreto della loro bellissima e forte amicizia invidiata da tutti i loro compagni di classe, ma adesso? Che cosa diavolo stava accadendo? Perché quell'improvviso bisogno da parte di Brian di escludere Summer dalla sua vita? Quali pensieri avevano attraversato la mente del ragazzo per giungere a una decisione così radicale?
Queste e tante altre domande viaggiavano lungo i binari della testa della ragazza, non avrebbe resistito ad un'altra settimana di silenzio. La "uccideva" non sapere che cosa stesse facendo Brian da sua zia, per questo Summer aveva preso la decisione più radicale e giusta:Partire!
Aveva preso l'auto e si era messa in viaggio andando contro il parere della madre preoccupata per la figlia e per lo studio che sembrava non essere più al primo posto dei pensieri della ragazza.

- Summer, ma come farai con la scuola? Ti rendi conto che resterai di nuovo indietro, non ti puoi permettere di...-
Ma la ragazza non gli dette il tempo di terminare il discorso che la sua voce si fece sentire chiara, sicura e ferma sulla decisione che aveva preso
- Mamma, in questo momento, della scuola non me ne frega niente! Prima di tutto viene Brian e poi tutto il resto. Come te lo devo far capire che sono preoccupata per lui?-
- Capisco la tua preoccupazione figlia mia, ma non comprendo tutta questa tua urgenza di partire.-
- E' una settimana che Brian è partito ed è una settimana che non si fa sentire...- rispose la ragazza mentre terminava di mettere le ultime cose in una mini - valigia nera.
- Probabilmente...-
Summer non gli dette il tempo di parlare che la precedette
- Non ci provare mamma! Tanto non riuscirai a convincermi del contrario, io so solo una cosa; devo partire e nessuno mi farà cambiare idea, quindi rassegnati!-
Marie scosse la testa, più ci pensava, più non riusciva ad essere d'accordo con la figlia, ma la cosa che la faceva stare peggio era la destinazione. Perché Summer si ostinava ad essere così misteriosa? Era o non era la madre? Aveva il diritto di sapere dove andava la figlia.
- Almeno dimmi dove andrai a cercare il tuo amico?- chiese la madre con la voce ormai rassegnata al fatto che non avrebbe mai cambiato idea
- Sai che non te lo posso dire.-
- Perché non puoi dirmelo? Sono tua madre ed ho il diritto di sapere...- la donna non fece in tempo a terminare la frase, vide la figlia avvicinarsi a lei, un leggero sorriso era apparso sul suo volto, poi parlò...
- Ho fatto una promessa a Brian, ecco perché non posso dirti dove sto andando, ma tu stai tranquilla. Andrà tutto bene!- disse infine la ragazza dandole un affettuoso bacio sulla guancia per poi ritornare a chiudere il suo "bagaglio improvvisato".
- Per te è semplice parlare, ma quella che sta in ansia sono io.- esclamò la madre mentre i suoi occhi vedevano Summer prendere la valigia in mano e dirigersi verso la porta della sua stanza. Stava per solcare la soglia quando la voce di Marie si fece di nuovo sentire tra quelle quattro mura.
- Vedo che hai proprio deciso...-
La ragazza si voltò e:
- Sì, ho deciso. Stai tranquilla mamma, non appena arrivo ti chiamo per scacciare quei brutti pensieri ti sei messa in testa prima ancora che io sia partita.-
Marie, non fece in tempo a vedere il leggero sorriso apparso sulle labbra della figlia, che quest'ultima aveva già voltato l'angolo senza poter far più niente per impedire quella partenza, secondo lei, senza senso.
§*§*§
- ZIA ESCO!!!- urlò Brian mentre si stava accingendo ad uscire, aveva già aperto la porta, quando la donna si affacciò dall'ingresso della cucina e...
- Come esci? Ti ho preparato la colazione...-
- Scusami zia! Comunque non ti preoccupare per me, mangerò qualcosa fuori.-
- Come mangerai qualcosa fuori? Non è il caso che tu...- non fece in tempo a terminare la frase che il rumore dello sbattere della porta arrivò chiaro e deciso alle sue orecchie.
Susan scosse la testa, non poteva credere di aver cucinato per ore una colazione che non sembrava essere desiderata dal nipote. All'improvviso un dubbio si insinuò forte nella sua testa
- E adesso chi mangerà tutto questo ben di dio?- si chiese la donna guardando toast, uova, caffè, croissant, marmellate e torte di ogni genere per ogni gusto: paradiso, crostate di marmellata e varie.
A rispondere al dilemma della donna, giunse una voce maschile...
- Buongiorno mamma!- disse il ragazzo regalandole un dolce bacio sulla guancia
Susan si voltò e con un sorriso a trentadue denti rispose al figlio:
- Buongiorno figliolo!-
Il ragazzo spalancò gli occhi al solo vedere che cosa la madre era riuscita a cucinare, si guardò intorno, non vide nessun altro, a parte loro due, e una domanda gli venne spontanea:
- E Brian? Non dirmi che è ancora a letto quel pigrone!- rispose il ragazzo conoscendo molto bene il cugino
- No, non ti preoccupare! E' uscito cinque minuti fa lasciandoci un abbondante colazione con cui potremo sfamarci a volontà- esclamò con serenità la donna mentre trafficava tranquilla in cucina.
- Come sarebbe a dire che è uscito cinque minuti fa? E dove è andato?-
- Non lo so figliolo, non gliel'ho chiesto!-
- Come non gliel'ho hai chiesto?- chiese Kevin non riuscendo a credere alle sue orecchie
- Non mi sembra un bambino di dieci anni a cui chiedere dove va. E poi il Kentucky per lui è una città che non ha segreti, non credo che ci dovremmo preoccupare più di tanto!- Susan si interruppe un attimo, mise le due tazze sul grande tavolo rotondo ricoperto da una tovaglia bianca sul cui diametro vi erano disegnati a mano fiori di ogni genere e colore. Entrambi si misero seduti, mentre Kevin si versava del latte cercò di continuare il discorso che "bruscamente" avevano interrotto.
- Come non ci dovremmo preoccupare? Non hai notato negli ultimi giorni il suo strano comportamento?-
La donna guardò il figlio nei grandi occhi verdi come i suoi e in tono più che tranquillo rispose
- Sinceramente no!- ma come poteva notare un cambiamento nel nipote se lei non era mai in casa? Il suo lavoro di psicologa occupava gran parte della sua giornata e una volta rientrata a casa, aveva l'attività di casalinga che l'attendeva.
Il ragazzo sospirò, prese una fetta biscottata, vi spalmò sopra un po' di marmellata alla ciliegia addentandone un pezzo, mentre la madre si era ripresa il suo turno di parola...
- Kevin, non credo che ci dovremmo preoccupare per tuo cugino! E' sempre stato un bravo ragazzo con la testa sulle spalle!-
Nella testa di Kevin, all'improvviso, giunse un flash...
- Adesso che ci penso, ieri sera Brian mi ha detto che aveva intenzione di andare al ranch, ma come mai di così prima mattina?-
- Bhè...magari aveva intenzione di farsi una bella cavalcata! Sai bene che gli sono sempre piaciuti i cavalli! Da piccolo, ne andava pazzo!-
- Probabilmente hai ragione tu, mamma!- rispose il ragazzo non essendo per niente convinto della spiegazione datagli dalla madre. Conosceva troppo bene suo cugino. Brian si ostinava a non dirgli niente, ma lui era convinto quasi al novantacinque percento che sotto vi fosse qualcosa. Non sapeva cosa stesse combinando il ragazzo, ma aveva tutte le intenzioni di scoprirlo.
§*§*§
Brian era da poco giunto al ranch. I suoi piedi, che calzavano un paio di Nike nere con delle strisce bianche sui lati, oltrepassarono la soglia della stalla. Da un angolo prese un po' di fieno e iniziò a dirigersi verso colei, che fin da bambino, era il suo cavallo preferito. Si trattava di un esemplare di Przewalskij, il cui peso si aggirava sui duecentocinquanta chili. La testa era massiccia con il muso lungo, le orecchie corte e il collo grosso; la criniera era di un colore scuro, bassa e dritta, alquanto simile a quella delle zebre. Il mantello si rivelava di un giallo - rossastro sulle parti superiori che sfumava verso il grigio - bianco in quelle inferiori. La coda era ricoperta quasi per intero di crini la cui parte terminale era di un colore bianco - giallastro.
La mano destra del ragazzo si posò delicatamente sulla testa dell'equino facendo nascere da quel gesto una carezza, mentre dall'altra l'animale con la bocca prendeva il fieno gustandone a pieno il sapore.
- Cindy, quanto mi sei mancata!- ma il cavallo era troppo impegnato a mangiare per stare a sentire le parole del ragazzo.
Brian fissava il lungo muso dell'animale invidiandone la vita senza problemi.
"Certi giorni vorrei essere proprio come te quando corri libera nella natura riuscendo a essere un tutt'uno con ciò che ti circonda! Quanto ti invidiò!" esclamò dentro di se mentre Cindy si lasciava accarezzare.
Brian aveva voglia di tornare indietro, alla sua infanzia. Da piccolo quanto aveva dovuto litigare con la zia, che aveva iniziato a vedere come una "strega", perché gli impediva di salire sul suo cavallo preferito. Susan aveva semplicemente paura che potesse cadere facendosi male seriamente. Adesso era grande, maggiorenne e non aveva bisogno del permesso di nessuno. Immediatamente aprì il box nel quale stava chiusa Cindy, la imbrigliò portandola all'aria aperta. L'animale sembrava essere impaziente:
- Cindy, stai ferma altrimenti non riesco a sellarti!- L'animale sembrò sentire la parole del ragazzo e in men che non si dica, rilassò i muscoli delle sue gambe, calmandosi.
- Brava!- esclamò soddisfatto Brian posando la mano sulla testa del cavallo, facendo nascere da quest'ultima un gesto d'affetto.
In pochi istanti Brian era già sul dorso dell'equino che lentamente stava iniziando a camminare.

Dal trotto alla cavalcata il passo fu breve. Ciò che lo circondava era la natura più pura e incontaminata che potesse esistere. Ai lati dei sentieri che stavano percorrendo alla stessa velocità di Cindy, vi erano alberi che nonostante l'inverno, ormai avanzato, mantenevano intatti la propria maestosità.
Chiuse gli occhi, lasciò che il vento gli accarezzasse i capelli, gli occhi, le guance, le labbra. In un attimo la sua mente si ritrovò vuota da ogni tipo e forma di pensiero che lo aveva piegato nell'ultimo periodo togliendogli ogni tipo di sorriso, voglia di scherzare, gioia e vitalità; caratteristiche fondamentali del suo carattere e della sua personalità.
Alle sue orecchie giungeva chiaro solo il trotto dell'animale, sentiva la velocità scorrere fulminea sul suo giaccone invernale, sentendo a tratti il vento gelido penetrargli fino alle ossa. Il freddo lentamente si stava facendo sempre più pungente, ma Brian sembrava assente, la sua testa, i suoi pensieri vagavano liberi all'interno di un oceano diventato ormai senza fine. L'unica cosa che desiderava era stare bene, non sentire più quel dolore pendere da una parte all'altra del suo cuore, voleva liberarsene al più presto, non voleva più pensare a tutte quelle persone che in un modo o nell'altro l'avevano portato lentamente a cancellare i segni più caratteristici del suo carattere.
Riaprì i suoi occhi e l'impatto con la realtà fu forte, forse troppo per un ragazzo di soli diciotto anni, strinse ancora più forte le briglie che lo tenevano "legato" a Cindy e si lasciò trasportare da quest'ultima. Di lei si fidava.
In quella settimana trascorsa nel Kentucky, lontano da casa, Brian si sentiva una persona nuova, diversa. La testa gli aveva suggerito di staccarsi dalla sua precedente vita e in pochi istanti prese la decisione che gli avrebbe permesso di compiere il più grande errore della sua vita. Si rese irreperibile per tutti, in pochi giorni sembrava essere scomparso dalla faccia della Terra. Tutti si stavano preoccupando, tutti, in particolar modo sua madre si chiedeva in continuazione che cosa gli potesse essere accaduto, ma la speranza di trovare le risposte in grado di mettere fine alla sua angoscia di madre preoccupata, si andava a scontrare con la voce di sua sorella ogni volta che chiamava:
- Mi spiace Jackie, in questo momento Brian non è in casa, ma ti prometto che non appena rientrerà, ti farò chiamare...- promesse, promesse mai mantenute.
Il cuore di Brian con il passare dei giorni si era fatto quasi impermeabile a qualsiasi tipo di sentimento, non voleva più pensare a nessuno. Una convinzione decisa si era insinuata con "violenza" nella sua testa. Avrebbe vissuto mille volte meglio senza nessuno tra i piedi. Nessuno che lo rimproverava, nessuno che gli dicesse quello che doveva o non doveva fare, nessuno che lo costringesse ad aprire un libro se non ne aveva voglia, nessuno che si intrometteva nella sua vita privata senza il suo permesso. Questa era la vita che voleva e lentamente stava cercando di ottenerla.
§*§*§
Il suono del campanello si fece sentire deciso all'interno di casa Richardson. Kevin, piegato sui suoi libri universitari fu costretto ad alzarsi per andare ad aprire la porta.
Non appena quest'ultima venne aperta, i suoi occhi verdi incontrarono la figura di una bellissima ragazza che stava oltre il cancello. Cercò di non farsi distrarre troppo dalla bellezza e una volta tornato in se chiese:
- Che cosa desidera?-
- Cercavo Brian Thomas Littrell...- rispose Summer con un leggero velo di timidezza nella voce...
- Mi scusi, chi lo cerca?-
- Sono Summer, la sua migliore amica!-
Kevin si ricordò. Vagamente suo cugino gli aveva parlato di lei, ma Brian si era dimenticato di dirgli quanto fosse carina.
Con passi lenti si avvicinò all'alto cancello in ferro battuto, l'aprì e...
- Mi spiace, ma in questo momento mio cugino non è in casa...- rispose Kevin
Summer sembrò rimanere delusa da quella risposta. Non ne poteva davvero più. Era partita da casa, si era messa in viaggio di notte solo per poterlo finalmente vedere e invece...dovette di nuovo scontrarsi con l'amarezza che stava provando in quel preciso istante.
- Per caso sai dove possa essere andato?-
- Non me lo ha detto esplicitamente, ma credo sia al ranch...-
- Ok, non è che potresti...-
Kevin capì al volo la domanda che stava per porgli la ragazza, l'anticipò, rispondendole:
- Guarda, basta che giri a destra e vai sempre a diritto, non è difficile.-
- Ti ringrazio!- rispose infine la ragazza facendo nascere sul suo volto un sorriso di circostanza. Si voltò, si diresse verso l'auto, vi salì, mise in moto e partì, mentre Kevin richiuse il cancello scuotendo la testa, rientrando in villa e chiudendo la porta dietro di se.
§*§*§
Brian stava rientrando dalla cavalcata che aveva fatto insieme a Cindy, la richiuse nel suo box, gli procurò un po' di fieno e non appena la vide mangiare di gusto, si diresse verso l'esterno. Anche se era una fredda giornata invernale, il sole splendeva caldo in un cielo completamente privo di nuvole.
Fece qualche passo in avanti, si mise seduto su un tronco di ramo ormai lì, da svariati anni, la sua mano destra si infilò all'interno del suo giaccone nero, ne estrasse qualcosa di cilindrico che mise in bocca, successivamente un accendino si fece presente nell'arto superiore sinistro, l'accese mentre con la destra cercava di evitare che il vento spegnesse lo spinello in via di accensione.
Aspirò un primo tiro, mentre i suoi occhi blu si abbassarono incontrando il verde del prato, intorno a lui il silenzio e la pace più totale interrotta a tratti dal fruscio del vento che passava attraverso i rami spogli degli alberi.
Ancora un tiro e un altro, un altro ancora e quello spinello in pochi minuti era giunto al termine. Ormai era lui l'unico suo amico fedele, l'unica cosa di cui aveva bisogno, era un vizio, diventato quasi insostituibile, era lì che Brian si rifugiava ogni volta che ne sentiva il bisogno. Era lui che lo faceva sentire bene, era lui che lo faceva sentire al settimo cielo, era lui che gli faceva dimenticare ogni problema, era lui che gli aveva fatto scordare i suoi affetti e la sua migliore amica, ma soprattutto era quel "oggetto" che l'aveva fatto diventare una persona diversa. Sì era un altro Brian.
In pochi secondi ne accese un altro, in pochi istanti una piccola nuvoletta di fumo uscì nuovamente dalla sua bocca facendolo sentire bene, in completa pace con il mondo circostante, i problemi, le delusioni, le amarezze, i dolori erano ormai diventati solo un piccolo punto quasi invisibile ai suoi occhi.
Fece un altro tiro, lo spinello aveva quasi giunto la metà, quando alle sue orecchie sentì giungere il rumore di una macchina che si stava avvicinando, immediatamente spense ciò che stava fumando gettandolo il più lontano possibile, non voleva in nessuna maniera che sua zia o suo cugino lo scoprissero. Era quasi pronto a incontrare lo sguardo di sua zia Susan, quando vide apparire davanti ai suoi occhi una persona completamente diversa.
Indossava un paio di jeans leggermente strappati sulle ginocchia, scarpe firmate Nike ai piedi di un colore bianco con strisce argentate ai lati. Un lungo giaccone nero copriva l'intera figura femminile, i capelli biondo scuro erano per la maggior parte nascosti da un cappellino bianco, le mani avvolte da dei guanti di un color panna si trovano all'interno del cappotto.
Brian rimase senza parole, si sarebbe aspettato di vedere tutti tranne lei. I suoi occhi blu la squadrarono dalla testa ai piedi. Era una settimana che non la vedeva eppure gli sembrava ancora più bella di quanto già non lo fosse nei suoi ricordi. Abbassò lo sguardo, non aveva comunque intenzione di guardarla o solamente di parlare con lei. Ma il ragazzo sembrava non avere nessuna scappatoia, ormai Summer, lentamente, ma con passi decisi, gli si stava avvicinando. La ragazza dal canto suo rimase un po' delusa, sperava di vederlo correre felice verso di lei, sperava di intravedere, anche se pur in minima parte, felicità negli occhi al solo vederla, ma niente. I suoi sentori,la sua paura di incontrare un Brian diverso da quello che lei conosceva sembravano essersi realizzati.
- Brian...- bisbigliò timidamente la ragazza quasi con la paura nel cuore di non essere desiderata.
Brian continuava a tenere gli occhi fissi sull'erba, Summer gli si era seduta vicino, continuava a guardare il suo profilo senza riuscire a capire lo strano atteggiamento del suo amico...
Notando che Brian non aveva nessuna intenzione di risponderle, le mise timidamente una mano sulla spalla, stava nuovamente per proferire parola, ma venne fermata dal voltarsi del ragazzo, dallo sguardo di ghiaccio e dalla freddezza che sembrava avere nei suoi confronti. Le parole che si susseguirono furono peggio di una doccia fredda...
- Che cosa cazzo ci fai tu qua?-
Gli occhi di Summer si sgranarono, non riusciva a credere alle sue orecchie, il suo migliore amico e quel ragazzo che gli erano di fronte, non potevano assolutamente essere la stessa persona. Il cuore della ragazza si raggelò, le parole che avevano intenzione di uscire dalla sua bocca gli si bloccarono in gola, senza più avere il coraggio di venire fuori. Brian continuava a guardarla, quello sguardo diventava sempre più freddo ogni volta che lo guardava, mentre lei si sentiva frenata da un ragazzo diverso da quello che aveva visto l'ultima volta...
- Allora, mi vuoi rispondere?- chiese in maniera fredda e determinata
I suoi occhi si fecero leggermente lucidi, ogni parola che usciva dalla sua bocca era una pugnalata al suo cuore. Si destò dal torpore nel quale era caduta a causa dell'accoglienza che gli era stata riservata ritrovandosi a balbettare qualcosa che assomigliava ad una frase...
- Bhè...non ti sei fatto più sentire...mi sono preoccupata e quindi...-
Non ebbe il tempo di terminare la frase che venne nuovamente "aggredita"...
- Se non mi sono fatto trovare, un motivo ci sarà stato non credi?! Grazie per la cordiale visita, ma non ho bisogno di te! Come vedi sto bene! Quindi puoi tornartene pure a casa!- replicò il ragazzo tornando ad abbassare la testa
- Ma...- Summer non voleva andarsene, non lo voleva lasciare, ma non riusciva a trovare la forza di far uscire le parole e la voce dalla sua bocca, sembrava come bloccata da quel Brian che non riconosceva. Come poteva essere cambiato tutto in una sola settimana? Summer scuoteva la testa, non voleva crederci, non poteva essere vero.
- Summer, non hai sentito quello che ti ho detto?- rispose Brian, sentendo che la ragazza stava insistendo e non doveva farlo. Voleva solamente essere lasciato in pace.
- Sì ho sentito benissimo quello che mi hai detto, ma sappi che non ho nessuna intenzione di andarmene...- ribatté la ragazza iniziando a trovare il coraggio e la determinazione per affrontarlo...
Brian chiuse gli occhi, fece un respiro silenzioso, strinse i pugni, non voleva essere aggressivo ne cattivo, ma sembrava che tutti tirassero fuori il suo lato più negativo.
- Ti prego Summer, non farmi essere scortese, vattene!-
- No Bri! Non me ne vado fino a quando non mi dirai che cosa diavolo ti sta accadendo!-
- Non mi sta accadendo niente! Perché tutti si preoccupano per me?! Sto bene e non ho bisogno del tuo aiuto!-
- Non è vero Bri! Puoi mentire a tutti, ma non a me, ti conosco fin troppo bene!-
- SUMMER...FAMMI UN PIACERE, VATTENE!!-
Summer sentiva la voce uscire chiara e decisa dalla bocca di Brian, sì era la sua voce, ma non era lui. Non era da lui risponderle in quel modo e con quel tono. L'amico che lei conosceva non l'avrebbe mai fatto, non avrebbe mai alzato la voce, non l'avrebbe mai cacciata via. La ragazza si sentiva in trappola. Come poteva comportarsi? Ogni frase, ogni parola che proferiva era quella sbagliata, non c'era niente di giusto in quello che diceva eppure una cosa lei la sapeva benissimo: non poteva andarsene, non poteva lasciarlo in quelle condizioni. Voleva ad ogni costo ritrovare il "suo" Brian, quell'amico indispensabile all'interno della sua vita e avrebbe fatto di tutto per riaverlo indietro.
- Brian, io non voglio andarmene! Non ho nessuna intenzione di lasciarti in queste condizioni...-
Il ragazzo sorrise divertito all'affermazione dell'amica e...
- Guarda, che non sono malato!-
- Lo so bene che non sei malato, però...-
Brian tornò ad anticiparla...
- Non sprecare il tuo prezioso fiato, perché non ho nessuna intenzione di starti a sentire...-
Summer a quel punto perse la pazienza e...
- E INVECE MI STAI A SENTIRE! MI SONO STANCATA DI QUESTO TUO STUPIDO ATTEGGIAMENTO CHE STAI AVENDO NEI MIEI CONFRONTI! PUOI FAR FINTA DI NON CONOSCERMI, PUOI TRATTARMI MALE, PUOI OFFENDERMI QUANTO VUOI, MA SAPPI, MIO CARO BRIAN CHE NON HO NESSUNA INTENZIONE DI ANDARMENE SE NON RIAVRO' INDIETRO IL MIO MIGLIORE AMICO!-
- MA COSA CAZZO STAI DICENDO SUMMER? SONO SEMPRE IO, NON SONO CAMBIATO DI UNA VIRGOLA!-
- FINISCILA DI MENTIRMI BRIAN, FINISCILA!-
- FINISCILA TU RAGAZZINA! COSA VUOI DALLA MIA VITA EH? COSA VUOI? STAVO DA DIO PRIMA CHE TU ARRIVASSI A ROMPERMI LE SCATOLE...-
- OH, SCUSAMI TANTO SE MI SONO PERMESSA DI PREOCCUPARMI PER TE...-
- NON TE L'HA CHIESTO NESSUNO! ADESSO VATTENE E NON FARTI PIU' VEDERE!- ribatté in tono chiaro e deciso.
Brian si alzò, stava per raggiungere la staccionata in legno che divideva la strada dal ranch, quando sentì una forte presa raggiungerlo al braccio destro costringendolo ad arrestare il passo...
- MOLLAMI!- esclamò Brian senza voltarsi a guardarla negli occhi.
- Non ti mollerò fino a quando non starai a sentire ogni singola parola che ti devo dire...-
Brian si scrollò di dosso la presa della ragazza, tornò a guardarla freddamente negli occhi e...
- NON HO VOGLIA DI STARE A SENTIRE LE TUE INUTILI E STUPIDE PAROLE!-
- E INVECE...-
Summer venne per l'ennesima volta anticipata e...
- BASTA! ADESSO MI HAI VERAMENTE STANCATO! SEI SOLO UNA SCIOCCA RAGAZZINA PRIVA DI INTELLIGENZA CHE PENSA DI FARMI CAMBIARE CON UN PAIO DI PAROLINE MAGICHE. BHE'...SAPPI MIA CARA CHE NON CI RIUSCIRAI! SEI SOLO UNA STUPIDA ILLUSA!-
La mano di Summer istintivamente si alzò a mezz'aria scontrandosi con la guancia destra dell'amico che rimase per qualche istante con la faccia rivolta dal lato opposto.
Le ciglia di Summer erano incurvate, non era mai stata così tanto arrabbiata con Brian. In pochi minuti era riuscito a tirare fuori la parte peggiore della ragazza. Continuava a guardare il suo viso di profilo e la cosa che gli faceva maggiore paura era che non riusciva a sentirsi in colpa per il gesto istintivo uscito dalle sue mani.
Quello schiaffo ricevuto, sembrò smuovere qualcosa all'interno del ragazzo. Davanti agli occhi di una Summer piena di rabbia e delusione, le gambe di Brian all'improvviso si fecero deboli, le sue ginocchia si piegarono sulla fredda erba, il volto si fece basso, i suoi occhi si chiusero mentre delle leggere lacrime iniziarono a rigare il suo viso. In pochi minuti quel luogo atrofizzato venne reso vivo dai singhiozzi di Brian che sembrava non riuscire più a trovare pace.
Il sangue nelle vene della ragazza, per un attimo, sembrò raggelarsi, non riusciva a capire. Come poteva essere possibile? Pochi minuti fa era il ragazzo più "aggressivo" e determinato del mondo mentre l'istante dopo si dimostrava il più debole e il più fragile, che cosa diavolo stava accadendo?
Ma non era quello il momento di stare a porsi domande che non avrebbero trovato risposte. Dopo un attimo di disorientamento, Summer si piegò sulle ginocchia, vicino all'amico. Quei singhiozzi e quelle lacrime così forti e disperate sembravano una richiesta d'aiuto che la ragazza non sapeva come esaudire. Per lei non era semplice aiutarlo, stava per posare le sue braccia sulle spalle del ragazzo, quando quest'ultimo scattò nuovamente...
- NON TOCCARMI! NON TOCCARMI! NON VOGLIO!- urlò il ragazzo tra le lacrime che ormai avevano riempito completamente il suo viso.
Summer ritrasse le braccia, rimase al suo fianco, stava per proferire parola, quando venne nuovamente anticipata...
- Non ce la faccio più, non resisto, è veramente troppo per me...- bisbigliò tra i singhiozzi che non sembravano avere nessuna intenzione di calmarsi
- Brian, ti prego parlarmi, dimmi che cosa posso fare per aiutarti...- chiedeva la ragazza cercando di trattenere quelle lacrime che con prepotenza cercavano una via d'uscita.
Ma il pensiero di Brian sembrava essere solo uno:
- Voglio scomparire dalla faccia della Terra! Vivere per me è solo una punizione che non riesco più a sopportare!-
Summer rimase di sasso. Avrebbe voluto rispondere, avrebbe voluto dire un qualcosa di sensato, ma non ci riuscì. Il suo cuore lentamente si stava riempiendo di paura. Quella frase la spaventava, la rendeva impotente, l'unica cosa che riuscì a fare in quella circostanza, fu abbracciare Brian. Quest'ultimo cercava di liberarsi, di opporsi, non voleva essere abbracciato da nessuno, ma ogni sua volontà si cancellò, non appena si rese conto che Summer non gli avrebbe mai permesso di staccarsi da lei. Si arrese a quel gesto d'affetto, mentre i singhiozzi rimanevano gli unici rumori protagonisti di quel luogo deserto.

CAPITOLO 12

Out Of Control...
Gli ultimi raggi di sole, di una giornata che stava volgendo al termine, stavano illuminando la schiena di un ragazzo piegato su un alto manuale universitario di filosofia.
Era giunto alla penultima pagina di quel capitolo che sembrava non voler mai giungere al termine.
Nella mano destra teneva ben stretto un evidenziatore dal colore giallo fosforescente, sotto i suoi occhi verdi, parole e frasi, scorrevano tranquille. Si stava accingendo a sottolineare il discorso, secondo lui, più importante, quando alle sue orecchie giunse un suono "fastidioso" che lo portò a distrarsi dallo studio.
Alzò gli occhi verso il soffitto bianco, sbuffò, lasciò cadere l'evidenziatore sul manuale e si diresse con passi decisi verso il portone d'ingresso.
Il suono del campanello si faceva sempre più insistente...
- Arrivo!- esclamò il ragazzo aumentando l'andatura del passo.
Passano pochi e brevi istanti, la mano maschile si fece presente sul pomello della porta, quest'ultima si aprì davanti ai suoi occhi, lasciandogli vedere due persone; entrambe provate, seppur in maniera diversa.
- Ma...che è successo?- chiese Kevin guardando entrambi senza riuscire a capire
Gli occhi di Brian erano arrossati, probabilmente aveva pianto, il colorito del suo viso era sul rosa acceso, colpa forse del freddo che si era preso..
- Non è successo niente che ti possa interessare!- esordì il cugino
Kevin stava per proferire parola, ma venne anticipato da Brian, quest'ultimo portò il suo sguardo sulla ragazza che gli era al fianco, con forza si liberò dalla sua presa esclamando:
- MOLLAMI! Adesso non ho più bisogno di te. Puoi pure andartene!-
L'incedere sicuro del ragazzo si fece presente all'interno della villa del cugino che continuava a notare il suo strano atteggiamento senza riuscire a proferire parola. Ben presto la figura di Brian scomparve lungo le rampe di scale "catturato" dalla vista di Kevin.
L'attenzione del ragazzo si fece presente sulla figura di Summer, senza farselo ripetere due volte, la invitò ad entrare. La ragazza con fare titubante oltrepassò la soglia d'ingresso. Kevin ci mise poco a notare che era visibilmente infreddolita e provata. La fece accomodare..
- Accomodati pure! Vado a prepararti qualcosa di caldo!- concluse Kevin scomparendo dalla vista di Summer.
La ragazza si mise seduta vicino al camino, le sue mani coperte dai guanti si avvicinarono, massaggiandosi tra di loro, alla ricerca di un calore che lentamente stava arrivando. Il suo sguardo vuoto si fece presente sul fuoco che si faceva sempre più scoppiettante all'interno del camino. Desiderava che quel caldo fuocherello, vivo, davanti ai suoi occhi, riuscisse a portare dentro il suo cuore tutto quel calore di cui aveva bisogno. Ma ogni sua speranza veniva puntualmente infranta. Si sentiva ferita dal suo migliore amico. All'improvviso si sentiva sola, sola nel cercare di proteggere un'amicizia più importante della sua stessa vita. Per nessuna ragione al mondo avrebbe voluto perdere Brian, ne come amico, ne come persona. Sapeva, sentiva di aver ancora tanto bisogno di lui, se l'avesse perso, avrebbe perduto metà del suo cuore. Stava male, forse come non lo era mai stata in vita sua. Certo, aveva sofferto, il dolore e la sofferenza più volte erano arrivati a far visita all'interno della sua esistenza. Era sempre riuscita a sopravvivere, a sopraffare quello stato d'animo quasi schiacciante, ma adesso sentiva di essere debole. Quell'incessante e "straziante" angoscia, gli stava togliendo ogni forza, assorbendo ogni sua linfa vitale. I suoi occhi castani iniziarono a farsi lucidi al solo ricordo di tutti i momenti belli e spensierati vissuti con il suo migliore amico. Le loro risate, i loro scherzi, i loro, a volte piccoli, a tratti grandi, litigi, avevano stretto ancora di più, l'uno all'altro quei due ragazzi, che seppur diversi nella fisionomia del corpo, erano simili nel loro essere amici.
Ogni tipo di pensiero venne interrotto dall'incedere sicuro, ma allo stesso tempo titubante di Kevin. Si mise seduto al suo fianco, Summer non si era neppure resa conto della sua presenza. Il ragazzo, in punta di piedi si fece presente nei suoi pensieri, stando attento a non disturbare la sua visibile amarezza...
- Tieni, ti ho portato una bella cioccolata calda!-
Lo sguardo di Summer si fece presente sulla figura del ragazzo. Sulle sue labbra vi era un piccolo accenno di sorriso, i suoi occhi verdi erano pieni di affetto. La ragazza lesse la sua chiara intenzione di volerla aiutare, Summer ne fu molto felice, ma in quel momento gli sembrava che nessuno fosse in grado di capirla, di porgli una mano per farla stare meglio. Con gentilezza, si sforzò di sorridere e...
- Ti ringrazio! Ma non mi va veramente niente. Ho lo stomaco chiuso!-
- Capisco!- ribatté il ragazzo senza riuscire veramente a capire.
Posò la tazza bianca fumante di cioccolata sul basso tavolino in vetro che aveva davanti, tornò a guardare la ragazza, la cui attenzione si era nuovamente fatta presente sul fuoco. Quell'ardente desiderio di calore era incandescentemente presente dentro di lei. Le sue mani, adesso nude, continuavano a sfregarsi tra di loro ancora alla perenne ricerca di ardore.
Kevin continuava a guardarla, la schiena della ragazza, a brevi tratti veniva ancora percorsa da dei leggeri brividi di freddo, un silenzio quasi imbarazzante era calato tra di loro. Summer non parlava per il semplice motivo che non ne aveva voglia, Kevin non si esprimeva per il timore di essere troppo irruente in una questione che non lo riguardava. Ma una cosa lo interessava. Si fece coraggio rompendo quel silenzio pesante per entrambi...
- Scusami, non vorrei essere troppo invadente, ma che cosa è successo tra te e Brian?-
La ragazza tornò a guardarlo, i suoi occhi erano leggermente arrossati, provati dal freddo e dalle lacrime. Abbassò la testa e come un flash, tutte le parole dettegli da Brian tornarono a tormentarla, a farla stare, visibilmente, male.
- Bhè...precisamente non lo so. Diciamo che non riusciamo più a prenderci come un tempo. Sembra che una settimana abbia cambiato un'amicizia di una vita. Io...io...non so che cosa dirti...ero solo venuta...per...- non riuscì a terminare la frase. Summer venne colta all'improvviso da un attimo di tristezza. Tutta quella forza, quella decisione che aveva ostentato con tanta determinazione davanti agli occhi del suo migliore amico, adesso aveva trovato la sua fine. Quelle lacrime che era riuscita a controllare da quando era arrivata nel Kentucky, adesso sembravano non riuscire più a fermarsi. Era come un fiume in piena che abbatteva ogni argine presente sulla sua strada. Kevin fu un attimo titubante, non voleva passare per "l'approfittatore della situazione", ma quel pianto straziava anche il suo cuore, nonostante conoscesse quella ragazza da solo poche ore. Alla fine si lasciò prendere dall'istinto, gli mise una mano intorno alle spalle, a quel gesto la ragazza si lasciò definitivamente andare, lasciando cadere la testa sull'addome di Kevin mentre dei timidi singhiozzi iniziarono a farsi presenti all'interno di quella villa stranamente silenziosa, fino a quel momento.
§*§*§
Una musica a tutto volume, pesante, brutale e violenta iniziò a farsi largo all'interno di una stanza. Passarono pochi istanti e una voce "animalesca" iniziò a cantare parole quasi indecifrabili.

"I will have a feast on your soul
And watch your world as it comes tumbling down
You know there is no return
I will make you burn inside your time has come

I show no mercy
You know I know no other way
Than to revel in your flesh
I am born to conquer
So you die...

Quella musica, quelle parole, lentamente gli entrarono in testa, impossessandosi completamente del suo corpo. Nessuno sembrava più essere in grado di fermarlo. Ogni suo arto, sia inferiore che superiore, si stavano scatenando allo stesso ritmo di quella musica che lo aveva "fatto suo". Brian aveva un solo obiettivo: cancellare ogni singolo pensiero, ogni singolo volto dalla sua testa. Tutto era diventato un peso troppo insopportabile. L'unico desiderio che circolava libero, prendendo sempre più piede nel suo cervello, era essere un ragazzo diverso a tutti i costi.

...I live inside you
So you die
I won't surrender
So you die
And now when your days are counted
I have reached my goal
You are broken down
Your life is lost I have collected yet another soul...

Nella sua testa troppi pensieri si stavano ricorrendo senza riuscire a dargli tregua. I suoi movimenti si stavano facendo sempre più frenetici. La voglia di non pensare era tanta e tutta la sua forza, tutta la sua concentrazione era in quella musica che usciva carica dallo stereo.

...That's when you see
That you have lost your soul to me
That's when you feel
That you have lost the will to live
And I am still here
Waiting for the next to drain of life
And I am stronger now
Then when I took your useless life...

Dopo tanto lottare con i suoi pensieri, Brian riuscì ad avere la meglio. Adesso la sua testa, era vuota, libera da ogni tipo di pensiero opprimente. Ormai era in completa balia di quella musica fattasi un tutt'uno con il suo corpo che non sembrava essere per niente provato da quel muoversi senza più nessun controllo. Preso dall'esaltazione più totale iniziò a gettare a terra qualsiasi oggetto che i suoi occhi incontravano sulla sua stessa via. I gesti erano repentini, veloci, pieni di quella rabbia, di quell'ira che in Brian non era mai stata presente.

...No living thing can be spared from my attack
When I feel the urge to kill
I hate your breath and the strength you get from life
Because I have never lived
And now its my time to be one with
All the mortal ones that walk the earth
I enter human form my wicked soul lives on into eternity"
(So You Die - By Bloodbath)

La stanza era ormai divenuta un campo di battaglia. Non vi era rimasto più niente da distruggere, tutto sembrava essere stato annientato. Gli occhi blu di Brian continuavano a guardarsi intorno, ancora, nonostante avesse "raso al suolo" l'intera stanza, non riusciva a sentirsi libero. Fermò ogni tipo di movimento, il suo respiro si era fatto affannoso, ma nonostante ciò era ancora carico. Strinse i pugni mentre le ultime note della canzone giungevano in modo distorto all'interno di quelle mura. Quando sentì giungere un silenzio quasi inquietante dentro la stanza, il suo sguardo si fece presente su quello stesso stereo da cui era uscita la musica, lo scrutò per qualche breve istante e senza nessun timore, lo prese per gli estremi. La sua presa si fece forte, lo alzò in aria gettandolo poi violentemente sul pavimento. Quel rumore greve ed acuto rimbombò nella sua testa senza procurargli nessun effetto. Si era sfogato, nonostante il suo corpo non avesse trovato freni, non si sentiva stanco, anzi era più carico di prima. Tutti i pensieri se ne erano andati, tutto sembrava essere ritornato come prima. Prima di quel "dannato arrivo" di Summer.
§*§*§
Kevin giunse ai piani superiori. Era salito perché preoccupato dalla forte musica che giungeva anche ai piani inferiori. Si trovava di fronte alla porta della stanza da letto del cugino. Bussò, ma dall'altra parte non ricevette nessun tipo di risposta. Attese pazientemente qualche istante, nella speranza di vedere la porta, in legno massello, aprirsi davanti ai suoi occhi, ma ogni sua speranza venne bruscamente spezzata. Fece un bel respiro profondo, con decisione mise la mano sulla maniglia placcata in "finto" oro, aprì la porta e non appena lo scenario della stanza si fece presente davanti ai suoi occhi...gli mancò il respiro. Non riusciva a crederci. Tutto era in completo disordine, sembrava che di lì, fosse passato un tornado. Le cornici in cui era raffigurato Brian da piccolo erano per terra, il vetro che le proteggeva si era fatto in mille pezzettini, per tutta l'area del pavimento regnava il chaos più totale, niente era rimasto sulle mensole, niente era rimasto illeso. Kevin non riusciva a parlare, lentamente si fece largo all'interno della camera, cercando lo spazio per poter camminare. Si fece presente dietro le spalle del cugino. Ancora visibilmente esterrefatto, proferì parola:
- Brian, ma si può sapere che cosa hai combinato?- chiese mentre continuava a guardarsi intorno
La figura di Brian si voltò, il suo sguardo era ancora furente, nei suoi occhi blu si poteva leggere chiaramente la rabbia bollire dentro di lui e non risparmiò neppure il cugino.
- CHI TI HA DATO IL PERMESSO DI ENTRARE NELLA MIA STANZA? VATTENE!-
Gli occhi verdi di Kevin si aggrottarono, tutto sembrava essere troppo assurdo per poter essere vero, non riusciva credere alle sue orecchie. Perché gli stava rispondendo in maniera cosi "strafottente?". Che cosa stava accadendo? La sua mente venne invasa da mille punti interrogativi e tra i milioni di dubbi, Kevin si ritrovò a borbottare un qualcosa di simile ad una frase...
- Brian...ma si può sapere...che cosa...-
Non gli dette il tempo di terminare la frase che si fiondò "violentemente" sulla figura del cugino
- VATTENE! TI HO DETTO DI ANDARTENE!- la voce usciva chiara, sicura e forte dalla bocca di Brian e ben presto alle parole dure, fecero seguito anche i gesti. Vedendo che Kevin non reagiva all'ordine che gli aveva dato, la figura del cugino gli si fece frontale. Erano faccia a faccia. Lo sguardo di Brian si fece bruciante e in pochi istanti iniziò a dargli delle piccole spinte sull'addome...
- Brian, ma perché ti stai comport...-
- ZITTO KEV! ZITTO!-
In pochi istanti, la figura di Kevin si ritrovò all'esterno della stanza, sentì il muro congiungersi con la sua schiena.
- SE NON TI E' CHIARO, LA TUA PRESENZA NELLA MIA STANZA NON E' GRADITA, E ADESSO FAMMI UN GROSSO FAVORE: VATTENE ALL'ISTANTE!- Kevin all'udire quelle parole non ci vide più e rispose al cugino con lo stesso tono con il quale era stato "aggredito"...
- INTANTO DIREI DI METTERE I PUNTINI SULLE "I". QUESTA NON E' CASA TUA, QUELLA NON E' LA TUA CAMERA E NON AVEVI NESSUN DIRITTO DI METTERLA A SOQQUADRO. MA CHI TI CREDI DI ESSERE BRIAN? PENSI DI ESSERE IL RAGAZZO PIU' FORTE DEL MONDO? PENSI DI POTER FARE TUTTO QUELLO CHE VUOI? PENSI DI AVERE L'UNIVERSO AI TUOI PIEDI? BHE'...MI SPIACE INFRANGERE I TUOI SOGNI E LE TUE ILLUSIONI, MA CON QUESTO COMPORTAMENTO SEI SOLO UN BAMBINO VIZIATO!-
- MA COME TI PERMETTI DI PARLARMI COSI' EH? COME TI PERMETTI? NON HAI LA VAGA DI QUELLO CHE HO DOVUTO PASSARE IO NELLA MIA VITA. NIENTE MI E' STATO REGALATO, MI SONO SEMPRE DOVUTO CONQUISTARE TUTTO, ADESSO MI SONO STANCATO, VOGLIO FARE COME PARE A ME!-
- VUOI FARE COME PARE A TE? BENE, ALLORA PRENDI LO ZAINO CON IL QUALE SEI ARRIVATO E VATTENE DA QUESTA CASA! TU NON SEI MIO CUGINO E NON MERITI DI STARE SOTTO IL MIO STESSO TETTO!-
- ME NE VADO CON MOLTO PIACERE! NON STARO' QUA, UN SOLO MINUTO DI PIU'!- esclamò, infine, Brian in tono deciso.
Si scambiarono un ultimo sguardo sostenuto, da parte di entrambi, alla fine Brian, abbassò la testa e senza nessun ripensamento, iniziò a scendere la rampa di scale che l'avrebbe condotto al piano inferiore. La testa di Kevin si era fatta bassa, non era pentito di ciò che aveva detto al cugino. Brian aveva bisogno di qualcuno che trovasse il coraggio di gettargli in faccia la cruda realtà, e lo faceva star male il solo fatto che quell'arduo compito era toccato proprio a lui. Ebbe appena il tempo di rialzare la testa che sentì lo sbattere della porta, giungere in maniera chiara alle sue orecchie. Tirò un profondo respiro, si fece forza e ritornò ai piani inferiori dove sapeva bene che lo stava attendendo Summer.
§*§*§
La Madza correva a tutta velocità lungo le strade completamente libere del Kentucky. Le mani fisse sul volante, le sue ciglia incurvate, il suo sguardo impetuoso era fisso davanti a se. Il tachimetro segnava 120km\h. I fari accesi si facevano largo da soli in quel buio ormai calato, solo da poche ore, sulla sua città natale. Brian sentiva che adesso nessuno poteva più fermarlo, tutto era nelle sue mani, finalmente era libero. Quella libertà che aveva tanto desiderato, adesso era in suo potere. Nessuno gli avrebbe più messo i bastoni fra le ruote. Svoltò a destra, poi a sinistra, la strada adesso gli si presentava dritta e solitaria davanti ai suoi occhi.
Quel silenzio insolito all'interno dell'abitacolo venne riempito da un "beep" quasi fastidioso alle sue orecchie. Diminuì la velocità, mise la mano destra all'interno dei suoi pantaloni di jeans, ne estrasse il cellulare. Il display era illuminato da una luce gialla che permise al ragazzo di leggere: 1 nuovo messaggio.
Decise di accostare al margine destro della carreggiata, non sarebbe stato in grado di leggere e guidare. Una volta fermo, premette un tasto e la prima cosa che lesse fu il destinatario dell'sms: Mike.
La cosa per Brian iniziava a farsi interessante, era proprio curioso di leggere che cosa gli scriveva. Premette nuovamente lo stesso tasto. Davanti ai suoi occhi blu si presentarono le seguenti parole: "castello - ore 3:00 - Kenty - Vonghbery see ya - Winterland"
Sul volto di Brian si fece presente un sorriso di soddisfazione: era proprio quello che stava cercando. Spense il cellulare, lo lasciò cadere all'interno dei pantaloni, mise nuovamente in moto. La sua mano destra si fece presente sulla retromarcia, fu costretto ad effettuare un'inversione a U, non appena l'auto si trovò nel giusto senso di marcia, inserì la prima, mise piede sull'acceleratore e partì come un fulmine.

La Mazda blu metallizzata correva libera e serena lungo le strade sterrate che sempre più velocemente lo stavano portando a destinazione. In una manciata di minuti vi giunse. Il luogo d'incontro era situato in mezzo alla natura. Parcheggiò nel primo posto libero che vide. Tirò il freno a mano, si tolse la cintura di sicurezza, aprì la portiera per poi scendere e sbatterla dietro di sè.
Iniziò a compiere qualche leggero passo, i suoi piedi che indossavano un paio di Adidas nere con delle strisce bianche ai lati, si frapponevano l'uno davanti all'altro con intervalli precisi e decisi. Brian si guardò intorno, per qualche breve istante. Vide soltanto maestosi alberi sempre verdi muoversi al lento oscillare del vento. Spostò il suo sguardo di qualche grado facendo entrare nel suo campo visivo una bellissima fortezza antica, abbandonata al tempo e alle intemperie.
Si trattava di una costruzione edificata in completa pietra, consumata dal tempo di un colore consunto resosi indefinibile. Al di sopra della base cubica si innalzavano dritte e maestose in tutta la loro avvenenza otto torri i cui merli terminavano a punta. Da qualunque lato Brian guardasse quel castello, poteva notare varie finestre protette da delle inferiate di ferro, a mo' di prigione, arrugginite per colpa della pioggia, del sole e del vento. Percosse quel breve tratto di strada plasmata in completa terra leggermente bagnata per via delle piogge dei giorni passati. Con abilità cercò di evitare le piccole pozzanghere d'acqua che vi si erano formate nelle cavità del terreno.
In pochi istanti giunse a destinazione, stava per bussare al grande ed alto portone in legno che con dignità ancora riusciva a tenersi su, quando si rese conto che quest'ultimo era accostato. Senza farselo ripetere due volte vi entrò con sicurezza, cercando di lasciare la stessa apertura che aveva trovato. Una volta all'interno venne invaso da un forte odore di vecchio misto a chiuso, ma bastarono pochi istanti per far sì che il suo senso d'olfatto si abituasse a quel sentore.
Non ebbe neppure il tempo di guardarsi attorno, delle forti e possenti braccia si fecero presenti sui suoi arti, arrestando ogni minimo movimento del suo corpo.
Gli occhi blu del ragazzo si scontrarono con quelli scuri, dei due "energumeni" che lo tenevano fermo. Entrambi gli uomini avevano un'età che si aggirava intorno alla trentacinquina, erano completamente vestiti di nero, mentre i loro bicipiti si mettevano in mostra attraverso quegli indumenti, che senza volerlo, erano divenuti aderenti.
I muscoli di Brian si erano fatti tesi, gli occhi che all'inizio sembravano essere un po' "spauriti", perché fermato senza preavviso, adesso sembravano aver ripreso tutta quella sicurezza; caratteristica fondamentale del suo sguardo. Cercò con forza di liberarsi:
- LASCIATEMI!- urlò Brian facendo riecheggiare il suo eco all'interno di quelle mura
- Dicci la parola d'ordine e avrai via libera!- decretò uno dei due.
- Winterland!- rispose il ragazzo facendo uscire con sicurezza la voce dalla sua bocca.
I due "guardiani" si guardarono negli occhi, sembravano comprendersi mentalmente senza parlarsi. Entrambi fecero un cenno di assenso positivo con la testa per capirsi. Tolsero le loro vigorose mani dalle braccia del ragazzo: una volta libero, si sistemò il giaccone. Immediatamente sentì una musica ritmata giungere alle sue orecchie, senza nessuna esitazione, si diresse verso quella, che sarebbe stata la vera festa.
Salì degli scalini composti in pietra grigia, il tempo li aveva privati di quel lustro che avevano un tempo, ma riuscivano nonostante tutto, ad essere ancora splendidi nella loro antichità.

Ciò che accolse Brian fu il divertimento, lo spasso più bello e assoluto che potesse esistere. Un mix di luci verdi, gialle, rosse pulsavano davanti ai suoi occhi, mentre una musica assordante e visibilmente rumorosa raggiunse le sue orecchie, accentuando ancora di più la sua voglia di svagarsi, di sentirsi libero e di dominare l'intero universo.
Fece soltanto qualche passo, venne raggiunto da un ragazzo: Mike, il leader di quella combriccola che gli aveva offerto lo spinello, facendolo entrare in un giro, senza nessuna via d'uscita. Indossava un paio di pantaloni di jeans, aderenti quanto basta per mettere in evidenza la vigoria delle gambe e del suo membro. Una maglia a maniche lunghe, in cotone, nera, accentuava il fisico ben scolpito; frutto di anni di palestra. Ai piedi portava un paio di scarpe eleganti, la lucentezza di quest'ultime era tale, da portecisi specchiare dentro.
- Ciao fratello! Ce l'hai fatta a raggiungerci!- esclamò Mike dando il cinque a Brian che sorrise felice di essere in quel luogo.
- Per fortuna che mi è arrivato il tuo messaggio, altrimenti la mia serata sarebbe stata una noia mortale!-
Mike sogghignò, gli mise un braccio intorno alle spalle e con l'atteggiamento di chi ci sapeva fare continuò il suo colloquiare
- Se vuoi posso rendere ancora più eccitante la tua serata...-
- In che modo?- chiese Brian in tono più che interessato.
- Ti vanno delle pasticche? Queste...- Mike s'interruppe. Inserì la mano destra all'interno dei suoi jeans, ne estrasse due piccole pastiglie dal colore diverso l'uno d'altra. La prima aveva una colorazione azzurra, sopra di essa si presentava la figura di un cuore, la seconda si mostrava davanti agli occhi del ragazzo, di un colore giallo, sulla cui superficie appariva la forma geometrica di un triangolo isoscele.
- ...Sono una bomba, sono il massimo se vuoi vivere una serata diversa dalle altre!-
Sul volto di Brian comparve un sorriso pieno di soddisfazione; era proprio quello che stava cercando, stava per prenderle, quando Mike gli si avvicinò all'orecchio...
- E poi detto tra noi...- si interruppe, assicurandosi che non ci fosse nessuno nei paraggi in grado di udire le sue parole...
- ...è il massimo con le ragazze! Dammi retta amico, questa sera, sai quante te ne porti a letto...!- concluse dandogli un amichevole pacca sulla spalla.
Sul volto di Brian vi era un sorriso che non sembrava intenzionato a scomparire. Estasiato dalle parole di Mike, prese le due pasticche e si diresse verso il bancone delle bevande. Vide che dietro a quest'ultimo vi era un ragazzo la cui età si aggirava intorno alla ventina, masticava vistosamente una chewing - gum, mentre cercava di mettersi in mostra con acrobazie di vario genere con lo scheker dei cocktail passandolo da una mano all'altra con assoluta disinvoltura. I suoi capelli neri erano sparati in aria mentre all'orecchio destro erano visibili tre cerchietti in oro bianco, dal mento spuntava una pallina a mo' di piercing. Portò lo sguardo su Brian attendendo con pazienza la sua ordinazione che ben presto arrivò...
- Un whisky doppio! chiese con assoluta tranquillità mentre teneva il tempo della musica, battendo le mani sul bancone e muovendo la testa.
Passarono pochi istanti, quando vide comparire davanti ai suoi occhi, un bicchiere in vetro con ciò che aveva chiesto. Non si pose troppi dubbi, lo prese con sicurezza e con altrettanta spavalderia, mandò il tutto (pastiglie comprese) all'interno del suo corpo.

Gli effetti non si fecero attendere. Brian era in mezzo alla pista da ballo, si muoveva con disinvoltura, si sentiva in completa pace con tutto il resto del mondo, sentiva che nessuno adesso poteva più fermarlo. Aveva tutto l'universo nelle sue mani. Gli piaceva ballare, amava sentire quella musica forte e ritmata scorrergli nelle vene. Tutto era perfetto e lo fu ancora di più non appena vide una bellissima ragazza avvicinarsi a lui. Adesso sì che il divertimento si completava. Non riusciva a capire più niente, quella bellezza a dir poco perfetta lo aveva colpito fin nel profondo.
La ragazza dai lunghi capelli biondi lisci, occhi verdi, fisico scolpito e longilineo, indossava un mini top bianco e nero, completamente riempito di strass, la cui lunghezza si fermava al di sopra dell'ombelico, una minigonna vertiginosa di pelle dal color corvino che arrivava quasi al limite del pube. Le gambe erano coperte da delle sottili calze di nylon dal colore scuro, ai piedi portava un paio di tacchi alti circa cinque centimetri, color testa di moro.
Quelle forme così abbondanti, ma allo stesso tempo perfette, non persero tempo e prima che Brian riuscisse a rendersene conto, se le ritrovò "addosso". Le mani femminili rapirono il suo collo, iniziando a muovere in maniera sexy, i fianchi e il fondo schiena. Le braccia di Brian si presentarono sulla regione lombare, i suoi occhi blu caddero sulla profonda scollatura di lei che non fece niente per nascondere quelle provocanti forme, anzi si stava divertendo a far nascere un emozione che lentamente stava iniziando a venir fuori. I loro sguardi si incrociarono solo per un breve istante, negli occhi di entrambi lambiva la voglia di essere un tutt'uno con il corpo dell'altro.
La musica aveva rapito tutti e due, quegli sguardi si fecero sempre più complici, la bocca femminile si avvicinava, sempre più, in modo "pericoloso" e provocante. Brian non fece niente per evitare quella situazione, anzi, lasciò che la ragazza gli regalasse, un leggero ed eccitante morso su quelle labbra che iniziava a vedere come un qualcosa da raggiungere a tutti i costi. Tutto intorno a loro, improvvisamente si cancellò, esistevano solamente loro due e quella passione che lentamente stava nascendo da ogni loro gesto e da ogni loro sguardo. Non riuscivano più a resistersi.
Le mani di Brian lentamente si spostarono sul fondo schiena della ragazza, facendo nascere, sulle labbra di quest'ultima, un sorriso di soddisfazione misto a passione che stava trattenendo a fatica.
Passarono pochi minuti, Brian, preso dall'esasperazione più totale, si staccò da lei, la prese per mano, gli lanciò uno sguardo pieno di significati, seguito da un...
- Vieni con me!- la ragazza non se lo fece ripetere due volte, lo seguì.
Il suo sguardo era languido, i suoi occhi verdi percossero interamente il fondo schiena maschile. Trattenersi era ormai difficile. Brian riuscì a farsi largo tra le persone che stavano ancora ballando, salì una decina di scalini, vide una porta, l'aprì, e senza porsi il problema di quale stanza fosse, vi si inoltrò insieme alla dolce compagnia della serata, chiudendo l'entrata.
Nella penombra di quella stanza iniziarono a dar libero sfogo, a quegli stessi sensi, che sulla pista da ballo erano incatenati con forza. Non persero tempo, la ragazza si fece avida sulla bocca e sul collo di Brian. Ogni suo bacio, ogni suo piccolo e leggero morso era un piacere assoluto, un qualcosa che lo appagava, che lo faceva sentire bene, ma non gli bastava, voleva, desiderava ancora di più. Le labbra di Brian si fecero affamate di passione sul collo di lei, lentamente stavano scendendo, ma involontariamente incontrò l'ostacolo del top. Con ardore glielo tolse, trovando finalmente strada libera. Quelle labbra così bramose, così vogliose, incontrarono i suoi seni, giunse ai capezzoli che divennero turgidi all'ennesimo passaggio di quest'ultime.
Dalle loro bocche uscivano dei leggeri gemiti di piacere, mentre le loro schiene venivano percorse da dei brividi freddi di eccitamento. In pochi istanti si ritrovarono completamente nudi l'uno di fronte all'altra, resistersi era ormai diventata una missione impossibile. Le labbra di lei si fecero fervide su quelle di lui, iniziando a baciarsi in maniera appassionata ed ardente. Quei baci, pieni di piccante ardore li fecero cadere su un materasso malmesso, ma a loro non importava, quella crescente passione li aveva ormai completamente invasi. Quei gemiti che prima erano leggeri, adesso si erano fatti più appassionati e desiderosi. L'uno aveva fame dell'altra e viceversa e ben presto quella passione, quel dolce e trasgressivo appartenersi, raggiunse l'apice più alto del piacere, facendoli, successivamente cadere con il respiro affannoso, ma completi e sazi, su l'unico testimone di quella notte che sarebbe rimasta in maniera indelebile nella testa di Brian.
§*§*§
Un quarto d'ora dopo, sulla pista da ballo si continuava a darsi da fare, mentre fiumi di alcool, scorrevano liberi e tranquilli in grossi bicchieri di vetro, abbandonati vuoti in ogni dove, lungo il perimetro di quella sala, dove ormai regnava il caos più assoluto. Tra i giovani, che in quell'ora appena volata via, erano aumentati, fecero il loro ritorno Brian e la misteriosa ragazza con la quale aveva perso ogni sua inibizione.
Si mise seduto, nuovamente, al bancone del bar. Il ragazzo che prima lo aveva servito tornò a guardarlo di sottecchi. Vide lo sguardo di Brian, cadere su un piccolo tavolo quadrato in legno ricoperto da una semplice tovaglia bianca, su cui vi erano disposte in fila più che ordinata una serie di bandierine. Su ognuna di queste vi erano scritte delle parole: andavano dall'LSD allo SCOOP passando attraverso l'ESCTASY. Erano lì, alcune, sotto forma di polvere bianca, altre di pastiglie, sembravano chiamare Brian. Il barman vedendo la concentrazione del ragazzo posta su quel tavolo, decise di intervenire e...
- Te ne interessa qualcuna, per caso?-
L'attenzione di Brian venne distolta, solo per qualche breve istante, dal tavolo, incontrò gli occhi scuri del ragazzo che lo stava guardando e senza nessuna esitazione rispose:
- Sì, voglio l'LSD!-
- Bene, cosa vuoi da bere?- chiese successivamente
- Una Corona Extra!- rispose Brian in tono più che deciso
- Arriva subito!- ribatté infine il barman
Brian vide il ragazzo frugare sotto il bancone, notò successivamente un grande bicchiere farsi largo sul banco, in seguito vide la bevanda richiesta scorrere libera dentro il "recipiente" pronto ad accoglierla e poi dolcis in fundo, vide cadere, tranquilla e leggera quella polverina bianca che tanto aveva catturato la sua attenzione.
- Ecco a te!- rispose il barman, portando immediatamente il suo sguardo su un altro cliente che si era fatto presente e scalpitante al suo bancone.
Brian afferrò con decisione quel bicchiere traboccante di Corona, mentre la musica continuava ad insinuarsi con decisione all'interno della sua testa. Stava bene, ogni suo pensiero, ogni suo problema, gli era lontano mille anni luce. Quanto avrebbe voluto che quella serata potesse continuare in eterno. Ormai il suo corpo, la sua testa aveva superato ogni limite, tutto era fuori misura, niente sarebbe più stato in grado di porre freni a quel Brian, ormai, fuori controllo.
Bevve ogni centilitro della Corona Extra, posò il bicchiere vuoto sul bancone e in pochi istanti venne nuovamente travolto dalla musica. Raggiunse la pista da ballo, il muoversi del suo corpo si faceva sempre più frenetico, sempre più concitato. La musica e l'LSD scorreva libera nelle sue vene. Per Brian non c'era più controllo, aveva superato la famosa linea rossa che ne tracciava il limite, da un bel po' di tempo ormai. Il suo corpo sotto pressione, iniziò a dare i primi segni di cedimento. La sua fronte divenne madida di sudore, la vista lentamente gli si appannò, impedendogli di vedere, i suoi occhi si chiusero nonostante lui non volesse. Ogni sua volontà venne resa nulla. Il suo corpo, ormai privo di sensi, cadde a terra. Passarono pochi istanti e il fisico del ragazzo venne percorso da convulsioni e da una leggera bavetta sul lato sinistro della bocca. Tutto; il divertimento, la voglia di essere padroni assoluti dell'intero universo, tutto, era finito trovando quel "tragico" epilogo.

CAPITOLO 13

Hours Of Fear...
L'ambulanza correva frenetica, a sirene spiegate, sulle strade urbane del Kentucky.
Sul retro di quest'ultima vi erano un paramedico ed un infermiere attenti e vigili sulle condizioni del ragazzo a cui avevano procurato soccorso.
Il corpo era immobile sulla barella coperto da un semplice lenzuolo bianco e da una coperta di lana, sul suo viso una mascherina d'ossigeno portatile. Le sue condizioni sembravano essere stabili seppur critiche nella loro gravità.

La porta della sala emergenza numero uno del pronto soccorso, si spalancò facendo entrare la figura di uomo. Alto, longilineo, occhi neri, capelli corti castani. Dai lineamenti ben marcati sul volto si poteva intuire che la sua età si aggirava intorno alla trentina.
Indossò un "camice" color giallo pallido di un materiale usa e getta, con velocità inserì le mani in un paio di guanti in lattice. In pochi istanti tutta la sua attenzione era portata sul suo paziente, mentre un'infermiera controllava su una cartella la diagnosi fatta dal personale paramedico dell'ambulanza.
- Ragazzo, diciotto anni, in orverdose d'anfetamina...-
L'uomo con una pila portatile, alzò "forzatamente" le palpebre del ragazzo notando delle pupille normo reagenti. Gli tolse il collare che portava al collo, glielo avevano messo per scongiurare qualsiasi tipo di danno alla colonna vertebrale. Stava per proferire gli esami a cui doveva essere sottoposto, quando la macchina che stava controllando il suo cuore iniziò a suonare. Era un suono fastidioso che stava preannunciando il peggio. Immediatamente intorno alla figura del ragazzo si fece vivo un movimento frenetico ed agitato.
- La saturazione sta scendendo vertiginosamente!- esclamò un'infermiera guardando con occhi pieni di paura lo schermo della macchina. Ciò che più temeva stava accadendo.
- Tachicardia ventricolare.- la seguì un'altra
- Forza! Defibrillatore- ma nelle sue mani non sembrava giungere niente. La sua voce si alzò pericolosamente e...
- Cos'è dormiamo questa mattina? Sveglia! Ho chiesto un defibrillatore, possibile che...- non terminò la frase, si ritrovò ciò che aveva chiesto tra le mani.
- Caricate a 200!-
Le due piastre fredde si posarono in fretta sull'addome nudo del ragazzo...
- Libera!-
Il suono fastidioso della macchina continuava a farsi sentire, niente nelle condizioni di Brian era cambiato, continuava ad essere in arresto cardiaco...
- Fibrillazione ventricolare.- l'infermiera
- Somministrategli tre cc di atropina.- il medico
Pochi istanti e il peggio sembrava ancora essere presente, ora, più pesante con tutto il suo carico di pessimismo
- Asistolia!- annunciò l'infermiera
- Forza! Non arrendiamoci. Altra atropina e carica a 260!-
- Libera!- decretò nuovamente il dottor Collins
Il suono del beep s'interruppe e il battito tornò a farsi regolare.
- Ritmo sinusale!- decretò infine l'infermiera. Tutti all'interno della sala tirarono un sospiro di sollievo. Per loro era sempre una vittoria far vincere la vita rispetto alla morte.
Il dottor Collins passò il defibrillatore ad un infermiera, mentre il suo sguardo si fece presente sulla figura del ragazzo che gli era al fianco.
- Prepara il tutto per un lavaggio con il carbone vegetale. Questo ragazzo deve essere ripulito...-
Uno sguardo al corpo incosciente di Brian, scosse la testa, incredulo al fatto che cose del genere dovessero ancora accadere, guardò l'infermiera che gli era davanti e...
- Facciamo anche una Tac cranica per scongiurare qualsiasi tipo di danno celebrale.-
- Va bene!- rispose la ragazza mentre aiutava il ragazzo tirocinante a inserire il tubo nel naso. Tutto sembrava essere pronto per il lavaggio. Non appena il medico si rese conto che la situazione era tornata sotto controllo, gettò i guanti in lattice nel cestino, insieme al camice e uscì, un'altra emergenza lo stava attendendo nella sala attigua.
§*§*§
Le giornate passavano lente ed inesorabili nella piccola città di Daytona Beach. Jackie si era quasi rassegnata al fatto di non riuscire a parlare con suo figlio. Sembrava ci volesse un appuntamento, ma era quasi certa che neanche con quello, Brian gli avrebbe rivolto parola. Era troppo arrabbiato con lei e anche se pensava di aver ragione in tutto e per tutto, non poteva certo biasimarlo. In quella settimana d'assenza, aveva avuto modo di riflettere molto su quello che era accaduto. Il rapporto tra lei e suo figlio aveva subito un picco quasi inarrestabile toccando il fondo più buio nel momento in cui Brian aveva deciso di prendere la decisione più drastica. Andarsene.
Aveva vagato quasi come una zombie, per tutto l'appartamento, aveva riordinato la stanza del figlio ed aveva trascorso pomeriggi infiniti davanti al telefono nella speranza di sentire anche solo uno squillo, ma ciò che le sue orecchie avevano udito era solo silenzio. Un silenzio pauroso, quasi inquietante che in certi attimi gli aveva fatto temere il peggio.
E proprio in uno di quei pomeriggi senza fine, il suono del telefono riempì il vuoto di quell'appartamento. Jackie sobbalzò dal divano, sul quale si era messa seduta a leggere il giornale del giorno. Sentì il suo cuore iniziare a battere sempre più velocemente mentre il pensiero che ci fosse suo figlio dall'altra parte del cavo, gli faceva paura, ma allo stesso tempo la rendeva felice e più tranquilla. Sospirò, chiuse il quotidiano che aveva iniziato a leggere, prese il cordless e rispose...
- Pronto...- la sua voce era piena di speranza, sì quella speranza di sentire la voce del suo "piccolo" Brian, ma nuovamente le sue illusioni, vennero spezzate senza alcun ritegno...
- Ciao Jackie...- chi le rispondeva era sua sorella
- Ciao Susan, a cosa devo questa tua telefonata?- la donna si fece curiosa, ma allo stesso tempo il suo cuore si riempiva di paura. Temeva di ricevere brutte notizie da un giorno all'altro.
- Vorrei avere buone notizie da darti, ma purtroppo gli eventi non me lo permettono...-
Immediatamente il tono della sua voce si fece preoccupato, mentre il suo primo pensiero, volò subito a Brian...
- E' successo qualcosa a mio figlio?-
- ..............-
Un silenzio quasi inquietante, adesso, stava regnando all'interno di quella telefonata e la cosa non faceva certo stare tranquilla Jackie, anzi l'agitava più che mai...
- Ti prego Susan, devi dirmi se è successo qualcosa a mio figlio, ho diritto di saperlo, sono sua madre...-
Un lungo respiro, pieno di angoscia si fece presente tra le due donne. Jackie stava iniziando a perdere la pazienza e senza riuscire a trattenersi, urlò contro sua sorella.
- PORCA PUTTANA SUSAN, VUOI DIRMI CHE COSA STA ACCADENDO?-
Susan, messa alle strette sembrava non avere nessun'altra via d'uscita...
- Brian...è stato portato in ospedale...-
- Che...cosa stai dicendo...Susan...- il suo cuore perse un battito
- Non so più di quello che ti ho detto. Questa mattina mi sono svegliata, ho trovato un biglietto di Kevin con su scritto di chiamarti il prima possibile...-
- Oh mio...- Jackie non riusciva a dire nient'altro. Sembrava che i suoi occhi e il suo cuore non avessero la volontà di reagire a quella notizia.
- Jackie...- la donna stava iniziando a parlare, ma la sorella la fermò prima che potesse terminare la frase...
- Mi metto subito in viaggio. In che ospedale è stato portato mio figlio?- fu l'ultima domanda che gli pose...
- Al St. Joseph...-
Si salutarono, Jackie gettò il cordless sul divano, mentre in fretta e furia prendeva le chiavi poste sul basso mobile vicino al portone, al volo prese il lungo giaccone invernale, cercò d'indossarlo mentre provava a chiudere la porta d'ingresso con una mano sola. Dopo varie perizie vi riuscì, percorse a passi lunghi e veloci, il breve vialetto ricoperto di piccoli sassolini bianchi, che divideva la casa dal marciapiede, dove accostata, sotto un sole che lentamente stava uscendo fuori in tutta la sua bellezza, "riposava" tranquilla la sua auto; una Civic blu metallizzata. Con velocità perentoria vi salì, in un paio di secondi aveva già messo in moto, pochi istanti dopo l'auto viaggiava già sulle strade urbane di Daytona mentre la velocità aumentava a vista d'occhio.
§*§*§
Nella hall del St. Joseph, regnava il silenzio più totale, rotto in qualche breve istante da una barella che passava lungo il corridoio. L'attesa si stava rivelando una brutta compagnia. Kevin se ne stava seduto su quella sedia che avrebbe voluto prendere tra le mani e gettare contro il muro per liberarsi, per sentirsi più leggero da quel peso insopportabile piombato con forza sul suo stomaco.
Nella sua testa gli attimi di lite avuti con suo cugino prima di ritrovarsi in quella "squallida" struttura a sperare solo per il meglio.
La telefonata dell'ospedale gli era arrivata in una notte pesante per tutti. Era riuscito a prendere sonno solo da pochi minuti, aveva trascorso quasi tutta la sera vicino a Summer, aveva cercato di stargli vicino nel suo piccolo parlandole con il cuore in mano. Nonostante la conoscesse da poche ore, aveva cercato di tranquillizzare il suo stato d'animo e le sue paure, fattesi sempre più forti, dopo gli ultimi eventi, legate alla sua forte amicizia con Brian.
Si era alzato come uno zombie dal letto, trascinandosi fino al cordless, lo prese tra le mani e con la voce visibilmente impastata dal sonno rispose:
- Pronto?-
- Casa Littrell?-
- No, ha sbagliato numero...- stava per riattaccare quando la voce femminile tornò a farsi sentire...
- Mi scusi l'insistenza ma, per caso conosce un certo Brian Thomas Littrell? Abbiamo trovato il suo numero nel cellulare del ragazzo...-
- Sì, è mio cugino, ma chi è lei?- chiese Kevin. Le sue ciglia si stavano incurvando, mentre un certo timore si faceva vivo dentro di lui...
- Sono un'infermiera del St. Joseph...- non gli dette il tempo di terminare la frase, l'interruppe anticipandola...
- E' forse successo qualcosa a mio cugino?- adesso la paura aveva preso il sopravvento su qualunque altro stato d'animo ci fosse dentro di lui...
- E' stato portato qua in overdose d'anfetamina...-
- CHE COSA?- urlò istintivamente Kevin
- Cerchi di calmarsi...-
- Ma come cazzo faccio a calmarmi, lei non si rende conto di che cosa mi sta dicendo...e adesso, adesso come sta.-
- Adesso sta dormendo...-
- Grazie, lo raggiungo immediatamente...-
Riattaccò il telefono in fretta e furia e con altrettanta velocità raggiunse la sua camera da letto, si vestì in un battibaleno, stava per indossare le scarpe da ginnastica, quando Summer si fece presente sulla soglia della stanza...
- Che cosa è successo? Ti ho sentito urlare al telefono...-
- Scusami, non avevo nessuna intenzione di svegliarti...-
- Tranquillo, non mi hai svegliata, in realtà non sono mai riuscita veramente a prendere sonno...-
La sua risposta si perse all'interno di quella mura, Kevin si stava affrettando ad indossare le scarpe, quando la voce femminile tornò a farsi sentire...
- Ma dove hai intenzione di andare a quest'ora della notte?- Summer si stava facendo curiosa, ma quella curiosità le sarebbe costata molto cara.
- In ospedale...- rispose mentre si stava allacciando le scarpe...
- In ospedale?- rispose la ragazza di tutta risposta, senza riuscire veramente a capire cosa stava accadendo...
Il suo muoversi frenetico trovò una pausa, guardò dritto all'interno dei suoi occhi castani e a malincuore, si ritrovò a dargli la brutta notizia
- Sì, Brian è stato ricoverato...-
- Che...cosa stai dicendo?- quella notizia gli era piombata tra capo e collo. Non era preparata, il suo cuore perse un battito. Non voleva crederci, ma gli occhi di Kevin erano seri e preoccupati. Non si trattava di uno scherzo.
- Non mi fare altre domande, perché non so nient'altro...- mancò di dirle il motivo per il quale era in ospedale, ma non voleva spaventarla più di quanto non lo fosse già...
- No, non è possibile. Si sono sbagliati, non si può trattare di Brian, non del Brian che conosco io...- la ragazza sembrava essere entrata in uno stato di shock quasi assoluto. Kevin, aveva appena finito d'indossare il suo giaccone, quando gli si parò davanti,tornò a guardarla dritta negli occhi e...
- Credo che sia meglio se tu te ne torni nella tua stanza, non sei nelle condizioni più adatte per...-
La ragazza sembrò riacquistare la sua naturale lucidità e...
- No, non puoi lasciarmi qua da sola, impazzirei al solo pensiero che...-
Kevin si arrese, non aveva nessuna voglia di stare a litigare con lei, il tempo si stava facendo tiranno, mentre la preoccupazione per suo cugino continuava a farsi sempre più forte...
- Ok, ok, vieni anche tu ma...- non gli dette il tempo di terminare la frase che era già partita per raggiungere la stanza degli ospiti e mettersi qualcosa di più decente di un semplice pigiama con gli orsacchiotti.
Nel frattempo Kevin prese carta e penna e scrisse un post - script per sua madre che stava dormendo. Non gli andava di svegliarla, la sera prima era tornata tardi e stravolta dal lavoro, aveva diritto ad un po' di riposo e poi perché allarmarla se la situazione sembrava essere sotto controllo?
- Pronta? Andiamo?-
La ragazza le rispose con un accenno di assenso positivo della testa mentre premeva il piccolo foglio, giallo pallido, sul frigo della cucina.
Adesso era lì, seduto, in un'attesa estenuante, credeva di scoppiare da un momento all'altro. Summer aveva insistito per entrare nella stanza di Brian e stargli vicino, per fargli sentire la sua presenza e ormai erano passate già un paio d'ore. Ore d'angoscia e d'apprensione perché il ragazzo non si era ancora svegliato.
Quel silenzio pieno di preoccupazione, venne tagliato a fette, dal rumore di un paio di tacchi che stavano correndo proprio verso la sua direzione. La sua testa si alzò, vedeva una figura femminile, ancora un po' sfuocata, raggiungerlo. Lentamente le immagini si fecero sempre più nitide, fino a quando riconobbe la figura di sua zia. La donna gli si "gettò" addosso, alla ricerca "disperata" di notizie...
- Dove mio figlio? Come sta? Ti prego dimmi qualcosa...-
- Calmati zia. Quella è la sua stanza. Ti puoi tranquillizzare adesso la situazione è sotto controllo...-
- Voglio vederlo...-
- Non puoi zia. Adesso con lui c'è Summer...-
- Summer? Che cosa ci fa quella ragazzina con mio figlio...- stava per raggiungere la stanza quando Kevin fermò i suoi passi, la donna cercò di liberarsi, non vi riuscì, la forza del nipote era maggiore rispetto alla sua...
- E' meglio se ti metti seduta e ti calmi. Non puoi entrare in queste condizioni...-
- NON VOGLIO METTERMI SEDUTA, VOGLIO VEDERE MIO FIGLIO, NE HO IL DIRITTO SONO SUA MADRE!- gli occhi blu della donna sembravano uscire fuori dalle orbite, la rabbia che regnava dentro di lei, sembrava aver superato il limite consentito. Quella notizia l'aveva sconvolta a tal punto da non riuscire a capire più niente...
- Zia, per favore, cerca di calmarti,siamo tutti preoccupati per Brian...-
- VOGLIO VEDERE MIO FIGLIO!- sembrava essere solo quella la frase che Jackie riusciva a dire.
Kevin provava a mettere seduta sua zia, ma tutti i suoi tentativi si erano rivelati vani. Le sue urla continuavano ad essere il suono più forte che si riusciva a sentire all'interno di quella hall fino a quando un'infermiera non giunse per mettere in chiaro la situazione...
- Che cosa sta succedendo qua?- chiese una donna dalla statura media, capelli neri, età intorno alla quarantina. Jackie si "fiondò" su di lei, voleva sapere, ma soprattutto voleva qualcuno che le facesse vedere suo figlio e non aveva nessuna intenzione di calmarsi.
- Sono la madre di Brian Thomas Littrell, posso vedere mio figlio?-
- Mi spiace signora, ma in questo momento non la posso far entrare...-
- MA PERCHE' NO? AVETE FATTO ENTRARE UNA SUA AMICHETTA, CHE TRA L'ALTRO E' ANCORA ALL'INTERNO DELLA SUA STANZA E VIETATE AD UNA MADRE DI FARLE VEDERE SUO FIGLIO, MA CHE RAZZA DI OSPEDALE E' MAI QUESTO?-
La donna si diresse verso la stanza per controllare, quando si rese conto che era proprio come Jackie gli aveva detto, aprì la porta, si diresse verso la ragazza chiedendole d'uscire...
- La prego, altri cinque minuti...-
- Non posso proprio, mi spiace. Ho già fatto uno strappo alle regole, non me ne può chiedere un altro...-
- Ok....- rispose Summer, rendendosi conto che l'infermiera aveva ragione.
Con fatica uscì dalla camera di Brian e non appena fu nella hall, ci fu la rabbia di Jackie ad accoglierla...
- CI SEI SEMPRE TU QUANDO SI TRATTA DI MIO FIGLIO. SCOMMETTO CHE E' COLPA TUA SE BRIAN E' IN QUEL LETTO...-
- Perché non prova a farsi un esame di coscienza prima di sparare sentenze a destra e a manca....-
- MA COME TI PERMETTI...-
- MI PERMETTO E COME. ADESSO MI SONO VERAMENTE STANCATA! Ho capito di non essergli simpatica, ho capito che non mi vorrebbe come migliore amica di suo figlio, ho capito tutto e l'accetto, ma adesso BASTA! VEDA DI METTERSELO BENE IN TESTA, SE BRIAN E' IMMOBILE IN QUEL LETTO D'OSPEDALE, DOPO AVER AVUTO UN OVERDOSE D'ANFETAMINE, E' SOLO COLPA SUA E DEL SUO EX MARITO!-
- TU SEI PAZZA, NON SAI QUELLO CHE DICI!-
- Mi creda, preferirei essere mille volte pazza, ma purtroppo questa è la realtà e come si sa è brutto quando la verità viene sbattuta in faccia...-
Ad interrompere il tutto arrivò l'infermiera...
- La vogliamo finire! Non siamo in una piazza pubblica, siamo in un ospedale dove ci sono dei malati che chiedono pace e silenzio...-
- Sì, ha ragione, mi scusi...- ribatté Summer rendendosi conto di aver sbagliato. Si diresse verso Kevin e gli si mise seduta al fianco.
Jackie invece continuava a pretendere i suoi diritti di madre su suo figlio, mentre l'infermiera continuava a restare ferma sulle sue posizioni...
- Signora, le ho detto che non posso. Non insista. Se vuole vedere suo figlio, torni più tardi...- disse infine prima di lasciarla e scomparire inghiottita dalla corsia.
- Non è possibile che una madre non possa vedere suo figlio! E' follia!- esclamò la donna battendo le braccia lungo i fianchi.
Summer scuoteva la testa, Kevin invece si era alzato, avvicinandosi a Jackie e...
- Zia, perché non ti metti seduta...-
- Non voglio mettermi seduta, VOGLIO VEDERE MIO FIGLIO!-
Il ragazzo all'ennesima risposta adirata della donna si arrese, tornando a mettersi seduto sulla sua sedia, chiudendosi, successivamente, in un silenzio angoscioso.
§*§*§
Dei timidi raggi di sole, fecero il loro ingresso nella stanza di Brian. Illuminavano il suo corpo immobile sul letto, alla sua destra vi era una flebo che gli faceva ancora compagnia, mentre i suoi occhi continuavano a restare chiusi. Lì, seduta vicino a lui vi era Jackie, gli teneva la mano nella speranza di fargli percepire tutto l'amore e l'affetto di madre, ma ogni giorno sembrava essere una speranza che si spegneva.
Era il terzo giorno e di miglioramenti non ve erano traccia. Niente sembrava smuoversi in quella situazione che lentamente stava divenendo un incubo per tutti.
Summer non aveva avuto il coraggio di abbandonare la struttura ospedaliera nonostante le varie insistenze di Kevin. Voleva essere lì nel caso, il suo migliore amico, si svegliasse, nel caso Brian avesse chiesto di lei. Continuava a sperare, continuava a illudersi che presto tutto sarebbe stato come prima, ma come avrebbe potuto esserlo?
Jackie, ancora nella stanza del figlio, aveva abbassato la testa, mille pensieri viaggiavano sui binari della sua mente. Si chiedeva dove aveva sbagliato, dove aveva mancato nel suo difficile ruolo di madre. Aveva cercato di essere sì, una figura autoritaria da rispettare, ma ce l'aveva messa tutta per essere anche un'amica, una persona su cui il figlio potesse sempre contare, a cui raccontare tutto; problemi, ansie, gioie e dolori. Portò i suoi occhi azzurri sulla figura del ragazzo, dentro se stessa continuava a pregare, non aveva mai smesso di farlo, da quando era arrivata in quel maledetto ospedale. Ma ogni minuto che passava sembrava un eternità e niente cambiava, tutto restava immobile anche se le lancette dell'orologio continuavano a muoversi segnando quelle ore, quei minuti e quei secondi da dimenticare.
- Ti prego Brian, svegliati!Non ti pare di avermi già punito abbastanza?- le parole della donna uscivano con fatica, erano segnate dalla tristezza, dalla disperazione e dalla paura, paura che quella situazione potesse non finire più. Aumentò la stretta della mano che stringeva quella del figlio, ma quest'ultima sembrava essere assente. Gli pareva di stringere il nulla mentre lo sconforto continuava a farsi presente all'interno del suo cuore. Tornò ad abbassare la testa, ormai la convinzione che suo figlio non avrebbe riaperto gli occhi, si fece sempre più nitida e sicura dentro di lei mentre delle leggere lacrime iniziarono a rigare il suo volto segnato dall'età.
Un'impercettibile spostamento della mano fece rialzare la testa di Jackie, immediatamente i suoi occhi provati, si riempirono nuovamente di quella speranza perduta, portando lo sguardo sul viso del figlio. Vide le palpebre di Brian, iniziare lentamente a tremare, fino ad aprirsi del tutto.
All'iniziò ciò che Brian vide, fu una figura sfuocata che gli era vicino, sembrava essere preoccupata, ma non riusciva a decifrare a chi potesse appartenere quella sagoma. Chiuse e riaprì gli occhi un paio di volte, forse anche di più, fino a quando gli fu tutto finalmente chiaro.
- Brian, figlio mio, non sai che spavento mi hai fatto prendere!- esclamò la donna, stava per abbracciarlo quando venne fermata dalle domande di quest'ultimo...
- Dove sono? Che cosa mi è successo?-
- Brian, sei in ospedale, ma non ti devi preoccupare...- non ebbe il tempo di terminare la frase, venne anticipata dal figlio...
- In ospedale? E che cosa ci faccio?- le sue ciglia si incurvarono cercando di ricordare un qualcosa che nella sua testa era paragonabile soltanto alla nebbia più fitta...
Dei leggeri flash raggiunsero la sua mente, ricordava pezzi delle giornate precedenti; era presente nei suoi ricordi la discussione avuta con il cugino, l'sms di Mike, la festa, la musica e poi...il tutto s'interruppe incontrando il buio più assoluto.
Sentiva la voce di sua madre giungergli alle orecchie, ma non prestava minima attenzione a ciò che stava dicendo.
Spostò il suo volto dalla parte opposta incontrando la finestra e i paesaggi che si potevano notare dal terzo piano di quella struttura. Jackie notando la mancata attenzione del ragazzo, fermò la veloce ascesa delle sue parole, mentre un velo di preoccupazione, tornò a farsi presente all'interno della sua voce...
- Brian?-
-..............-
- Brian, figlio mio...-
Il ragazzo chiuse gli occhi, cercò di trattenersi, quella voce l'aveva già esasperato a pochi minuti dal suo risveglio. Fece un bel respiro profondo, tornò ad incontrare lo sguardo della madre e...
- Mamma, puoi andare, non c'è più bisogno che ti preoccupi per me. Come vedi sto bene...-
- Ma...-
- Ti prego, voglio restare da solo...-
- Ma come Bri...-
Non gli dette il tempo di terminare la frase...
- Te lo sto chiedendo per favore...voglio restare da solo...-
Jackie sospirò e rendendosi conto di non avere nessuna via d'uscita, si arrese di fronte alla volontà del figlio...
- Va bene, come vuoi. Ma se hai bisogno di me, sono qua fuori...-
Il ragazzo in realtà non rispose, se non con un accenno positivo della testa, mentre quest'ultimo tornò a voltarsi verso l'infisso.
Chiuse gli occhi rendendosi conto che quella vita a cui aveva cercato, con tutte le sue forze, di sfuggire, l'aveva ripreso, rendendolo prigioniero all'interno di quelle mura, dentro a quel letto. Cercò di trovare un po' di quella pace di cui aveva un estremo bisogno, ma ogni suo desiderio venne spezzato dal bussare della porta...
- Mamma, ti avevo detto di voler rimanere da so...- non riuscì a terminare la frase. Davanti ai suoi occhi si presentò la figura femminile di Summer. All'improvviso tutto quello che aveva intenzione di dire scomparve dalla sua testa, annebbiandogli completamente la mente. Non si aspettava di vederla, non in quel momento.
- Scusami Brian, non volevo disturbati...è solo che sono preoccupata per te e mi sono permessa di...- si rese conto di aver perso il filo del discorso. Per la prima volta da quando si erano conosciuti, Summer si sentiva in imbarazzo. Aveva paura, temeva di trovare quel Brian freddo e irriconoscibile che sapeva già, l'avrebbe sbattuta fuori dalla camera...
- Perdonami, non ho saputo resistere alla tentazione di entrare per vedere come stavi...-
- ...............- un silenzio quasi inquietante ed insolito si insinuò con forza tra di loro.
La ragazza capì tutto e delusa proferì parola...
- Ho capito, la mia presenza non è desiderata, me ne vado. Scusami di nuovo...- inserì le mani all'interno dei suoi pantaloni di jeans, abbassò la testa dirigendosi verso la porta bianca della stanza. Stava per uscire quando sentì la voce di Brian chiamarla...
- Summer, aspetta...-
La ragazza rimase voltata verso la porta, allentò la presa dalla maniglia, non trovò il coraggio di voltarsi e guardarlo. Temeva di vedere un'altro Brian, un'altra persona, un'altro amico. Per la prima volta in vita sua, aveva paura a incontrare i suoi occhi blu.
- Non te ne andare...-

CAPITOLO 14

"Dangerous Attraction..."
Le settimane erano trascorse lente, ma veloci e inesorabili allo stesso tempo. Brian era di nuovo a casa, tra quelle mura che tanto aveva amato, ma anche odiato. Sembrava essersi rimesso del tutto, ma era solo un benestare in apparenza, dentro di lui stava ancora male. I ricordi lentamente erano tornati a galla e non riusciva a credere che avesse potuto comportarsi in quel modo "orrendo". Soffriva in silenzio e si vergognava di incontrare lo sguardo delle persone amiche. Con la madre si era alzato un muro ancora più invalicabile e indistruttibile, con Summer, nonostante lei facesse di tutto per stargli vicino, per fargli sentire la sua presenza e la sua amicizia, Brian continuava a stare chiuso in quel guscio chiamato timore. Timore di essere giudicato per quello che aveva fatto, paura per non aver avuto il coraggio di chiedere aiuto e ogni volta che guardava gli occhi castani dell'amica temeva di leggere nel suo sguardo una pena tanto esemplare da non riuscire a sopportare, cosciente di averla ferita, di averla fatta stare male ed era proprio quel pensiero che lo tormentava, che non gli dava requie. Ma Summer sembrava essere tornata la stessa ragazza di sempre, con il sorriso sulle labbra, pronta a scherzare, a ridere insieme al suo amico di tutta una vita. Brian però non sembrava essere predisposto a tutto ciò, certo di non meritarsi tutto il suo affetto, nonostante quel giorno, in quella camera d'ospedale, gli avesse chiesto scusa e si fosse vergognato di fronte a lei. La ragazza per risposta, gli aveva preso la mano, gliela aveva stretta e guardandolo negli occhi gli aveva sorriso e senza bisogno di altre parole si erano abbracciati come se il tempo non fosse mai passato, come se gli eventi non avessero mai macchiato il loro rapporto, come se niente avesse inclinato quell'amicizia forte e indistruttibile.
Ma adesso eccoli lì, stavano camminando l'uno al fianco dell'altro in una fredda mattina d'inverno con il sole a pieni raggi a riscaldare i loro volti infreddoliti. Brian chiuso nel suo solito silenzio, Summer vicino a lui, a guardarlo di sottecchi cercando di carpire un suo sguardo, ma quegli occhi blu che conosceva e a cui voleva bene, fissavano solo il viale della scuola lastricato di piccoli sassolini bianchi.
Summer sospirò, arrendendosi di fronte al mutismo continuo dell'amico e così come erano arrivati a scuola, entrarono all'interno dell'edificio.

Stavano tranquillamente percorrendo il corridoio che li avrebbe condotti nella loro rispettiva classe, quando Summer decise di rompere quell'opprimente silenzio venutosi a creare tra di loro...
- Che ne pensi dei nuovi compagni di classe?-
Brian si voltò, la guardò con il suo solito sguardo privo di luce e;
- Bhè...sono solo tre giorni che sono con noi, è presto per dare un'opinione, comunque mi sembrano due ragazzi simpatici...e poi lei è molto carina!- Summer sorrise, in alcuni tratti, come in quel momento, gli sembrava di aver ritrovato il vero Brian, ma erano solo istanti e come tali erano destinati a scomparire...
- Vedo che non ti smentisci mai eh?- esclamò ironica la ragazza
- Mi hai chiesto un'opinione ed io ti ho risposto...-
- Dì, la verità non è che ti stai prendendo una bella cotta per Nicky?-
- Ma cosa vai dicendo?- scattò Brian senza rendersi conto di essere divenuto rosso sulle guance
- Mah sarà...- concluse Summer cercando di non dar a vedere il fastidio che inspiegabilmente era nato dentro di lei.
Entrarono in classe, i due nuovi ragazzi; Nick e Nicky, fratello e sorella, erano al loro banco, di fronte a quello di Brian e Summer. Entrambi si stavano dirigendo al loro posto quando gli occhi blu del ragazzo si tuffarono in quelli castani della nuova arrivata, erano colmi di una strana timidezza e di un non indifferente imbarazzo, tanto che la voce di Brian si fece sentire fievolmente...
- Ciao Nicky...- esordì Brian seguendo l'amica, ma portando tutta la sua attenzione sulla ragazza.
Nicky dal canto suo gli rispose continuando a guardarlo fisso e trovando all'interno di quegli occhi blu qualcosa d'incantevole...
- Ciao Bri...-
Brian non riusciva a capire che cosa lo attirasse così tanto di lei, forse erano i suoi occhi castani che brillavano come due stelle luminose, forse era il suo sorriso radioso, forse era la sua innocente timidezza, forse era la sua dolcezza, forse era la sua voce, non lo sapeva, era solo cosciente che si sentiva attratto da lei come una calamita.
"Già siamo ai diminutivi..." esclamò tra se e se una infastidita Summer mentre raggiungeva il suo posto e salutava il fratello di Nicky che gli stava al fianco
- Ciao Nick!- il ragazzo le rispose sorridendole.
Pochi istanti e il suono della campanella si fece sentire in tutta la sua autorità, pochi minuti dopo l'insegnante di letteratura inglese fece il suo ingresso, mettendo a tacere ogni parola ed ogni emozione, portando l'attenzione di quasi tutti i ragazzi sulla lezione.
§*§*§
L'intervallo arrivò più in fretta di quello che l'intera classe si potesse aspettare. Era una bellissima giornata, e nonostante il freddo quasi tutti i ragazzi si stavano divertendo all'esterno dell'edificio, nel cortile dell'istituto superiore St. Patrick..
Tra i ragazzi urlanti e festosi vi erano anche Brian e Nicky, stavano camminando lentamente, l'uno al fianco dell'altro. I discorsi erano pochi, quasi inesistenti e ben presto tra di loro calò un silenzio pesante, quasi imbarazzante. Nessuno dei due sapeva cosa dirsi, alla fine dopo tanta titubanza fu Brian a rompere il leggero strato di ghiaccio venutosi a formare in superficie tra i due ragazzi...
- Allora, ancora non mi hai detto di dove sei...non mi sembri americana...- le sue allusioni fecero intimidire ancora di più Nicky. Da quando erano usciti, solo un paio di volte era riuscita a guardarlo di sottecchi e non riusciva a spiegarsene il motivo, mai nessun ragazzo gli aveva fatto un effetto simile, ma era chiaro che Brian aveva qualcosa di speciale, qualcosa di raro che non aveva mai trovato in tutti i coetanei con cui era uscita in precedenza.
Alzò i suoi occhi castani, incontrò il viso perfetto di Brian, si sentiva intimidita da tutta quella situazione, non riusciva a controllarsi, sentiva il suo cuore accelerare i battiti ogni volta che Brian la guardava, ogni volta che gli parlava con dolcezza. Era difficile resistere al suo sguardo, pieno di ammirazione, colmo di un qualcosa di inspiegabile.
- No, infatti non sono americana, sono irlandese...-
- Irlandese?- Brian non nascose la sua sorpresa...
- Sì...- rispose in maniera essenziale Nicky
Fu Brian a farsi più curioso, quella ragazza lo intrigava in un modo sempre maggiore...
- E di dove precisamente?-
- Di Sligo...- rispose continuando a guardarlo negli occhi, poi abbassò la testa e ripresero a camminare.
Era pronto a fare altre domande, a conoscerla fin nel suo profondo, ma il suono della campanella ruppe in maniera quasi beffarda quel momento sempre più in crescendo.
Si guardarono ancora senza sapere precisamente cosa dirsi, fu Nicky, questa volta, a rompere quell'attimo di timido imbarazzo venutosi a creare...
- Credo che sia arrivato il momento di rientrare in classe...- Nicky abbassò la testa, pronta a fare il suo ritorno in aula, ma prima che iniziasse a camminare, la voce di Brian tornò a farsi viva all'interno di quel cortile divenuto quasi deserto...
- Volevo chiederti solo un'ultima cosa...-
- Dimmi...- nella voce della ragazza vi era tutta la disponibilità possibile ed inimmaginabile...
- Sei libera oggi pomeriggio?-
- Sì, perché?- chiese la ragazza senza riuscire a capire dove Brian volesse andare a parare...
- Bene, perché volevo invitarti fuori e andare a bere qualcosa insieme...sempre e soltanto se ti va...-
Sulle labbra di Nicky si disegnò un sorriso quasi intimidito...
- Certo...va bene, con molto piacere!- concluse infine la ragazza, gli sorrise, le braccia si fecero conserte e a testa bassa si avviò verso la classe mentre un sorriso soddisfatto si fece presente sul volto di un Brian sempre più in ripresa.
§*§*§
All'uscita della scuola, Brian stava tranquillamente camminando al fianco di Summer. Quest'ultima non poté fare a meno di notare l'espressione radiosa e rilassata dell'amico, all'inizio decise di stare zitta e di non chiedere niente, magari Brian gli avrebbe detto di sua spontanea volontà a cosa era dovuta quella serenità improvvisa, ma ogni sua aspettativa venne spezzata brutalmente quando erano quasi giunti in prossimità della casa di Summer e Brian aveva, per l'ennesima volta, percorso l'intero tratto in completo silenzio.
Stanca di quell'atteggiamento inspiegabile che si stava prolungando, da ormai quasi due settimane, si fece sentire chiaramente...
- Brian, si può sapere che cosa ti sta succedendo?- chiese fermando il suo incedere sicuro
- Niente perché?- rispose il ragazzo facendo finta di cadere dalle nuvole
- Perché ti vedo cambiato...- si azzardò a dire cercando di usare il tono di voce più amichevole possibile.
- Ma non è vero...- Summer non gli dette il tempo di terminare la frase, l'anticipò...
- Sì che è vero, con me sei cambiato. Non riusciamo più a parlare, a scherzare, a essere gli amici che siamo sempre stati...-
- E' una tua impressione Summer...- non gli dette il tempo di terminare la frase, scattò;
- Sapevo che mi avresti risposto così...- e delusa abbassò la testa, percorrendo da sola l'ultimo tratto di strada che l'avrebbe condotta alla propria abitazione.
Summer sbatté la porta d'ingresso, Marie si rese conto che sua figlia era tornata, si affacciò dalla cucina pronta a salutarla;
- Bentornata figliola!- esclamò la madre pronta a sorriderle, ma Summer non l'aveva neppure sentita, e con passi decisi e pesanti si chiuse all'interno della sua stanza.

I suoi occhi castani si velarono di un leggero strato di lacrime, la rabbia dentro di lei, dilagava senza più freni. Con il braccio destro si asciugò quelle leggere stille cadute sulle sue guance. Non voleva piangere, non voleva star male, non più, non per quel Brian che sembrava non riconoscere.
Girò senza una meta precisa per tutta l'area della sua stanza, cercava di sbollire la rabbia, ma gli riusciva difficile, rivedeva Brian e il suo fare sicuro, risentiva il suo silenzio peggiore di milioni di pugnalate al cuore. Aveva fatto di tutto per stargli vicino, aveva cercato di capire il suo momento difficile, aveva cercato di accarezzare il suo dolore con tatto e dolcezza, non aveva mai forzato i tempi, gli era sempre stata vicina anche quando sopportare i suoi stati d'animo era difficile, aveva inghiottito qualsiasi boccone amaro per lui. Per essere ripagata con quale moneta? Con l'indifferenza? No, lei non ci stava più.
I suoi occhi castani si persero aldilà del vetro e lo vide, stava giungendo a casa tranquillamente, non un gesto di ripensamento, non un cenno di pentimento per il suo atteggiamento e la collera raggiunse il livello più alto, non riuscì più a resistere. Cercando di dar libero sfogo alla sua rabbia, dette un calcio violentissimo alla sedia della sua scrivania facendosi anche del male fisico, ma non era niente in confronto a quello interiore e se prima si era ripromessa di non piangere, adesso qualche leggera lacrima stava rigando il suo volto.
Non voleva essere sentita, non voleva che nessuno, neppure sua madre bussasse alla porta della sua camera da letto. Per prima cosa chiuse a chiave la porta, poi si diresse verso il suo stereo e premette play.

"Take me and let me in
Don't break me and shut me out

Chorus:
So take me and let me in
Don't break me and shut me out ..."

Si gettò sul letto a pancia in giù facendo scomparire il volto all'interno del cuscino, stringendo quest'ultimo con le braccia.
All'inizio pianse in silenzio, ma successivamente dette libero sfogo alla sua sofferenza e alla sua delusione piangendo come una bambina piccola.
Chiuse gli occhi, rivide nella sua mente i momenti passati con Brian, risentiva l'eco delle loro risate, sentiva sulla sua pelle i brividi delle loro emozioni, sempre condivise e vissute al massimo.
Si rivedeva a correre, mano nella mano, insieme a lui nei giardini di Daytona Beach, ad assaporare la libertà, a farsi inebriare dal profumo della primavera, a cadere poi sazia sul manto erboso, a guardarsi negli occhi pieni di loro, colma di una felicità mai provata prima. Era Brian che la rendeva felice, era il suo amico d'infanzia che la faceva stare bene con tutto il resto del mondo, quando era in sua compagnia tutto ciò che la circondava come per magia scompariva, restavano solo lui e quell'immenso affetto che li aveva, fin dall'inizio, legati in un legame quasi indissolubile...

"...I lit my pain on fire
and I watched it all burn down
Now I'm dancing in the ashes
and theres no one else around
Cause I wanna be apart of something
This is just a story of a broken soul

Hook:
As days go by, my heart grows cold
I can't seem let this all pass me by ..."

"Perché Brian? Perché mi stai facendo tutto questo? Non penso di meritarmi la tua freddezza e la tua indifferenza. Ti ho sempre supportato nei momenti semplici e anche in quelli difficili, ci siamo costantemente tenuti per mano e così abbiamo sempre percorso la lunga e tortuosa strada della vita, adesso sento, percepisco il tuo distacco, lentamente mi stai lasciando la mano, ti vedo deciso a proseguire da solo perché? Non conto veramente più niente per te? Cos'è sono per caso passata di moda? Non voglio pensarci, ho sempre vissuto nella speranza che tutto fra di noi sarebbe tornato com'era nei tempi felici, nei primi giorni della nostra amicizia.
Quanto eravamo contenti di scherzare, di farci gli scherzi, di raccontarci gli aneddoti della vita e adesso? Adesso che cosa rimane di quel rapporto vissuto con intensità e sincerità? Forse rimangono le briciole, ma io non le voglio, rivoglio te Bri, rivoglio il mio migliore amico, rivoglio i tempi in cui sulle nostre teste non c'era neppure l'ombra di un problema, rivoglio la nostra spensierata infanzia, rivoglio i nostri sorrisi, rivoglio il nostro parlarci sempre con sincerità e rivoglio, perché no, le nostre litigate.
Insieme a te sono cresciuta, insieme a te sono diventata donna, insieme a te ho capito il vero valore dell'amicizia e del volersi bene ed io ti voglio bene, più di quanto io stessa potessi immaginare..."

Chorus x2

"...I'm burning in the heavens
and I'm drowning in the hell
My souls in a coma
and none of my friends can tell
I'm reaching out of getting something
This is just a story of a broken soul

Hook
Chorus x2

Don't shut me out ..."

"...Soffro nel vederti così maledettamente lontano da me. Mi fa male, stare ferma e vedere che tu continui a vivere la tua vita, senza che io ne faccia parte, perché mi hai completamente esclusa? In che cosa ho sbagliato per meritarmi la tua indifferenza?
Ho forse sbagliato nello starti troppo vicino, nel cercare di risollevarti quando ti sei ritrovato a terra, nel donarti un sorriso quando stavi male, nell'asciugare le tue lacrime quando soffrivi in silenzio e solo io ero a conoscenza del suo malessere interiore? In che cosa ho sbagliato? Ti prego dimmelo, rischio di impazzire in queste condizioni, senza riuscire a trovare una risposta.
Dimmi che mi odi, che non mi puoi più vedere, che sono una rompiscatole, dimmi qualunque cosa, ma parlami, mi fanno saltare i nervi i tuoi continui silenzi.
All'inizio ho sopportato anche quelli, ma sono settimane che vai avanti così ed io non so più cosa fare, non so più come comportarmi, ti ho preso con i guanti, a faccia dura, ma tu continui ad intestarditi, continui a non buttare giù quel muro che sta crescendo sempre di più tra noi. Ma forse non te ne sei neppure accorto, perso come sei ad andare dietro alla nuova arrivata, dimmi che cos'ha più di me per meritarsi tutte le tue attenzioni? Intendiamoci non sono gelosa, mi da solo fastidio il tuo atteggiamento, come per magia io non sembro esistere più..."

"...Does anyone around me feel the same
Just put your fist up and vent your pain
Does anyone around me feel the same
Put your fist up and vent your pain
Does anyone around me feel the same
Put your fist up and vent your pain
Does anyone around me feel the same
Put your fist up and vent your pain

Hook
Chorus x2
Hook

Take Me
Don't Break Me"
("Take Me" - By Papa Roach)

"...Ricordati, anche io ho dei sentimenti e senza che tu te ne stia rendendo conto, mi stai ferendo, nella maniera peggiore che possa esistere, perché Bri, perché lo stai facendo?"
§*§*§
Il pomeriggio si era ormai fatto tardi, Brian e Nicky stavano tranquillamente camminando l'uno al fianco dell'altro parlando del più e del meno, ma soprattutto trovando argomento nella scuola e nelle materie in cui la ragazza sembrava essere più in calo, tra le quali vi erano le matematica e il latino.
- Se vuoi posso darti una mano io?-
- Davvero lo faresti?- esclamò Nicky al colmo della sorpresa, non aspettandosi di trovare tutta quella disponibilità in Brian, ma non ci volle molto per capire quanto fosse fantastico ed unico quel ragazzo che stava camminando accanto a lei per il centro del paese.
Brian sorrise e...
- Certo, possiamo trovarci d'accordo e studiamo insieme, lo faccio molto volentieri. Mi piace studiare con qualcuno, se poi è anche una bella ragazza, lo studio si fa ancora più piacevole...- il volto della ragazza si fece basso, i complimenti la imbarazzavano sempre molto, se poi fatti da un bel ragazzo come Brian la razione di imbarazzo diventava doppia...
Brian sorrise e vedendo una frapperia proprio davanti ai suoi occhi, non si fece remore e le chiese;
- Ti va un bel frappé?-
- Certo, perché no?-
- Bene!-
Ed entrambi entrarono mettendosi poi comodamente seduti ad uno dei tanti tavoli del locale. Per Nicky un maxi frappè alla banana, per Brian, un bicchiere medio al gusto di cocco.
La loro conversazione continuò a vagare da un argomento all'altro, fino a quando non tornarono a quello interrotto la mattina stessa nel cortile della scuola...
- Ancora però non mi hai detto come mai una bella ragazza irlandese come te, è venuta a studiare in un piccolo paese degli Stati Uniti...-
La ragazza dette un ultimo sorso al suo maxì frappè e con sorriso timido sulle labbra rispose;
- I miei genitori sono due importanti manager nel campo imprenditoriale e sono dovuti venire qua per motivi di lavoro...-
- Per quanto hai intenzione di restare?-
- Non lo so, i tempi non sono il loro forte, potrebbe essere un mese come un anno, oppure due...-
- Bhè...io spero sia il più possibile...- concluse Brian guardando di sottecchi la ragazza mentre dava un altro sorso al suo frappè..

Le ore in compagnia di Nicky passarono molto in fretta, la campana del paese, batteva il tempo nel suo incedere veloce e senza requie. Nicky guardò l'orologio che portava al polso e rendendosi conto dell'ora che si era fatta, le 19;00, esclamò;
- Oh mio Dio! Devo tornare a casa, altrimenti chi li sente i miei genitori, per non parlare di mio fratello...-
- Se vuoi posso darti uno strappo in macchina?-
- Davvero saresti così gentile?-
- Per una ragazza carina come te, questo ed altro...- concluse Brian sorridendo compiaciuto di fronte a quella tipica bellezza irlandese che sembrava averlo colpito fin nel profondo.
Questa volta il rossore sulle sue guance si fece meno evidente, ma non riusciva a nascondere quanto gli facessero piacere quei complimenti e per alleggerire il loro incedere sicuro verso l'auto di Brian, Nicky si ritrovò a scherzare allegramente con lui;
- Il tuo cos'è un modo plateale di corteggiarmi?-
- Io corteggiare? Direi proprio no, sono le ragazze che mi cadono ai piedi, senza bisogno che io dica o faccia niente...- ribatté ironicamente Brian, mentre da vero gentiluomo gli aveva aperto la portiera anteriore della sua Mazda.
- Ah! Vedo che la sicurezza è il tuo punto forte!- controribatté la ragazza mentre saliva in macchina
- Mai essere insicuri di se stessi. Sarebbe un grande errore!- concluse Brian mentre chiudeva la portiera e saliva al suo posto di guida.
Mise in moto, inserì la prima e l'auto partì a velocità moderata sulle strade cittadine di Daytona Beach.

- Bhè...io sono arrivata. Grazie del passaggio!-
- Non mi devi dire grazie, l'ho fatto con piacere!-
Tra di loro, a loro insaputa, cadde un silenzio quasi imbarazzante, ma allo stesso tempo pieno di significati. I loro occhi persi in quelli dell'uno e dell'altro sembravano essere esplicativi e parlare per conto loro.
Fu Nicky a rovinare quel momento magico venutosi a creare...
- Allora, ci vediamo domani a scuola, ok?
- Ok!- rispose Brian senza staccare gli occhi dal volto perfetto della ragazza.
- Allora, ciao!- concluse infine Nicky, staccando i suoi occhi dal viso di Brian, scese dall'auto, chiuse la portiera e con le braccia conserte, stringendosi nel suo giaccone invernale, iniziò a percorrere i primi passi che l'avrebbero condotta di fronte al portone di casa.
Per curiosità si voltò un'ultima volta, era ancora lì, stretto nell'abitacolo della sua auto, la stava guardando anche lui, erano sguardi sfuggenti, pieni di un qualcosa di speciale, ma Nicky sapeva di non poter tornare indietro anche se il suo cuore gli stava suggerendo diversamente. Abbassò la testa e riprese il suo incedere timido ed insicuro.
La portiera della Mazda si aprì, facendo scendere un Brian sicurissimo di se, la chiamò...
- Nicky...-
La ragazza si voltò tornando ad incontrare quegli occhi blu che aveva quasi imparato a conoscere come le sue tasche, era sorpresa, vide il suo sguardo bellissimo ma allo stesso tempo anche deciso.
- Aspetta, non andare, non ancora...- la voce dalla bocca del ragazzo usciva timida e provocante allo stesso tempo.
Nicky fermò i suoi passi, ed immobile nella sua postura lo stava guardando, vide la figura maschile farsi sempre più vicina alla sua. All'improvviso sembrava che i suoi piedi si fossero incollati all'asfalto.
Brian era a pochi centimetri dalla ragazza, non sapeva se ciò che avrebbe fatto era la cosa giusta o meno, ma in cuor suo sapeva ed era cosciente di non poterla lasciare andare via, non in quel modo.
Quell'attrazione per entrambi si stava rivelando pericolosa. I loro volti erano seri e pieni di emozioni "bollenti"; resistersi era impossibile.
La mano destra di Brian si fece presente sul volto femminile facendo nascere da quest'ultima una dolce carezza, il corpo di Nicky venne attraversato da piccoli brividi di freddo, chiuse gli occhi lasciandosi trasportare dal dolce sapore di quell'impulso naturale e sincero...
- Oh Nicky...- la voce di Brian era divenuta un sussurro
Senza che Nicky se ne rendesse realmente conto, sentì le labbra di lui sfiorare le sue.
Non si trattò di un bacio vero, dato con profonda passione, era un gesto impulsivo di due ragazzi che si piacevano e non sapevano resistersi.
- Buona serata, mia piccola Nicky, incontriamoci nei nostri sogni questa notte!!- la sua voce era un sussurro all'altezza dell'orecchio femminile, lui gli sorrise pieno d'affetto e così come era arrivato, se ne andò via nella sua Mazda blu metallizzato.

CAPITOLO 15

February 20
Gli ultimi festoni di carta, le cui lettere, venivano distese completamente per dare la possibilità di leggervi; "HAPPY BIRTHDAY!", venivano disposti nei restanti angoli e lati della casa. Tutto sembrava essere pronto; il tavolo circolare posto al centro del salotto, ricoperto da una tovaglia bianca, ricamata per tutto il perimetro basso di quest'ultima, era stracolmo di qualsiasi tipo di cibo; patatine fritte per tutti i gusti, tramezzini tagliati diagonalmente ripieni di salumi con il classico stecchino a bandierina tipica delle nazioni europee e non piazzato al centro, piccole pizze e poi dolci a volontà fatti in casa proprio da Jackie, per chi si riteneva più goloso. I piatti ed i bicchieri di plastica erano posti sul lato destro del tavolo, al centro di quest'ultimo numerose bottiglie; Coca Coca, Sprint, Aranciata, Chinotto e infine acqua, niente di alcolico era stato messo in mezzo alle bevande, ed era stata proprio Jackie a prendere quella decisione in proposito; l'ultima cosa che desiderava era avere problemi con la polizia proprio la notte del compleanno di suo figlio.
La donna fermò il suo energico da farsi, sulla soglia della porta di cucina, vide tutte le decorazioni, i palloncini e i fiori freschi disposti per la casa cercando di donare un'ottima fragranza di primavera anche se quest'ultima era lontana ancora qualche mese dalla città, rendendosi orgogliosa del lavoro che era stata in grado di fare. La casa brillava come uno specchio, ma sul suo volto, scomparve quasi immediatamente il sorriso, al solo pensiero di come si sarebbe potuta presentare dopo la festa; si sentiva male alla sola idea.
Ancora si stava chiedendo il motivo per il quale avesse accettato la proposta del figlio di festeggiare il suo diciannovesimo compleanno proprio a casa sua, ma sospirò rendendosi conto che forse era meglio così; ne era certa, si sarebbe sicuramente sentita più tranquilla e sicura sapendolo sotto il tetto di casa sua.
- Wow! Mamma, è tutto stupendo, grazie!- esclamò un eccitato Brian vedendo ciò che sua madre era stata in grado di mettere su per il suo compleanno, corse verso di lei, l'abbracciò stampandole un bacio a schiocco sulla guancia sinistra.
L'atterrimento sulla faccia di Jackie era ben visibile, non si aspettava una simile reazione da parte del figlio, soprattutto dopo gli ultimi giorni tesi che avevano avuto.
Era venuta a conoscenza della nuova amicizia del figlio, all'inizio l'aveva accettata di buon grado. Nicky era una ragazza carina, sguardo sincero e brava persona e proprio per la prima buona impressione ricevuta, aveva dato a Brian, il permesso di poterla invitare a studiare da lui.
Si era ritrovata a cambiare idea, lo stesso pomeriggio nel quale, per caso, era passata a bussare alla porta di camera del figlio per chiedere ad entrambi se gli andava di fare una pausa e scendere al piano di sotto a mettere qualcosa sotto i denti. Al primo tentativo non sentì nessuna risposta, provò e ritentò un altro paio di volte, alla fine preoccupata per l'input non ricevuto da parte del figlio, aveva posto la mano sulla maniglia della porta e quando quest'ultima si spalancò di fronte ai suoi occhi, rimase attonita e scandalizzata dalla situazione che si fece presente di fronte ai suoi occhi blu.
I libri, abbandonati aperti sulla scrivania mentre Brian e Nicky erano completamente distesi sul letto a una piazza e mezzo di lui. Si stavano baciando avidamente, le mani di entrambi scoprivano con voglia il corpo dell'uno e dell'altro, dei leggeri gemiti prematuri iniziavano ad uscire dalle loro bocche; Jackie si mise una mano sul cuore, il respiro sembrò mancargli per qualche istante, per un attimo pensò di morire lì, sul momento.
Quando si rese conto di essere ancora viva, si fece sentire in tutta la sua autorità.
Brian riconoscendo la voce della madre, si staccò immediatamente dal corpo della ragazza, Nicky, dal canto suo, cercò di ricomporsi per quanto gli fu possibile, nessuno dei due, comunque, era nudo; Brian era rimasto in t - shirt bianca e pantaloni, il cui bottone era solamente stato sganciato dalle mani di Nicky mentre lei era rimasta in reggiseno nero e jeans.
Non c'era bisogno di nessun'altra spiegazione, la situazione era chiarissima; gli occhi di Jackie in un secondo si accigliarono colmandosi di rabbia e di un vago senso di disgusto.
Dette a Nicky il tempo di rinfilarsi il maglione che Brian gli aveva tolto con avidità, riprese libri e appunti, con imbarazzo li inserì all'interno del suo zaino nero e fu invitata con non troppa gentilezza ad uscire di casa.
Da quel giorno pareri contrastanti di madre e figlio, li avevano portati nuovamente ad allontanarsi dopo un lieve avvicinamento dei giorni precedenti e adesso era lì di fronte a Brian visibilmente sconcertata;
- Sono contenta che ti piaccia...- concluse la donna ritrovandosi a corto di parole
Brian le sorrise e;
- Spero che ti divertirai anche tu stasera con le tue amiche...-
- Io mi divertirò, ma tu stai attento a non divertiti troppo, il fatto che tu sia maggiorenne non vuol dire avere tutta la libertà di questo mondo...- entrambi sapevano bene dove andava a parare la frase di Jackie, sapendo lei stessa che una delle prime persone che Brian aveva invitato alla sua festa di compleanno, era stata proprio Nicky.
- Mamma, ti prego non riniziamo con le paternali, o almeno risparmiamele per il giorno del mio compleanno...-
Jackie sospirò, arrendendosi di fronte agli occhi visibilmente esaustivi del figlio. Decise di seguire il consiglio di Brian e di lasciar perdere il discorso, sapeva che se avesse insistito non avrebbe ottenuto niente; la lezione l'aveva imparata con Summer, anche se ultimamente non la vedeva più così tanto spesso intorno al figlio, chissà che cosa era successo tra di due, era questa la domanda che si ritrovava a porsi, più spesso di quanto si aspettasse.
- Ok, va bene, per oggi lasciamo perdere...- concluse la donna ritornando in cucina per finire di sistemare l'enorme torta di compleanno per il figlio, Brian non seppe resistere e la seguì.
- Che buona la torta...quasi, quasi...- esclamò Brian in tono furbo, Jackie si voltò, fulminandolo con gli occhi
- Non ci provare Brian!- conosceva il figlio e sapeva che gli servivano solo pochi secondi per rovinare tutto il suo lavoro. Si trattava di una torta ad un solo piano; mille foglie ripiena di crema pasticcera, con uno strato di cioccolata fondente sulla sfoglia principale, su cui spiccava la scritta, realizzata con pasta di mandorle; "HAPPY BIRTHDAY BRIAN",mentre delle leggere spume di panna montata circondavano l'intero perimetro della torta.
Brian sorrise furbescamente tra se e se, l'istinto, il desiderio di fare un piccolo dispetto alla propria madre era tanta, ma alla fine decise di rinunciare alla sua idea, sapendo quanta fatica vi era dietro a tutto ciò che Jackie era stata in grado di mettere su.
- Va bhè..ok come vuoi tu, mamma, vado a prepararmi per la festa...- concluse infine Brian, donando un secondo bacio, questa volta sulla guancia destra della donna. Quest'ultima sospirò lievemente tra se e se e una volta rimasta da sola all'interno della cucina, si dette da fare per ultimare la sua opera; due candeline blu poste al fianco di due numeri; un 1 e un 9, al centro della torta.
Sospirò nuovamente e prendendo con delicatezza il dolce, lo inserì all'interno del frigo, si tolse il grembiule bianco e con passi decisi si diresse al piano superiore, nella propria stanza, per prepararsi a dovere alla sua serata con le amiche.
§*§*§
Le 20:00, giunsero molto in fretta, la piccola città di Daytona Beach iniziava ad essere avvolta dalla prima oscurità. Nel salone di casa Littrell, i primi urli e schiamazzi, iniziavano a farsi sentire. La prima ad arrivare era stata proprio Nicky, accompagnata dal suo fido fratellone Nick e Brian, si stava proprio intrattenendo con lei, nell'attesa che gli ultimi ospiti arrivassero;
- Tua madre, ha messo su proprio una bella festa.-
- E' vero...quando vuole ci sa fare...-
- Dimmi la verità Bri...è ancora arrabbiata con me?-
Brian le sorrise dolcemente, adorava la sua compagnia, i suoi sorrisi e la sua eterna "infantilità" presente nei suoi occhi e nel suo modo di fare. Nicky era una ragazza stupenda e speciale, solo lei, nei suoi diciannove anni di vita era riuscita a tirare fuori il suo lato più dolce e romantico.
- Tranquilla, gli passerà...- concluse semplicemente Brian
Il volto di Nicky si fece chino, i suoi occhi castani si persero all'interno del suo bicchiere, ormai quasi vuoto, che stringeva fra le mani. Gli dispiaceva aver deluso le aspettative di Jackie.
- Ehy...- la voce di lui era divenuta un lieve sussurro proprio vicino al suo orecchio, gli dispiaceva vederla imbronciata, e stretta in quelle condizioni, il cuore di Brian si strinse in una morsa di dispiacere.
Il volto di Nicky si alzò lentamente, notando, per prima cosa, il sorriso luminoso del ragazzo, i suoi occhi raggianti e solo successivamente vide ciò che stringeva fra le mani;
- Per te...- furono le uniche parole che uscirono dalla sua bocca.
Nicky allungò timidamente la mano verso quella del ragazzo, stringendo tra le sue dita un lungo stelo appartenente ad una bellissima rosa rossa. Sulle sua labbra si fece vivo un evidente sorriso mentre i suoi occhi brillavano di felicità pura.
- Grazie!- rispose timidamente la ragazza mentre si lasciava inebriare dal dolce profumo della rosa.
Brian senza dire nient'altro, gli si avvicinò, la strinse fra le sue braccia, chiuse gli occhi lasciandosi trasportare sui lidi di quella stessa emozione che stava provando.
- Mi piaci Nicky, mi piaci da morire, piccola mia!- furono parole sussurrate all'orecchio di lei, il suo tono di voce era dolce, profondo e sexy.
Nicky chiuse gli occhi mentre veniva percorsa da leggeri brividi di freddo; quanto gli piaceva, quanto si sentiva attratta da lui, più i giorni trascorrevano più si ritrovava coinvolta in quel flirt che lentamente stava diventando qualcosa di più importante. Si meravigliava da sola, mai nessun ragazzo l'aveva fatta sentire così; speciale, unica, e importante e la sera quando si ritrovava da sola nel suo immenso letto a una piazza e mezzo, veniva fuori il suo desiderio più grande. Desiderava essere circondata dalle sue forti braccia che le davano sicurezza, desiderava perdersi in quegli occhi paragonabili solo all'oceano più bello e profondo, desiderava sfiorare le sue labbra e perdersi sempre di più in baci appassionati che gli permettevano di sentirsi bene e quasi amata.
Si staccarono, senza mai veramente lasciarsi andare, le loro braccia circondavano i fianchi dell'uno e dell'altra, gli occhi dell'uno navigavano pieni di profonda e vera attrazione in quelli dell'altro, le palpebre di entrambi calarono, mentre un tumulto di emozioni forti invasero i corpi di tutti e due. Le loro labbra si sfiorarono fino ad incontrarsi, le loro lingue si ritrovarono a danzare al dolce ritmo della passione che lentamente stava travolgendo entrambi, fu Nicky a tenere la situazione sotto controllo, con fatica riuscì a far staccare Brian dalle sue labbra;
- Ehy, è la tua festa di compleanno, hai degli invitati da intrattenere, forse dovresti andare anche da loro.-
- Sì, tu sei il mio regalo più bello e poi chi cazzo se ne frega degli invitati. Tu non lo sai ma, in realtà non sono venuti per me, ma per il cibo...-
- Brian, non fare lo stupido...- rise mentre terminava di pronunciare quelle parole.
Le labbra maschili si attaccarono nuovamente a quelle femminili, non sapeva spiegarselo, ma per lui Nicky era diventata come una calamita, non si sarebbe mai staccato da lei, non l'avrebbe mai lasciata andar via, ma il suono del campanello si insinuò con forza tra di loro.
All'inizio Brian decise di far finta di niente, ma visto che nessuno degli ospiti si stava degnando ad andare ad aprire la porta, la persona continuò a farsi sentire, fu Nicky stessa a fargli notare, l'arrivo, forse, di un nuovo invitato.
- Stanno suonando, non vai ad aprire?-
- Chi se ne frega, lasciamolo pure fuori...- la passione di Brian ormai non conosceva più limiti, voleva, desiderava solo lei e i suoi baci, la ragazza se ne rese perfettamente conto, sorrise piacevolmente divertita da quella situazione, ma si ritrovò costretta a farlo tornare con i piedi per Terra;
- Adesso smettila e vai ad aprire quella maledetta porta...-
- Ma perché...- Brian non voleva
- Perché devi, punto e basta.-
Brian scalpitò e dopo un attimo di titubanza, si staccò con fatica da lei, continuò a sfiorarle la mano fino a quando non fu costretto a lasciarla, si lanciarono dei piccoli baci a poca distanza l'uno dall'altra fino a quando la figura maschile non scomparve inghiottita dagli altri invitati.
Giunse di fronte al portone d'ingresso, girò il pomello, la porta scattò fino ad aprirsi del tutto;
- Ciao!- sul volto dell'invitata era presente un radioso sorriso, ma il benvenuto da parte di Brian non sembrò essere altrettanto caloroso;
- Ciao Summer!-
- Bhè...non mi sarei mai aspettata un'accoglienza così entusiasta...- nella voce della ragazza era ben evidente una sottile e tagliente vena d'ironia
- Entra pure!-
Il ragazzo abbassò la testa, sospirò, spostò il suo corpo, solo di qualche centimetro per permettere alla ragazza di entrare.
Non appena Summer ebbe superato la soglia d'ingresso, si tolse il giaccone, voltandosi nuovamente verso l'amico impegnato a chiudere la porta. Tra le sue mani teneva un piccolo pacco, avvolto da una carta regalo rossa, chiuso da un vistoso fiocco giallo.
Gli occhi di Brian si posarono provvisoriamente sul pacco che Summer teneva stretto fra le mani e poi, solo successivamente, spostò la sua attenzione sullo sguardo di lei.
- Questo è per te...- disse semplicemente Summer porgendogli il suo regalo personale di compleanno.
Brian tese le sue braccia, lo prese tranquillamente tra le mani, sospirò e pacatamente le rispose;
- Non importava, lo sai...-
Summer non gli dette il tempo di finire la frase, l'anticipò;
- Sì, lo so, ma ci tenevo!- fu l'ultima frase che mise a tacere ogni tipo di discorso.
Sul volto di Summer era presente un lieve sorriso, nonostante i vari problemi esistenti fra di loro e la leggera freddezza calata nel loro rapporto, la ragazza cercava di trovare un appiglio disperato all'interno della loro amicizia. Non poteva credere che Brian avesse cancellato tutto; i loro sorrisi, i loro scherzi, i loro pianti e la loro complicità, ma in quello stesso momento in cui lo stava guardando sembrava che i suoi timori più grandi avessero trovato fondamento. Gli occhi di Brian erano divenuti freddi e distaccati, sembrava che non vi fosse rimasto niente del suo migliore amico, del ragazzo che conosceva bene, del suo compagno di gioco, della persona con la quale aveva passato ogni singola giornata dei suoi diciotto anni di vita.
- Ti ringrazio, scusami, ma adesso devo andare anche dagli altri invitati.- fu l'ultima frase che le rivolse prima di venire inghiottito completamente dalla festa.
Summer non poté far altro che assentire e non appena lo vide scomparire dalla sua vista, sospirò, iniziando a guardarsi intorno, alla ricerca quasi disperata di una figura amica, rimase un po' delusa quando si rese conto che neppure Daisy era ancora arrivata, che cosa avrebbe potuto fare nel frattempo? Vide il tavolo dei cibi e dopo qualche istante di esitazione si diresse verso quest'ultimo.
Iniziò con estrema tranquillità ad osservare ciò che il banchetto le offriva e dopo un breve istante di titubanza, prese un tramezzino, stava per posarlo sul suo piatto personale, quando giunse alla sue orecchie una voce femminile che conosceva molto bene;
- Ciao Summer!- sul volto della ragazza era stampato un sorriso enorme, sprigionava gioia e felicità da tutti pori.
Gli occhi di Summer si sorpresero da soli e dopo un breve istante di silenzio le rispose;
- Ciao Nicky!-
- Sono contenta che sia venuta anche tu alla festa, non trovi che sia tutto come dire...così...perfetto...-
- Certo...- le dava ragione anche se non era realmente ciò che pensava, tra lei e quella ragazza non era mai corso buon sangue e Summer non riusciva a spiegarsene il motivo, poi nell'ultimo periodo, anche se avesse voluto stabilire con lei una civile amicizia, non le sarebbe stato possibile perché Nicky era sempre incollata al corpo o alle labbra di Brian.
- Nicky?- una voce fuori campo la stava chiamando, la ragazza si voltò e non appena riconobbe la figura maschile di Brian, si voltò verso Summer e con un sorrisetto di circostanza la congedò senza troppe parole;
- Scusami, mi stanno chiamando!-
- Certo vai pure...- Summer fu ben pronta a risponderle, ma, non appena fu scomparsa dalla sua vista, concluse la frase tra se e se;
- ...non vorrei mai trattenerti, non sia mai che ti porti via dal tuo adorato Brian.- fece appena in tempo a concludere la sua affermazione che li vide da lontano; si stavano baciando nuovamente, sul suo volto comparve una evidente espressione di "disgusto";
"Ma quei due staranno sempre a baciarsi? Chissà che monotonia ci deve essere nel loro rapporto!" concluse addentando un pezzo del suo tramezzino con la bandierina dell'Italia.
§*§*§
Le ore trascorsero lente, ma inesorabili e veloci per tutti gli invitati, ma soprattutto per il festeggiato. Il taglio della torta e la distribuzione di quest'ultima era già avvenuta e tutti si stavano godendo, al dolce ritmo della musica, gli ultimi scampoli della festa.
Brian e Nicky erano all'esterno, nell'immenso giardino di villa Littrell.
Lui era tranquillamente seduto sulla panchina in legno del giardino, Nicky era sopra le sue gambe, sopra le loro teste, il cielo più limpido e sereno, migliaia di stelle, una più luminosa dell'altra, stavano illuminando i loro volti felici e rilassati.
Brian si era appena staccato dalle labbra di Nicky e adesso la stava contemplando senza dire niente, la ragazza stupita per quell'improvviso silenzio si fece sentire;
- Come mai così silenzioso?-
- Ti stavo solo ammirando!- il tono della sua voce sembrava essere serio.
- Dai, adesso smettila di fare lo stupido!- esclamò ironicamente Nicky mollandogli un leggero ed ironico schiaffetto sulla guancia destra.
Brian accigliò le ciglia, portò il braccio corrispondente sulla sua guancia e;
- Ahi! Non sapevo che fossi anche così manesca!-
Nicky, dal canto suo, se la stava ridendo di gusto senza riuscire a trovare tregua, era troppo simpatica l'espressione accigliata di Brian;
- Adesso si può sapere perché te la stai ridendo? Che cosa ho detto di così tanto simpatico...-
- Oh niente...è solo che...- le risa sembravano sovrastarla nella maniera più completa
- Guarda che...-
Nicky tentò di tornare seria, si ritrovò in piedi di fronte a lui e;
- Che cosa? Guarda che non mi fai paura...- la sottile ironia era ancora visibilmente presente nelle loro frasi
- Ah no?- chiese Brian cercando di prenderla per i fianchi, ma Nicky gli sgusciò via come un'anguilla iniziando a correre per tutto il perimetro del giardino.
La corsa della ragazza si fermò solo quando si rese conto di essere in prossimità della piscina, tentò di mettere le mani in avanti, cercando di trovare un patto di tregua con Brian, ma era proprio in quel momento, in cui il ragazzo sembrava divertirsi di più.
Sul suo volto si fece presente un sorriso colmo di una singolare furbizia, Nicky sembrò capire le sue intenzioni, tentò di fargli cambiare idea, ma i passi di Brian continuavano ad andare verso di lei, sempre più lentamente, ma incessantemente, Nicky capì di non avere nessuna via d'uscita e nonostante le sue suppliche;
- No, Brian, ti prego, no, io stavo solo scherzando...-
- Adesso è troppo comoda metterla sotto questo punto di vista...- Brian era a pochi centimetri dal suo corpo e la sua intenzione si faceva sempre più chiara e viva all'interno dei suoi occhi.
Una leggera spinta colpì la ragazza, ma Nicky cercando di evitare l'acqua si aggrappò quasi disperatamente al braccio di lui. Il ragazzo non aveva messo in conto la reazione di lei e senza che se ne rendessero realmente conto finirono entrambi in piscina, mentre le loro grida di gioia riempivano il silenzio di quella notte invernale, ma dal sapore prematuro di primavera.
- Adesso però non mi scappi più...- la voce maschile si fece sentire in tutto il suo timbro profondo
- Che cosa hai intenzione di fare?- Nicky indietreggiò fino quando la sua schiena non trovò il bordo marmoreo della piscina. Adesso non aveva più nessuna via d'uscita, sorrise piena di significati ad un Brian pieno di intenzioni. Le braccia maschili trovarono ben presto i fianchi di lei, le loro labbra bagnate si incontrarono nuovamente sfociando in un bacio colmo di passione, adesso nessuno dei due sembrava aver voglia di fermarsi, si desideravano; i battiti dei loro cuori battevano all'unisono, i loro corpi fremevano chiamandosi a vicenda mentre una bellissima luna piena regnava incontrastata, in tutta la sua bellezza, sopra le loro teste.
- Vieni con me...- la sua voce era un sussurrato e caldo invito.
- Dove?-
- Non fare domande e seguimi...- Brian la prese per mano e insieme, bagnati ma felici, uscirono dalla piscina.

L'orologio al polso di Summer, segnava le 0;00 di una notte passata a parlare di scuola con Jack. Daisy all'ultimo minuto aveva deciso di non venire, e adesso la sua persona ne aveva abbastanza di lui e di tutte le sue teorie matematiche, quindi decise di mettere la parola fine alla sua serata. Con lo sguardo cercò Brian, ma non lo trovò, provò a cercarlo in cucina, ma ancora di lui nessuna traccia. In prossimità della porta a vetro che divideva la casa dal giardino, vide Nick parlare tranquillamente con un suo coetaneo, decise di andare a chiedere a lui. Tanto se Brian era con qualcuno, quella persona era quasi certamente Nicky e chi poteva sapere meglio di suo fratello dove poteva essere sua sorella?
- Scusami Nick...- il tono di voce si fece leggermente imbarazzato, si rendeva conto di aver interrotto una conversione e non lo avrebbe mai fatto, se non avesse avuto il bisogno quasi assoluto di andarsene da quella casa e da quella festa;
- Dimmi?- lo sguardo interrogativo di Nick si fece presente sul volto della ragazza rivelando una completa disponibilità
- Non hai mica visto Brian, volevo salutarlo prima di andarmene...-
- Bhè...l'ultima volta che l'ho visto, era seduto sulla panchina, in giardino, con mia sorella...-
- Grazie!- concluse infine Summer
- Prego!- le rispose di rimando, tornando quasi immediatamente alla sua conversazione.

Due piedi calzanti un paio di scarpe bianche con delle strisce trasversali argentee sui lati, griffate Reebok, affondarono i suoi passi, sull'erba verde, visibilmente tenuta curata.
I suoi occhi castani si guardarono intorno, ma niente. Vi era solo il deserto e l'eco della musica proveniente dal salone della casa. Era giunta in prossimità della cassetta dove venivano tenuti gli attrezzi da giardinaggio, ma di Brian, ancora nessuna traccia.
Stava iniziando a meditare di andarsene senza salutarlo, quando sentì uno strano rumore di cocci provenire proprio dalla cassetta in legno a pochi passi da lei. Le sue ciglia si fecero incurvate, la curiosità attanagliante l'avvolse completamente, e a passi lenti e sicuri si diresse proprio verso quella direzione, stringendosi con le braccia conserte al suo maglione nero che stava indossando.
A breve distanza dall'altro rumore, udì un leggero subbuglio provenire sempre dalla stessa direzione. Ormai era a pochi passi dalla cassetta, di fronte a Summer vi era una finestrella, non seppe resistere e lasciò che la curiosità si facesse padrona di lei. Si impuntò sulle punte dei suoi piedi, vedendo ciò che forse non avrebbe mai voluto vedere.
La luce della luna illuminò chiaramente la persona intenta a togliersi una t - shirt grigia bagnata, lasciando ben vedere i suoi pettorali; perfetti, vigorosi e possenti, mentre le ultime gocce d'acqua scivolavano tranquille sulla sua pelle rosea e calda di ardente e vivo desiderio.
Summer ci mise poco a capire, tutto ciò che aveva visto, le rimbombò svariate volte nella testa, non riusciva a sopportarlo, era tutto più forte di lei. A distanza di soli pochi giorni una nuova pugnalata, amara e terrificante raggiunse il suo cuore, spezzandolo questa volta in maniera definitiva.
Non avrebbe mai potuto credere di riuscire a soffrire così tanto, ma si sentiva messa da parte, cancellata dalla persona più importante della sua vita. I suoi occhi si colmarono di lacrime, non avrebbe voluto piangere, non avrebbe voluto cadere di nuovo vittima della sua stessa debolezza, ma ormai le sue barriere difensive erano completamente crollate. Si sentiva straziata fin nel suo profondo, rendendosi conto, solo in quel preciso istante, quanto per lei, il suo migliore amico fosse importante.
Restò per qualche secondo, che sembrò interminabile, ferma lì, come una completa ebete, di fronte a quella struttura che avrebbe voluto distruggere con le sue stesse mani, fu solo quando il dolore la raggiunse chiaramente al cuore che iniziò a camminare senza una meta precisa. Si asciugò le lacrime e a testa bassa, cercando di non dare a vedere a nessuno, il suo stato d'animo, se ne andò da quella casa, dove, giurò a se stessa, non ci avrebbe messo mai più piede.

Un'ardente passione sembrava aver rapito i corpi di entrambi. Le labbra maschili si fecero vivide di bruciante desiderio sul collo di lei, mentre le sue mani ne accarezzavano la schiena, sentendo fin nel particolare la sua colonna vertebrale. Le mani di lui si fecero presenti e vogliose sui fianchi di lei, scendendo fino alle sue cosce nude, mentre la sua bocca, assaporava il dolce sapore dei suoi seni e del suo ombelico, per poi risalire ritrovando la sua bocca, calda e bramosa di piccante desiderio, ad attenderlo. Le loro lingue continuavano a danzare al dolce ritmo della passione mentre sentiva il suo corpo farsi sempre più voglioso di desiderio, lo sentiva chiaramente accaldarsi sotto quello di lui. Brian non le dette requie; la mano destra, viva e tremante, iniziò a percorrere la sua figura, passò attraversò i suoi perfetti seni, giungendo in prossimità della sua zona proibita.
Le loro voci, all'inizio timide, adesso uscivano sicure e vive di caldo eccitamento, all'interno di quel luogo silenzioso, mentre, la testa di Nicky cadeva all'indietro, completamente impossessata da quella passione viva e "feroce" che aveva colpito entrambi.
Le sue mani, si strinsero ancora più bramose, ancora più avide di eccitante desiderio, alla schiena di lui che stava esplorando ogni singolo centimetro del suo corpo nudo, donandole piccoli morsi di piacere sul collo e poi sempre più giù.
La schiena di Nicky, venne ben presto colta da veri e propri brividi di piacere, mentre lo sentiva chiaramente penetrare dentro di lei.
Brian non si risparmiò nessun tipo di energia, continuò a farvi vivo nel corpo femminile, fino a quando l'ardente desiderio non lo abbandonò completamente, sazio di quella bellissima ragazza che giaceva vicino al suo corpo nudo. Si guardarono negli occhi, pieni di loro, pieni di un sentimento sempre più forte.
Nicky non seppe resistere, posò la sua testa sugli addominali ben scolpiti di lui, ancora vibranti di piccoli respiri affannati, e glielo disse;
- Bri, posso dirti una cosa?- la sua voce si fece timida all'interno di quel luogo
- Dimmi...-
- Non avrei mai creduto di ritrovarmi a dire una cosa simile, ma...- la sua testa si alzò trovando i suoi occhi blu, in attesa delle sue parole finali.
- ...ti amo!-
Brian sorrise, ritrovandosi felice e, per la prima volta in vita sua, completo. Adesso non gli mancava più niente.
La sua piccola Nicky con le sue parole, con la sua dolcezza, lo facevano sentire un uomo assoluto. La sua testa si piegò solo di qualche grado, trovando nuovamente le labbra desiderose di lei, poi si spostò sul suo collo. Nicky sentiva il suo respiro, ancora carico di ardente passione, farsi presente sulla sua pelle nuda, chiuse gli occhi e sentì di appartenergli nuovamente, con tutto il suo amore e la sua piccola inesperienza, mentre la luna, alta nel cielo, illuminava i lineamenti dei loro corpi nudi, ma vivi e sazi in quella notte carica di magia.

CAPITOLO 16

Crumbs Of Friendship
Stringeva fra le mani il piccolo dono, i suoi occhi blu ne fissavano, senza mai staccarne l'attenzione, il grande fiocco giallo, posto proprio al centro del pacco regalo.
Sospirò, era l'ultimo che gli era rimasto, inconsciamente sapeva di averlo fatto apposta, aveva desiderato rimandare, avrebbe voluto non aprirlo, se solo gli fosse stato possibile.
Alzò la testa solo di qualche grado per posare il suo sguardo sulla sveglia posta proprio davanti a lui; segnava le 01:00, dal sapore amaro e diverso rispetto alle altre notti.
Era diciannovenne da solo un giorno, ma nonostante l'età ne segnasse inesorabile la crescita, lui stesso continuava a sentirsi un bambino, con l'anima infantile, perché non riusciva a decidersi ad aprire uno stupido regalo.
Al suo collo pendeva il regalo della sua Nicky; un laccio in cauchù a cui oscillava timidamente un piccolo ciondolo raffigurante un acchiappa sogni tipicamente indiano.
Alla fine si decise, le sue mani insicure si fecero presenti sul fiocco, con cura ed estrema attenzione, lo tolse. Non voleva rovinarlo, era evidente che fosse stato fatto a mano e sorrise timidamente all'immagine mentale, fattasi presente nella sua testa, di lei intenta a mettere insieme ogni singolo filamento fino a dar vita all'elemento finito e completo, tolse anche la carta regalo e adesso i suoi occhi erano a tu per tu con la scatola vera, ormai rimasta nuda di fronte a lui.
Le sue dita si fecero tremanti e con incertezza ancora maggiore tolse il coperchio, un fremito gli percorse l'intera spina dorsale, il confronto con il passato era stato violento ed inaspettato. Sul fondo del cartone rigido era deposto un piccolo braccialetto in cauchù a cui erano state inserite delle piccole pietre, dal taglio irregolare, di ambra naturale.
Non era possibile, non riusciva a crederci, sentiva i suoi occhi iniziare a farsi umidi, non voleva piangere, si era proibito di farlo, ma adesso non aveva importanza, ogni freno inibitorio era crollato, ora era faccia a faccia con il suo passato e non esisteva nessuna razionalità che riuscisse a fermarlo.
Raccolse l'oggetto con la mano sinistra, lo fissò con i suoi occhi colmi di commozione, le dita gli tremavano con non mai, la sua testa si era completamente annullata, ricordava solo quel giorno quando si era presentato di fronte al portone di casa Maclaine, con un piccolo involucro fra le mani.

Quel braccialetto glielo aveva regalato lui, ricordava di averlo visto in occasione di un mercatino artigianale messo su appositamente per la festa patronale annuale. Glielo aveva comprato di nascosto, e adesso glielo stava porgendo come se fosse su un piatto d'argento.
- Per te...- furono le sue uniche parole, mentre era ansioso di vedere la sua reazione.
- Oh, Bri...- esclamò la ragazza senza sapere cos'altro dire, nel momento stesso in cui lo vide
- Ho pensato a te quando l'ho visto. Forse tu non lo sai ma l'ambra è la pietra dell'amicizia e a chi potevo regalarlo se non alla mia migliore amica. Ti piace?-
- Oh sì, è stupendo!- esclamò la ragazza alternando il suo sguardo, dal regalo all'amico.
Gli gettò le braccia al collo e non si staccò da lui, fino a quando Brian stesso non gli allacciò il braccialetto al polso.

"Oh Summer, perché te lo sei tolto? Perché te ne sei voluta liberare?"
Le risposte sembravano essere proprio sotto i suoi occhi. Prese con l'altra mano un foglio bianco, lo scrutò, mentre la calligrafia femminile iniziava a spiegare;
"Mi hai sempre detto che questo braccialetto protegge qualsiasi amicizia. Vorrei che facesse la stessa cosa anche con la nostra. Non so perché ti sei allontanato da me, forse è colpa mia, forse di entrambi, forse addirittura di nessuno, ma non voglio trovare risposte che forse non ci sono. L'unica cosa di cui sono certa è che mi manchi. Mi manchi tu Bri, mi manca il mio migliore amico, i tuoi consigli un po' folli e burleschi, ma, stranamente intelligenti, mi mancano i nostri momenti, mi manca soprattutto la nostra amicizia, spero che questo braccialetto possa aiutarti a ricordare tutto quello che ci ha tenuti legati.
Happy Birthday.
La tua amica sempre, Summer.
E"
Sulle labbra di Brian nacque un timido sorriso, le pareva di vederla, lei era lì, nella sua immaginazione con i capelli liberi e "ribelli" sulle spalle, con il suo sorriso immenso e con i suoi occhi castani, chiusa nella sua eterna timidezza mentre le sorrideva piena di introversione. Non poteva negarlo a se stesso, Summer gli era mancata in quei giorni e la sua mancanza si era protratta senza interruzioni fino a quel momento.
La sua dolcezza, la sua sensibilità, la sua eterna ingenuità, la sua allegria, erano caratteristiche di Summer ancora vive dentro di lui. Nonostante non lo avesse dato a vedere, l'affetto per lei, per quella ragazza cresciuta con lui, non era mai cessato, ardeva ancora vivacemente all'interno del suo cuore, ma nonostante ciò, aveva lasciato che la loro amicizia andasse alla deriva proprio davanti ai suoi occhi, non aveva accennato ad un solo gesto per evitare l'impossibile, per evitare che quel rapporto cresciuto giorno dopo giorno, come una piccola pianta, sbocciata nel bel mezzo della loro adolescenza, lentamente appassisse per il disperato bisogno di assere accudita, annaffiata e ricoperta di affetto.
Lo sguardo di Brian tornò a farsi basso, non gli poté sfuggire che nel fondo della scatola c'era ancora un'ultima cosa per lui, con titubanza la raccolse fra le proprie mani e dopo averla esaminata, si decise con non poca incertezza ad alzarsi e ad inserire la musicassetta all'interno dello stereo, premendo play;

"You let go of my hand
You say you have important things to do
In search of something
Knocking in a faint sound

Ohh... The pain is burning your senses
Ohh... You're getting colder..."

Tornò a sedersi sul suo letto ad una piazza e mezzo lasciando che parole e la musica s'impossessassero di lui.
Sentiva chiaramente il suo cuore farsi pesante, traboccante di "sensi di colpa".
Ricordava le parole dette a Summer, le promesse di quel pomeriggio in riva al mare, mentre i raggi del sole si divertivano a tuffarsi nelle calde acque dell'oceano;

"Summer, non ho nessuna certezza nella mia vita; non so cosa farò domani, non ho la più pallida idea di cosa vorrò fare del mio futuro, se gettarlo al vento o usarlo per fare una brillante carriera nel campo industriale, però una convinzione ce l'ho e sei tu.
Sei tu, lo sei sempre stata; il pilastro della mia vita, colei che è stata in grado di rialzarmi, schiaffeggiarmi, accarezzarmi, viziami, rimproverarmi e se so qualche segreto in più sulla vita, lo devo a te. Sei stata l'unica persona che mi è stata vicina ogni singolo giorno, sopportando la mia rabbia verso il mondo intero, e le mie gioie per i piccoli risultati ottenuti.
Credo di aver ricevuto poche cose preziose nella mia vita, ma mi ritengo il ragazzo più fortunato del mondo, ad avere un'amicizia così bella, profonda e vera con una ragazza degna degli stessi aggettivi.
Non so se riusciremo a stare sempre vicini, probabilmente ognuno di noi ha intenzione di prendere una strada diversa dall'altra, ma ti prometto che niente, ne la distanza, ne qualsiasi altro problema si insinuerà fra di noi, sarà in grado di spezzare, o solamente di corrodere, questo legame più forte di tutto e tutti."

"...Oh believe in me Oh believe in me
The magic you can create
If you only knew
You're forgetting me
Forgetting how to dream..."

Si ritrovò senza rendersene conto con le guance rigate di lacrime, le sue labbra potevano sentirne benissimo il sapore salato di quest'ultime. Con decisione si asciugò gli occhi con il braccio destro, mentre niente dentro di lui, sembrava essere in grado di trovare pace.
La notte ormai alta, nella piccola città di Daytona Beach, sembrava avergli portato consiglio, ma quest'ultimo non poteva certo essere ritenuto tale, perché si era reso conto di tutte le sue mancanze d'amico e la cosa che lo faceva stare peggio era il non riuscire a trovare nessuna via d'uscita.
Sembrava un leone in gabbia alla disperata ricerca di libertà, ma quella libertà chi gliel'avrebbe data? Forse Summer, forse nessuno, forse sarebbe stato lui stesso in grado di conquistarla, ma in quel momento sentiva i suoi stessi polsi stretti in una forte morsa e quell'unica certezza che aveva nella sua vita di adolescente diciannovenne, racchiusa nella forte amicizia con Summer, stava lentamente crollando proprio sopra la sua testa senza poter evitare il peggio.

"...Remember back then
When we played one the dandelion hill
Till the sunset
We didn't need anything else

Ohh... You're always protecting yourself
Ohh... Come here with me..."

Tutta quella realtà gli stava facendo paura, tanta paura, e il timore di perdere per sempre Summer, si stava rivelando una realtà sempre più definita, mentre il terrore che ciò potesse succedere veramente lo stava quasi facendo rabbrividire. Scosse la testa per tentare di cacciare via quel pensiero e quell'angoscia sempre più forte insinuatosi ormai con forza all'interno del suo cuore.
"NON VOGLIO PERDERTI SUMMER, NON VOGLIO!" quelle urla interne avevano un potere quasi sovrannaturale di spaccare il suo cuore a metà.
Il rendersi conto di aver messo in stand by l'amicizia più importante della sua vita, adesso gli faceva capire e vedere tante cose che forse prima erano celate, nascoste, da sicurezze, che forse non erano mai state così forti per definirsi tali.

"...Oh believe in me Oh believe in me
Do you ever feel this quietness inside?
That is where you'll find me
Nothing can erase me"
("If You Only Knew" - By Olivia)

§*§*§
Il padiglione est dell'istituto St. Patrick, lentamente si stava riempiendo di giovani più o meno entusiasti, diretti ognuno nella propria aula. Ormai gli ultimi mesi di scuola avevano un gusto totalmente diverso dall'inizio dell'anno scolastico e alcuni si stavano già pregustando i sapori prematuri dell'estate e delle tanto agognate vacanze.
- Ho paura Bri, e se la prof mi becca?-
- Ci inventeremo qualcosa non ti preoccupare, piccola.- le sorrise, le passò il suo braccio sinistro intorno alle spalle attirandola a se, mentre i loro sorrisi si specchiavano nello sguardo dell'uno e dell'altro.
I giorni trascorrevano lenti ed inesorabili segnando sempre di più il tempo verso il diploma. Per tutti era un traguardo difficile da raggiungere, ma estremamente importante se le loro intenzioni fossero state quelle di continuare la strada degli studi.
Nonostante il mese di febbraio, ormai fosse agli sgoccioli, ne Brian ne Nicky avevano pensato al dopo, erano felici ed entusiasti di godersi ogni singola giornata insieme, quello che ci sarebbe stato successivamente lo avrebbero deciso e affrontato a tempo debito.
- Non voglio entrare in classe, ho paura! Non voglio prendermi la prima insufficienza della mia carriera scolastica!-
Brian si ritrovò timidamente a sorridere fra se e se, divertito dalla simpatica espressione nata negli occhi della sua ragazza. Era strano come la sua compagnia avesse quasi fatto dimenticare lo studio a Nicky.
- Bhè...c'è sempre una prima volta per tutto, anche per un insufficienza...-
- Parli facile tu! Per te una F è all'ordine del giorno, ma io...oh mio Dio...e come farò a spiegarlo ai miei genitori...non ci posso pensare...- si mise una mano fra i capelli al solo pensiero di come suo padre e sua madre l'avrebbero potuta prendere, la sola idea, la faceva rabbrividire dalla testa ai piedi.
- Tranquilla, se la prof deciderà d'interrogarti, ce la metterò tutta per suggerirti le definizioni di latino...-
- E come hai intenzione di fare se tu sei peggio di me in latino?-
- E i libri a cosa servono?-
- Ah, perché tu li sapresti aprire?-
Le ciglia del ragazzo si incurvarono sentendosi colpito fin nel profondo del suo animo
- Ah, è questo che tu pensi di me?- esclamò il ragazzo staccandosi da lei, incrociando poi le sue braccia in prossimità del addome.
La ragazza sorrise visibilmente divertita, stringendo fra le braccia i libri che gli sarebbero stati necessari per affrontare quell'ennesima giornata di studio all'interno dell'istituto superiore St. Patrick
Le sue risa vennero però ben presto bloccate da una figura femminile, andata, forse volontariamente, a sbattere contro il suo corpo ben proporzionato, facendole cadere tutti i libri che teneva stretti vicino al suo petto.
Gli occhi di Brian si spalancarono all'istante non appena riconobbe a chi apparteneva quella figura, avrebbe voluto chiamarla, chiederle una spiegazione per il gesto fatto, ma si rese conto di non poterlo fare perché lei ormai era già entrata all'interno della propria aula, si ritrovò allora ad abbassarsi per aiutare Nicky.
- Ma che cosa gli è preso?- chiese la ragazza avendo riconosciuto nel corpo femminile, la figura "amica" di Summer.
- E' quello che vorrei sapere anch'io!- esclamò infine un Brian sempre più confuso e combattuto con se stesso. I suoi occhi guardarono con enorme affetto quelli di Nicky, poi si spostarono qualche grado più in là per incontrare il vuoto, quello stesso vuoto che pochi istanti prima aveva occupato la figura irriconoscibile della sua migliore amica.

La disposizione dei banchi era stata cambiata su esplicita richiesta di Summer che adesso si ritrovava vicino a Daisy, la sua migliore alleata negli studi, ma anche nella vita quotidiana di tutti i giorni.
Era lei che chiamava quando non se la sentiva di parlare di argomenti che sapeva benissimo di non poter affrontare con Brian, ma era lei, soprattutto negli ultimi tempi, che sapeva meglio di chiunque altro, l'inferno che stava vivendo dentro, nonostante ce la stesse mettendo tutta per non darlo a vedere, ma soprattutto per non far capire a Brian, il suo vero stato d'animo. Voleva essere forte, anche se sapeva benissimo di essere più fragile di un petalo di cristallo.
- Daisy, sei riuscita a fare l'intera traduzione di latino?-
- Sì, certo!- rispose la ragazza mentre vide chiaramente, con la coda dell'occhio, la coppia più famosa della classe, fare il suo ingresso all'interno dell'aula
- Allora, mi devi spiegare come hai fatto, perché qua, proprio in questo punto, ho difficoltà a coniugare...-
- Per quanto tempo hai intenzione di andare avanti?-
- Eh?- si ritrovò ad esclamare una Summer sorpresa
- Allora?- la voce di Daisy si era fatta incalzante
- Allora cosa? Ma si può sapere di cosa stai parlando?-
- Lo sai benissimo, anche molto meglio di me!-
Subito gli fu chiara tutta la situazione, sospirò pesantemente, chiuse il quaderno di latino, guardò l'amica negli occhi e con decisione le rispose;
- Senti, Brian ha preso la sua decisione, ed io mi sto adeguando a quest'ultima, l'argomento è chiuso. Torniamo alla traduzione, ti prego....- stava per riaprire il quaderno, quando la voce di Daisy tornò a farsi presente con tutta la sua carica di curiosità.
- E dimmi ti ha parlato della sua decisione?-
- No, ma non credo ce ne sia il bisogno, ormai lui e Nicky sono diventati Miss Coppia dell'intero istituto, quindi non c'è bisogno di dire nient'altro.-
- Ne sei sicura?- Daisy continuava a non esserne certa. Sapeva quanto fosse stata forte l'amicizia di Brian e Summer e gli sembrava troppo semplice che tutto fosse finito come in una bolla di sapone, sicuramente c'era qualcos'altro sotto, che a lei, come a tutte le altre persone che li conoscevano bene, sfuggiva.
- Sì, sicurissima, e poi comunque ben presto tutte le chiacchiere staranno a zero...-
- Che intendi dire?-
La ragazza abbassò la testa, la rialzò, incontrò nuovamente gli occhi dell'amica e con un flebile e rassegnato, filo di voce, si ritrovò a dirle;
- Ho intenzione di continuare i miei studi in Italia!-
- Eh? Perché così lontano?-
- Perché credo sia meglio per tutti!-
- E Brian lo sa?-
- No.-
- E perché non glielo dici? Non credi che abbia almeno il diritto di sapere...-
- No, lui non ha nessun diritto e comunque non credo che gliene importerebbe qualcosa.-
- Questo lo dici tu, non gli hai dato neppure la possibilità di...-
- Non ha più nessuna importanza, ormai la mia domanda è già stata spedita.-
- Sei ingiusta Summer!-
- Ah, perché come è stato lui nei miei confronti?-
Daisy si ritrovò a tacere e successivamente ad acconsentire rendendosi conto che anche Summer aveva le sue ragioni.
- Adesso mi vuoi dire come cavolo hai fatto a portare a termine la traduzione di latino?-
La ragazza sospirò pesantemente fra se e se, aprì il quaderno ad anelli arrendendosi di fronte ad una situazione, forse più grande di lei.
- Ok...- e iniziò a spiegarle per fino e per segno ogni singola coniugazione verbale, mentre la campanella d'inizio lezione, si fece sentire dentro ad ogni corridoio che componeva l'intero istituto.
§*§*§
- Summer!- il tono della voce maschile era ben deciso, mentre le sue braccia erano conserte proprio in prossimità del suo addome, in attesa che l'attenzione della sua interlocutrice si portasse su di lui.
- Cosa vuoi?- le rispose lei senza alzare gli occhi dal suo diario, dove stava trascrivendo i compiti per il giorno seguente, avendo riconosciuto la sua voce
- Parlarti!-
- Non posso, come vedi sono impegnata!- cercava di evitare il suo sguardo, di evitare la sua persona. Meno ci parlava, meno incontrava i suoi occhi, prima la sua ferita, forse si sarebbe rimarginata.
Ma il ragazzo non sembrava intenzionato a mollare la presa, era ben deciso a farla alzare dalla sua sedia. La campanella dell'intervallo era suonata da pochi secondi e la maggior parte degli studenti si stavano sparpagliando per tutto l'istituto mescolandosi fra di loro.
Le braccia maschili si sciolsero dalla loro posizione e le rispettive mani batterono con visibile forza sul banco di Summer, facendola sussultare e sobbalzare allo stesso tempo. La ragazza, infine, si ritrovò a guardare dritto nei suoi occhi blu.
- Summer finiscila, a che gioco stai giocando?-
- Io? A me lo vieni a chiedere? Forse ci sono un paio di cose che ti sono sfuggite...-
- Bene allora dimmele!- le rispose il ragazzo riprendendo la sua posizione iniziale
- Non ne ho voglia Brian! Per favore finiamola qua, non rendiamo ancora più ridicola questa situazione!-
- Io invece sì, ho molta voglia di chiarire parecchie cose con te, sai?-
Summer abbassò la testa sospirando sommessamente, quella situazione iniziava ad andargli stretta, non sapendo più cosa inventarsi per poterne uscire. Alla fine s'arrese, le sue braccia si fecero conserte, guardò dritta all'interno dei suoi occhi blu a cui tanto voleva bene e;
- Bene, sentiamo cosa hai da chiedermi, sai sono proprio curiosa!-
- Non fare la strafottente con me, sai bene che...-
Non le dette il tempo di terminare la frase l'anticipò;
- Ah, io non posso fare la strafottente, ma tu puoi benissimo ignorarmi di punto in bianco? Brian devi un po' rivedere la tua scala...-
Non le dette il tempo di terminare la frase, gli prese con forza il braccio destro e la costrinse ad uscire dall'aula, non voleva dare in pasto ai suoi compagni di classe i suoi fatti personali;
- MOLLAMI!-
- ZITTA E SEGUIMI!- le rispose di rimando un Brian che iniziava visibilmente ad irritarsi
Le volontà della ragazza sembravano essersi completamente annullate nello stesso istante in cui l'aveva presa con forza e la stava trascinando fin nel cortile esterno dell'istituto, al riparo da orecchie indiscrete
- MOLLAMI!- esclamò la ragazza non appena si rese conto che Brian ebbe fermato il suo incedere veloce.
- Summer, si può sapere che cosa cazzo ti succede?- chiese il ragazzo cercando di calmare i suoi nervi e di prendere l'amica con le buone maniere, voleva risolvere la loro situazione critica e ci stava mettendo tutta la sua buona volontà.
- Niente, cosa mi dovrebbe succedere?- le rispose lei facendo finta di nulla. Sapeva benissimo quanto quell'atteggiamento dava fastidio a Brian, ma non fece niente per correggersi.
- BALLE SUMMER! BALLE, STRATOSFERICHE BALLE!- le sue urla riecheggiavano chiare in quel piccolo angolo nascosto del cortile.
- COSA CAZZO NE SAI TU CHE SONO BALLE EH? VISTO CHE L'UNICA COSA CHE SAI FARE BENE E STARE ATTACCATO ALLE LABBRA DI LEI.-
- LA LEI DI CUI TU STAI PARLANDO HA UN NOME E TI SAREI GRATO SE PORTASSI PIU' RISPETTO NEI SUOI CONFRONTI. TI HO VISTO SAI QUESTA MATTINA, IL GESTO CHE HAI FATTO E' STATO MOLTO SGRADEVOLE.-
- Sai quanto cazzo me ne frega!- la ragazza sentiva chiaramente salirgli le lacrime agli occhi, ma stava facendo forza su tutta se stessa per resistere, le parole di Brian erano peggiori di una lama conficcata dritta nel cuore. Lui pensava solo a stesso e alla sua nuova fiamma, ma a lei? A lei quanto ci pensava in realtà?
- PERCHE' L'HAI FATTO? CON QUALE DIRITTO...-
La ragazza non le dette il tempo di terminare la frase, l'anticipò;
- TU HAI PERSO OGNI DIRITTO SU DI ME LO STESSO GIORNO IN CUI HAI MADATO A FARSI FOTTERE TUTTA LA NOSTRA AMICIZIA. Ed io che ti ho sempre creduto...- scosse la testa incredula al fatto che stesse accadendo veramente.
- Summer, devi credermi sono sempre stato sincero con te...-
- FINISCILA, FINISCILA DI MENTIRMI!- avrebbe voluto credergli, ma la rabbia e la ferita dentro il suo cuore era troppo grande e profonda per essere curata con quelle semplici parole.
- Non ti sto mentendo...- Brian si stava avvicinando alla figura di Summer, quest'ultima invece indietreggiava visibilmente come se avesse paura di lui, di quello che fino a poche settimane fa, considerava il suo migliore amico.
- BASTA, BASTA BRIAN CON TUTTE QUESTE BUGIE, PERCHE' VUOI CONTINUARE A MENTIRE A TE STES...- bloccò l'ascesa delle sue parole non appena vide il suo polso sinistro. Indossava il bracciale che gli aveva regalato per il suo compleanno
- PERCHE', PERCHE' TE LO SEI MESSO? PER PRENDERE IN GIRO ME E LA NOSTRA AMICIZIA?-
- No, invece l'ho messo perché ci credo, ci ho sempre creduto e non voglio che tra di noi cambi niente. Ti voglio bene Summer e vorrei che credessi veramente ad ogni singola parola che ti sto dicendo perché ti sto parlando con il cuore. So di aver sbagliato, di essermi comportato da persona meschina, ma avevo tutti i miei fantasmi da affrontare e volevo tenerti fuori da tutti i miei problemi, volevo essere da solo a sfidare il mio passato. Non ti ho esclusa dalla mia vita...-
- No, hai ragione, mi hai solo messa nella stanza dove si gettano le cose vecchie che ormai non contano più.-
- Non è vero, Summer, NON E' VERO, COME CAZZO TE LO DEVO DIRE?- nella sua voce c'era viva esasperazione, perché non le voleva credere?
- Non c'è bisogno che tu me lo dica, lo so già da sola.-
- COSA, COSA SAI?-
- So molte cose, più di quanto tu stesso possa immaginare. Adesso mi è tutto chiaro, adesso vedo chiaramente cose, che forse per l'affetto che provavo nei tuoi confronti, venivano offuscate dal bene. Ora invece non è rimasto più niente, tutto il nostro rapporto è stato raso al suolo e ciò che ne rimane sono solo briciole, briciole di un'amicizia destinata forse a finire.-
- Perché mi stai parlando così?-
- Perché forse quello che ci è successo era inevitabile. Ognuno adesso deve andare per la propria strada. Io la mia l'ho già trovata, spero che anche tu riesca a fare altrettanto...-
- Summer, ma si può sapere cosa stai dicendo?- il solo pensiero che tutta l'amicizia che li aveva tenuti legati per così tanto tempo, stava definitivamente crollando, lo faceva rabbrividire e allo stesso tempo lo spaventava. Come sarebbe andato avanti senza di lei? Senza la sua amica del cuore? No, non ci voleva credere, non voleva accettarlo, e stava scuotendo la testa per scacciare quell'orrendo pensiero che si era insinuato con forza dentro di lui.
- Ho deciso di frequentare l'università di Siena.-
Una doccia gelata era scesa sull'intero corpo di Brian, i suoi occhi si spalancarono, il suo cuore si riempì di terrore, la sua testa era invasa dall'incredulità più totale.
- Cos...cosa? No, non...è possibile...non puoi...farmi questo...perché?-
- Perché questa è la mia vita ed è giusto adesso che ne prenda in mano le redini, non posso vivere e prendere decisioni in merito alla nostra amicizia e comunque adesso il problema mi sembra non sussista più no?-
- Per te forse, ma per me...-
- Hai Nicky adesso al tuo fianco, forse è giusto che adesso il mio ruolo lo prenda lei. Se ti ama veramente saprà esserti amica e amante allo stesso tempo. Sono certa che passerà una settimana e non sentirai neanche la mia mancanza!- i suoi occhi luccicavano sotto la luce fievole del sole. Gli faceva male pronunciare quelle parole, perché lei stessa sapeva benissimo che non sarebbe mai riuscita a rinunciare alla sua amicizia, a lui, ma ormai non c'era più niente di salvabile in quel loro rapporto.
- Summer, voglio bene a Nicky, ma lei non riuscirà mai a prendere il tuo posto. Io non voglio che tu te ne vada, ho ancora tanto bisogno di te.-
Chiuse gli occhi, cercò di ricacciare indietro le lacrime e con fatica pronunciò quelle parole;
- Mi spiace Brian, è ormai troppo tardi.-
- Non è tardi se tu non vuoi che lo sia.-
Si guardarono, gli occhi di entrambi erano visibilmente velati di lacrime e quei lucciconi posti alla base dei loro occhi, brillavano sotto la luce timida di febbraio.
Le loro anime si erano messe a nudo, ora tutta la sofferenza per quel rapporto, arrivato al capolinea poteva essere ben toccabile, ma nessuno dei due sembrava muovere un dito per evitare la parola fine.
Una solitaria lacrima iniziava a scendere dagli occhi di Brian, Summer cercava di resistere, ma ormai era arrivata al limite, abbassò la testa e così fuggì via, forse per sempre, da lui, dal suo migliore amico, dalla persona più importante che potesse esistere nella sua vita.
Tutto gli faceva male, le parole dette chiaramente, quelle proferite come un lieve sussurro, quelle urlate, quelle nascoste, i loro mille sguardi, i loro sorrisi, gli echi dei loro momenti felici, adesso riecheggiava tutto nella sua testa come un martello pneumatico dal rumore incessante e doloroso.
"Perdonami Brian, scusa."
Ormai lacrime piene di dolore rigavano le sue guance, timidi singhiozzi percorrevano la sua spina dorsale, il suo cuore si era definitivamente spezzato in due e il dolore era lancinante, quasi insopportabile, ma sebbene gli fosse costata molta fatica, sapeva di aver preso la decisione più giusta anche se faceva male, male da morire.

"Non te lo posso permettere Summer, non posso!"
pensò un Brian ormai quasi a pezzi. Era una realtà che non sarebbe mai riuscito ad accettare. La sua mano chiusa a pugno batté con forza sulla fredda parete che gli era di fronte. Subito il male fisico si fece sentire in tutta la sua intensità, ma niente era paragonabile a ciò che stava dilagando all'interno del suo cuore.
Scosse la testa mentre le parole di Summer erano dentro di lui e gli stavano pugnalando il cuore senza nessun ritegno.
Ben presto le lacrime cessarono di cadere e dentro il suo cuore il dolore lasciò campo libero alla rabbia. Era arrabbiato con Summer, non sopportava l'idea di vederla salire su un aereo diretto per l'Italia, sarebbe stata la fine di tutto, anche di quelle piccole briciole d'amicizia rimaste.
§*§*§
Il suono della campanella di fine giornata riecheggiò ben presto all'interno dell'intero edificio. Migliaia di ragazzi stavano uscendo, festosi e allegri, tra quella folla sempre più numerosa, vi erano anche Brian e Nicky. Si stavano tenendo teneramente per mano, ma alla ragazza non era certo sfuggito, lo strano cambiamento di stato d'animo, avvenuto poco dopo l'intervallo. Aveva provato a chiedergli qualcosa, ma lui si era limitato a sorriderle e a tranquillizzarla, dicendole che andava tutto bene. Nicky non riusciva a credergli completamente, ma dopo varie insistenze da parte di Brian si era ritrovata ad acconsentire non essendo per niente convinta delle parole che gli erano state dette.
Si ritrovò a guardarlo di sottecchi, stava per proferire parola, quando i suoi occhi, di scorcio, videro il profilo di una persona che avrebbe riconosciuto fra mille.
- SHANE!!!!-
Lasciò la mano di Brian e corse verso l'altra persona, lasciando il ragazzo senza parole. Tornò alla realtà non appena si rese conto che la sua ragazza era finita fra le braccia di un'altra persona maschile che non era lui.
Spaventato di perdere anche lei, si diresse con passi veloci verso la figura maschile e con decisione;
- Ehy tu, butta giù le mani dalla mia ragazza!-
I ragazzi si staccarono l'uno dall'altro, Nicky si voltò verso Brian, le sorrise cercando di calmarlo, ma con le sue parole riuscì solamente ad ottenere l'effetto contrario.
- Calmati Bri, non c'è bisogno che ti alteri così tanto.-
- Bene, allora dimmi chi è questo tizio sbucato dal niente!-
- Ti presento Shane, mio ex fidanzato e...-
Non le dette il tempo di terminare la frase, scattò all'istante;
- COSA?- i suoi occhi si spalancarono non riuscendo a credere alle sue orecchie. Era troppo assurdo per poter essere vero. Era geloso di Nicky e la cosa lo infastidiva non poco.
- Brian...- esordì la ragazza vedendolo allontanarsi da lei.
- ...lasciami spiegare, non mi hai lasciato finire di parlare...-
- Non credo ce ne sia il bisogno...-
- E invece sì...-
Le voci alle orecchie del nuovo arrivato, gli pervenivano sempre più lontane e incomprensibili, scosse la testa, sorrise fra se e se, divertito da quella situazione così assurda.
I suoi occhi castano chiaro iniziarono a guardarsi intorno, i suoi polmoni cominciarono a respirare l'aria di Daytona Beach, sembrava essere a suo agio in quella piccola città, nonostante fosse arrivato da sole poche ore.
La sua testa ruotò verso sinistra, si stava godendo la stupenda giornata che l'aveva accolto, quando la vide a pochi metri da lui, oltre il cancello in ferro battuto che divideva la strada principale urbana, dall'entrata alla scuola superiore.
Per i suoi occhi, lei era una bellezza eterea, immediatamente i suoi lineamenti facciali gli entrarono nel cuore con tutta la sua carica di dolcezza. Mai avrebbe dimenticato quel volto d'angelo, leggero e bisognoso di tanto affetto.
Summer stava tranquillamente parlando con Daisy, stavano mettendo a punto gli ultimi dettagli del loro appuntamento pomeridiano, quando lo vide.
Rimase in un millesimo di secondo colpita da quella bellezza che non sembrava essere americana, le si mozzò il fiato il gola per un attimo. Era strano come lui riuscisse a provocarle tutta quell'attenzione. All'improvviso tutto intorno a lei sembrava essere scomparso, esisteva solo quel ragazzo sconosciuto e quello sguardo profondo entratogli fin in fondo del cuore. Si sentiva una ragazzina, incapace di parlare o solo di fare un semplice passo.
In quei pochi e brevi istanti era riuscito con il suo sorriso, appena sbocciato sulle labbra, e con i suoi occhi, a farle battere il cuore per la prima volta e l'amarezza per Brian, adesso sembrava avere un sapore più dolce grazie a quegli occhi che non le si staccavano da dosso.
- Summer...-
- ............- era incapace di parlare.
- SUMMER!- la ragazza sembrò tornare alla realtà
- Eh?-
- Vogliamo andare?-
- Sì...cer...to...- bofonchiò intimidita.
Riprese a camminare, mentre il suo sguardo tornò a voltarsi verso la direzione in cui l'aveva visto, bello come non mai, sotto la luce del sole, ma con suo enorme dispiacere, lui non c'era più.
Così come era comparso davanti ai suoi occhi, come una dolce visione, se ne era andato, abbassò la testa delusa, sospirò, ritrovandosi poi a cercarlo fra la folla numerosa degli studenti, mentre il sole con i suoi caldi raggi riscaldava quegli stessi lineamenti che Summer si era ritrovata ad adorare fin dal primo momento.

CAPITOLO 17

Kisses And Embraces
Il pomeriggio sembrava essere monotono e sempre uguale. Era un vero peccato sprecare quella bellissima giornata di sole sui libri. Ma d'altronde lo aveva promesso a Nicky e lo studio con lei al fianco sembrava avere un sapore più dolce.
La scrutava, mentre china sul suo quaderno a quadretti, cercava quasi disperatamente di giungere alla soluzione di quell'equazione troppo piena di incognite.
X, Y, A, B. Lettere semplici che in compagnia di segni matematici sembravano chiaramente prendere un altro aspetto; l'aspetto odioso della matematica.
- Ci rinuncio! Non ce la farò mai!- la sua voce delusa si fece largo all'interno di quelle mura candide, mentre la penna cadeva timidamente lungo la pagina destra del quaderno, ancora bianca.
- Cos'è ti vuoi arrendere proprio adesso? E le mie spiegazioni? Non sono servite a niente?-
- No, non è che non sono servite a niente, sono io la testona della situazione che non riesce a capire nulla!-
Brian sbuffò visibilmente nervoso. Aveva passato due ore a spiegargli tutto fin nel minimo dettaglio, cercando di usare le parole più semplici per rendere più comprensibile ogni singola definizione e adesso lei voleva mollare? No, non ci stava.
- Senti Nicky, la vuoi recuperare l'insufficienza presa al compito, sì o no?-
- Sì...-
Non le dette il tempo di terminare la frase, l'anticipò;
- Bene, allora vedi di concentrarti. Il problema non è la spiegazione, sei tu.-
- Come sarebbe a dire?-
- Non hai voglia di trovare la soluzione, ecco dov'è il problema!-
- Ma cosa credi che mi stai divertendo?-
- No, ma se solo tu ci mettessi un pizzico in più d'impegno, tutto sarebbe più semplice.-
- Uf!- la ragazza sbuffò chiaramente.
I suoi occhi castani fissavano visibilmente quelli chiari di lui. Non riusciva a leggerci nient'altro che decisione e già immaginava che non si sarebbero alzati da quella scrivania fino a quando non fosse giunta alla soluzione di quell'equazione da incubo.
Riprese con malavoglia la penna, caduta per terra e posò, per l'ennesima volta,con visibile disinteresse, l'attenzione sul suo quaderno. Avrebbe desiderato prenderlo fra le mani e strapparlo, ma non poteva perché sapeva, in fondo, molto in fondo, al suo cuore, quanto fossero veritiere le parole di Brian.
Davanti ai suoi occhi, quella formula dai numeri e dalle lettere più difficili del mondo;
4(10 - 2x) = 3 (x - 5).
Di tanto in tanto scrutava di sottecchi il suo ragazzo, alla ricerca di un piccolo aiuto, ma il suo volto corrucciato non faceva una grinza. Era tutto d'un pezzo, in attesa di vedere l'esatto svolgimento dell'equazione.
Ad interrompere la pacifica quiete di quella casa vuota, arrivò il suono quasi fastidioso del campanello.
All'inizio Brian decise di non farci caso, ma all'ennesimo squillo fu Nicky ad alzare il volto e;
- Non vai ad aprire?-
Brian sbuffò visibilmente scocciato.
- Perché mia madre non si ricorda mai di prendere la sua copia di chiavi. Ogni volta devo essere io ad aprirla!-
- Che ci vuoi fare? I genitori sono fatti così.- ribatté la ragazza con lo sguardo all'improvviso, fattosi, illuminato.
A Brian non sfuggì, per niente a mondo, quel cambio d'espressione e prima di chiudersi la porta bianca dietro le spalle, decise di metterla all'erta.
- Ehy tu! Guai se te ne approfitti. Ci siamo capiti!-
- Certo! Ma per chi mi hai preso!-
- Per una furbacchiona!- esclamò infine sorridendole e lanciandole un bacio al volo che lei prese e si stampò sulle labbra.
Scese di corsa le scale in marmo bianco, talmente lucenti da potercisi specchiare all'interno;
- ARRIVO, arrivo...un attimo di pazienza!-
Con un balzo giunse di fronte al portone, allungò il suo braccio sinistro e con un movimento veloce dell'arto la porta scattò aprendosi di fronte a lui;
- Sei sempre la solita ma...-
Le parole gli morirono in gola all'istante. Di fronte a lui non c'era sua madre, ma bensì una figura maschile.
- Brian!- le parole dalla bocca dell'uomo uscirono timide e impaurite. Temeva di non essere ben accetto e infatti, dopo pochi istanti, la sua paura più grande si rivelò pressoché giusta.
- VATTENE!- gli rispose di rimando un Brian divenuto furioso nello stesso istante in cui i suoi occhi si erano scontrati con quelli dell'uomo.
Stava per chiudergli il portone in faccia, ma i riflessi e la forza di costui erano ben preparati, tanto da impedirgli la chiusura totale dell'infisso.
- Questa volta non ho intenzione di andarmene fino a quando non ti avrò spiegato i veri motivi della mia fuga!-
- NON M'INTERESSANO, NON PIU'!- esclamò cercando di chiudere quella stramaledetta porta, ma la forza di Dylan sembrava essere maggiore rispetto alle reali aspettative del figlio.
- Ti avverto non ho nessuna intenzione di andarmene!-
A quel punto perse anche quella piccola cognizione di se stesso che sembrava essere rimasta all'interno della sua persona. Spalancò, con visibile forza, il portone. I suoi occhi di ghiaccio si fecero vivi di ardente rabbia in quelli del padre;
- E INVECE TE NE DEVI ANDARE! HO LA MIA VITA ADESSO, HO FATICATO NON SAI QUANTO PER OTTENERE IL MIO EQUILIBRIO INTERIORE E NON PERMETTERO' PER NESSUNA RAGIONE AL MONDO, AD UN PADRE DA STRAPAZZO, DI MANDARE ALL'ARIA TUTTO, PER L'ENNESIMA VOLTA. SONO PASSATI DUE MESI DAL TUO RITORNO IN CITTA' E TI FAI VEDERE SOLO ADESSO, MA CON QUALE DIRITTO EH? ME LO SPIEGHI? CON QUALE DIRITTO?-
- Avevo bisogno di tempo, per me non è semplice...-
Non gli dette il tempo di terminare la frase, l'anticipò furiosamente come un mare forza quattro;
- SMETTILA! SMETTILA DI PARLARE! NON TI SFORZARE DI TROVARE PAROLE AD EFFETTO PERCHE' TANTO E' TUTTO INUTILE. CON TE HO CHIUSO E STAVOLTA DEFINITIVAMENTE. E' dura dirlo, ma per una volta aveva ragione mia madre su tutti i fronti.-
- Brian...ma io sono tuo padre, non puoi...-
- NO. IO NON HO UN PAPA', MIO PADRE E' MORTO!-
Quell'ultimo sguardo di odio, Dylan, ne era quasi certo, non lo avrebbe mai dimenticato. Sapeva che non sarebbe stato semplice cercare di rientrare all'interno della vita di suo figlio, ma tutto si stava complicando in maniera ancora peggiore rispetto alle sue aspettative.
Lo sbattere violento della porta, giunse in modo quasi brutale anche se previsto.
Il suo cuore prese l'ennesimo schiaffo. Per tutta la vita si era sentito un fallito su tutti fronti, aveva faticato, scalato le più irte montagne per poter portare, nuovamente, la sua dignità in alto. E adesso che finalmente era riuscito ad essere una persona rispettata, gli mancava la cosa più importante; l'affetto del suo unico vero figlio e allora a cosa serviva il rispetto degli altri se non poteva ottenere quella della persona più importante della sua vita?
Abbassò la testa, tornando a sentirsi il fallito di tanto tempo fa. Non c'era niente da fare. La sua vita era destinata ad essere una delusione continua e per quanto si sforzasse di trovare un appiglio a cui aggrapparsi quasi disperatamente, quest'ultimo gli veniva tolto da sotto gli occhi, senza nessun ritegno, facendolo cadere nuovamente nel baratro dello sconforto più profondo.
"Perché non vuoi capire Brian? Perché non vuoi starmi a sentire? Capisco che per te non deve essere stato facile vivere tutti quegli anni senza di me, ma se me sono andato è stato solo per tornare da te come una persona migliore. Dammi una sola possibilità, lasciami spiegare ti prego."
Ma nonostante continuasse a sperare era quasi certo che le sue possibilità con Brian erano pressoché pari a zero e se anni fa avrebbe mollato incassando la sconfitta, adesso avrebbe continuato a lottare. Non gli interessava quanto tempo ci avrebbe impiegato, era quasi certo che prima o poi quella possibilità a cui tanto anelava così disperatamente, gli sarebbe stata concessa. Si trattava solo di attendere, ma quanto però?
Perso in questi dilemmi immani, riprese i suoi passi, raggiunse la sua auto e in "sella" alla sua Mercedes grigia metallizzata, partì con la stessa velocità con il quale era arrivato.

- Brian chi era alla porta?- chiese una Nicky piena di punti interrogativi dall'alto delle scale.
Il ragazzo portò lo sguardo su di lei e;
- Nessuno!-
- Come nessuno, ti ho sentito urlare fin da quassù...-
Brian si ritrovò nel giro di pochi minuti a mandare giù l'ennesimo boccone amaro che gli era stato messo in bocca contro la sua volontà. Cercò di calmare i suoi nervi, ma sembrava essere quasi una missione impossibile.
- Nicky, ti ho detto nessuno, hai risolto l'equazione?-
- No, ma...-
- Allora vai!-
- Ma...-
Non le dette il tempo di terminare la frase, l'anticipò calcando stavolta, un po' di più il timbro di voce.
- TI HO DETTO VAI!-
All'udire quella voce, la figura di Nicky si fece piccola piccola. Si rese conto che non era il caso d'insistere e con la coda fra le gambe fece ritorno all'interno della stanza chiudendo dietro di se la porta.
Non appena Brian sentì lo scatto di quest'ultima, poté finalmente sospirare liberamente.
Cosa stava accadendo alla sua vita? Prima la notizia shock di Summer, adesso suo padre, cos'è si erano per caso messi d'accordo?
Camminò senza una meta precisa lungo l'intera aerea del salotto, le mani all'interno dei suoi pantaloni bianchi alla rapper, il suo cuore completamente capovolto, incapace di capire. Cosa voleva realmente dalla sua intera esistenza?
Gli occhi supplichevoli di suo padre gli erano entrati dentro con il potere quasi sovrannaturale di mandarlo nella più completa confusione. Ecco che adesso il suo equilibrio interiore, le certezze che era andato tanto disperatamente cercando, erano andate tranquillamente a farsi fottere. E adesso? Era stato troppo pesante con le parole? Dentro di se sentiva che la risposta era no, ma doveva anche essere sincero con se stesso riconoscendo che era la rabbia a farlo giungere a quella conclusione.
Davanti a lui il tavolo in vetro trasparente, sopra di esso un centrino interamente ricamato a mano, sopra a quest'ultimo un vaso in antica porcellana con all'interno fiori freschi e profumati in grado di regalare all'intero appartamento aria di primavera.
I suoi occhi si fecero vivi e furiosi su quell'elemento d'arredamento, non seppe resistere, un calcio violento e carico d'ira colpì una sedia bianca in legno antico intarsiata, nella parte superiore, da decori floreali. Quest'ultima cadde a terra regalando un suono sordo, i suoi occhi videro anche quei fiori. Quanta bellezza c'era in quella casa, quanta finta felicità regnava fra quelle mura. Odiava quel finto andare tutto bene, perché non era così, andava tutto male, lentamente stava perdendo tutto e tutti e il suo grido di rabbia, simile a quello di una bestia affamata di carne fresca, riempì l'intero silenzio nello stesso istante in cui i suoi arti superiori colpirono con visibile astio il vaso in porcellana. Quest'ultimo si frantumò a terra accompagnato da un suono acuto, quasi squillante.
L'acqua presente all'interno si sparse con enorme facilità sul parquet lucidato da poche ore ed i cocci del vaso brillarono sotto i primi raggi di marzo. Tutto era morto e con quei fiori se ne andata anche la parte fanciullesca di un Brian bisognoso solo d'affetto e d'amore.
- PERCHE' PAPA' PERCHE'? PERCHE' MI STAI FACENDO TUTTO QUESTO? SONO STATO SEMPRE UN FIGLIO MODELLO, NON MI MERITO LA TUA CATTIVERIA, NON LA MERITO!- colpì la sedia vicina a quella distesa per terra, anche lei cadde e con la sua caduta, Nicky si fece presente dietro le spalle del ragazzo.
Non aveva la più pallida idea di cosa gli fosse successo, di chi ci fosse stato dietro a quel suono di campanello, ma gli era chiara la disperazione negli occhi del ragazzo.
Con titubanza posò la sua mano destra sulla rispettiva spalla maschile. A quel gesto Brian scattò, ritrovandosi completamente nudo di ogni sua forza, di fronte agli occhi della ragazza.
Piccole lacrime solcarono le sue rosee guance rendendolo debole di fronte ad una Nicky rimasta senza parole.
L'unica cosa che sapeva in quel preciso istante fu il capire quanto lui avesse bisogno di lei, del suo immenso affetto.
Senza chiedergli niente, lo abbracciò stretto a se. Le braccia, all'inizio, resosi nulle del ragazzo, alla fine si fecero nuovamente vive stringendo con visibile e viva forza i fianchi di Nicky, mentre i suoi singhiozzi sempre più forti, dettati dalla rabbia per quell'uomo sbucato da un passato, in grado di renderlo inerme, riempirono il vuoto di quel freddo appartamento in una giornata quasi primaverile di marzo.
§*§*§
- Allora che dici ci vieni alla festa di Joanna?-
- Daisy, te l'ho già detto la mia risposta è no!-
- Ma se non vieni tu con chi ci vado?-
- Trova qualcun altro no? E' tanto semplice!- le rispose sorridendole una tranquilla Summer mentre terminava di gustarsi il gelato ai suoi due gusti preferiti; panna e fragola.
- Sei ingiusta! In fondo che cosa ti costa, si tratta soltanto di qualche ora e poi ci saranno i ragazzi più carini della scuola. Magari anche Brian...-
- Questa te la potevi pure risparmiare e comunque come ti ho già detto non m'intere...- le parole gli si bloccarono in gola.
Un profumo irresistibile d'uomo sembrava aver completamente inebriato si suoi sensi. Gli bastarono pochi istanti per vederlo. Gli passò al fianco per dirigersi al bancone e fare la sua ordinazione; una coppa gelato da servire direttamente al tavolo.
I suoi occhi si spalancarono riconoscendolo all'istante. L'aria sembrò non giungergli più ai polmoni, la sua bellezza accecante come un sole d'agosto, gli mozzò il fiato in gola.
Era come se lui avesse sentito il suo sguardo fisso sulla sua figura. Pochi istanti e si voltò; Summer sì sentì interamente annullata. Quegli occhi, quel sorriso, quale potere straordinario potevano avere per scioglierla completamente?
Fece la sua ordinazione e con quel camminare, quasi da modello, fece ritorno al suo tavolo. Gli passò vicino, le sorrise e;
- Ciao!-
Lei completamente incapace di rispondere a quel saluto dal sapore dolce, quasi irresistibile.
Daisy che le era davanti non poté non notare quella bellezza stupefacente, ma soprattutto Summer, che cosa gli era successo?
- Vedo che hai puntato proprio in alto eh?!- esclamò mentre lo vedeva sedersi dietro, a qualche tavolo dal loro.
Le parole dell'amica erano niente all'interno di quel luogo, fu solo quando la ragazza le mise una mano sul braccio che Summer sembrò tornare tra i vivi.
- Ehy Summer!-
- Eh?-
- Non hai visto come ti ha guardata?-
Si rese immediatamente conto della figura barbina fatta di fronte agli occhi di lui. Avrebbe desiderato soltanto scomparire dalla faccia dell'intero universo, mentre Daisy sembrava essere raggiante nel vedere come il ragazzo guardasse con immensa ammirazione la sua amica.
- Io...io...io...devo andarmene!- stava per prendere la borsetta posata sul pavimento del locale, fu la sicura presa di Daisy a fermare ogni sua intenzione.
- Ma dove vai? C'è un ragazzo da sballo che ti fa il filo e tu te ne vuoi andare? Sei completamente pazza!-
- Daisy, non c'è proprio nessuno che mi fa il filo!-
S'infilò un giacchino primaverile bianco candido, quando la voce dell'amica tornò a farsi viva in quella gelateria;
- Vedessi come ti guarda! Fossi in te mi butterei!-
- Daisy, finiscila per favore! E' tardissimo ed io devo tornare a casa!- voleva sfuggire da quella tentazione sempre più irresistibile.
- Ma se sono solo le 17;00! Guarda che se ti fai indietro, io ci provo...-
- Fai un po' quello che vuoi!-
Lasciò la sua parte di soldi sul tavolo in marmo bianco lastricato di piccole venature nere e si alzò dal suo posto.
Fu costretta a passargli vicino, ma non appena fu fuori dal locale, solo in quel momento, tirò un sospiro di sollievo. Anche questa volta era andata. Perché gli faceva quell'effetto? Perché ogni volta che lo incontrava era in grado di mettergli in subbuglio il cuore? Perché la rendeva incapace di essere razionale? Quante domande e zero risposte.
S'incamminò decisa verso la sua auto posteggiata a pochi metri dalla gelateria.
Frugò nella sua borsetta alla ricerca delle chiavi. Le mani le tremavano ancora, la sua intera figura era percorsa da brividi di emozioni sconosciute, un'agitazione immotivata si era completamente impossessata di lei.
Riuscì a trovare le chiavi. Nel numeroso mazzo tentò di estrarre quella in grado di aprire la portiera, ma in quella forsennata ricerca, le caddero sull'asfalto.
Stava per abbassarsi a raccoglierle, quando un'altra mano sembrava essere giunta in suo soccorso;
- Cercavi queste per caso?-
Il cuore sembrava quasi le stesse uscendo dal petto. Temeva di voltarsi, ma lentamente i suoi occhi si portarono su quella mano che teneva stretto il suo porta chiavi. Gli bastò un piccolo gesto per incontrare il suo volto.
Sulle sue labbra vi era un perenne sorriso, quasi incapace di scomparire.
- Sì...- le rispose con un flebile filo di voce. Lentamente la sua mano si fece presente su quella maschile, voleva prendere le chiavi, ma quella di lui fu pronta, come una trappola a catturare quella femminile.
Il suo cuore perse un battito. Quel tocco la mandò in Paradiso. Era un bellissimo angelo o incarnava veramente le sembianze di una persona vera, reale?
- Devo...andare...- rispose cercando quasi disperatamente di fuggire. Non sapeva spiegarselo, ma lui per lei rappresentava un vero pericolo.
- Perché?- il suo tono di voce era un caldo invito a restare lì, con lui.
Ritrasse la mano dalla sua presa e;
- Perché...perché...sì...-
- Non è una risposta. Perché invece non ti prendi qualcosa con me?-
- Non credo che...-
- E dai! Mica ho intenzione di mangiarti!-
Summer sorrise rendendosi conto di essersi fatta ridicola di fronte ai suoi occhi.
Abbassò la testa, quasi imbarazzata, ma gli occhi di lui la trovarono ugualmente nonostante sembrassero incollati all'asfalto.
- Allora? Hai proprio deciso di declinare il mio innocente invito?- le chiese prendendole dolcemente la mano e inserendo all'interno del palmo le chiavi dell'auto.
I loro occhi tornarono ad incontrarsi, sembravano chiamarsi, quasi che l'uno avessero un disperato bisogno dell'altro.
Alla fine si rese conto da sola di essere incapace di dire no.
- Ok, va bene. In fondo non c'è niente di male in un gelato no?-
- No, infatti. Comunque piacere Shane.-
- Piacere Summer!-
Quella stretta di mano sembrò quasi una scarica elettrica di intense sensazioni, una più forte ed irresistibile dell'altra. Cosa le stava accadendo? Perché si sentiva così attratta da lui, da quegli occhi e da quel sorriso? Forse solo il tempo sarebbe stato in grado di dare risposte ad eventi inspiegabili in grado di stravolgere un'intera esistenza.

- Ti ringrazio per il gelato, ma adesso è veramente il momento che io vada a casa!-
- Non mi ringraziare, per me è stato un piacere immenso poter trascorrere qualche ora in tua compagnia.-
Giunsero in prossimità dell'auto di Summer, il momento dei saluti sembrava essere veramente giunto.
- Allora ciao...- riprese Summer mentre apriva la portiera dalla sua auto.
- Ciao, a presto!- esclamò un sorridente Shane mentre la vedeva salire all'interno del suo abitacolo.
Lui non si mosse neppure di un millimetro, rimase fermo lì, fino a quando non la vide mettere in moto. Il motore rombò, la ragazza inserì la prima, stava per partire quando la voce maschile tornò a farsi viva all'interno di quella piazza.
- Summer, aspetta un attimo!-
La ragazza pose il piede sul pedale del freno, facendo così arrestare del tutto l'auto, abbassò il finestrino, si voltò e lo vide raggiungerla. Pochi passi e fu da lei. Incrociò le sue braccia appoggiandosi su quella "sottile" linea dal quale scendeva e saliva il vetro.
- Mi ero dimenticato di dirti una cosa...-
La ragazza continuava a non capire, perché aveva anche lo strano potere di mandarla in confusione. Chi era Shane in realtà? Una pericolosa tentazione di cui paresse non poter fare a meno?
- Dimmi!-
Il ragazzo sorrise maliziosamente, inserì la testa all'interno dell'abitacolo e senza che Summer se ne rendesse realmente conto sentì le sue labbra poggiarsi delicatamente e dolcemente sulle sua. Non provò in nessun modo o maniera a resistere, chiuse gli occhi e si lasciò andare, quando li riaprì si rese conto che tutto era, con suo enorme dispiacere, finito.
Era durato il lampo di un'istante, ma la sensazione vissuta se la sarebbe portata dentro il cuore per tutta la sua intera esistenza.
Lui era ancora lì e la stava guardando ammirato. Lei in completa estasi.
Tornò a sorriderle con quel suo tipico sorriso malizioso;
- Ciao bellissima!-
E così come era comparso, scomparve mescolandosi fra la folla numerosa di quell'ora, di quel giorno divenuto, senza aspettarselo, indimenticabile.
Cercò di ritornare in se stessa. Scosse la testa ancora inebriata da quella forte emozione, sospirò sommessamente e partì a velocità controllata, mescolandosi, in pochi istanti con il traffico di Daytona Beach.

CAPITOLO 18

Into Ya...

" If you let me put a little ya
For so long I been trying to get into ya
Let me in a brain
I'll be in ya heart
I'll be that good thing that ya
Just can't put down..."

("Into Ya" - By Jesse McCartney)

Le prime timide luci del mattino giunsero a risvegliare l'intera città ancora avvolta dall'intorpidimento della notte appena giunta al termine.
Ancora tutto dormiva. Ma non lei.
Non era riuscita a chiudere occhio per tutta la notte. L'aveva trascorsa insonne. Mille pensieri avevano invaso la sua mente rendendola incapace di trovare un attimo di quiete.
Brian, Shane, le sue scelte di vita, tutto si mescolava rendendo confusa ogni sua singola forma di pensiero.
All'improvviso le sembrava di trascinarsi. Non esisteva più una certezza assoluta all'interno del suo animo tormentato.
Perché Brian sembrava non voler comprendere? Perché Shane era entrato all'interno della sua vita? Come aveva potuto permettere ad uno sconosciuto di trascinarla all'interno della sua stessa esistenza?
In fondo di quel bellissimo ragazzo, non sapeva niente. Certo era rassicurante, il suo sorriso la calmava, le sue mani perfette le suggerivano protezione, il suo sguardo le penetrava fin nel profondo, confondendola, facendola sentire una completa ebete di fronte alla sua figura e tutto ciò non era da lei.
Lei, la ragazza sempre con la "testa sulle spalle", a cui piaceva avere tutto sotto controllo, a cui non piacevano gli "imprevisti", si ritrovava all'interno di un vortice, completamente risucchiata dalla sua intensa velocità. Non riusciva a fermarsi e tutto le stava sfuggendo di mano. La cosa che odiava più al mondo.
Shane e Summer, ormai si conoscevano da qualche settimana. Le loro uscite, che fossero pomeridiane o serali, si erano fatte sempre più frequenti, e ad ogni invito lei non riusciva a negarsi. Aveva bisogno di lui, di quel ragazzo in grado di farla sentire viva, capace di farla divertire come nessun altro in quell'ultimo periodo. La sua presenza al suo fianco era divenuta una sicurezza e nella penombra di quella mattina, la figura di Brian diveniva oramai sempre più sbiadita.
I rapporti con il passare dei giorni si erano fatti sporadici. Aveva imparato a fare a meno di cercarlo. Shane l'assorbiva completamente e anche se le risultava difficile farlo, doveva ringraziarlo. Aveva assopito ferite gravi del suo animo interiore. Era ritornata a vivere, a rivedere una luce dopo giorni di buio intenso e se pensava a quel ragazzo visto per caso e conosciuto ancora più casualmente, sul suo volto si disegnava un tenero sorriso. Che fosse tutto uno strano disegno del destino? Se lo chiedeva, incapace di trovare risposta.
Si voltò verso la sveglia. Segnava inesorabile le 6;30, tra meno di mezz'ora si sarebbe dovuta alzare, una nuova giornata scolastica l'attendeva, la maturità diveniva un qualcosa di sempre più grande ed invalicabile di fronte ai suoi piccoli occhi castani. Ne aveva paura, perché sarebbe stato a significare che una parte della sua vita avrebbe trovato la parola fine.
L'università. Siena. La facoltà ancora da scegliere segnavano l'inizio di un nuovo capitolo. Quel bianco, quel vuoto, le procurava terrore. Sarebbe stata sola, non un solo programma, fatto da ragazzina sotto il grande albero del parco, vicino al suo migliore amico d'infanzia, avrebbe trovato fondamento. Ognuno avrebbe preso la propria strada. Quel pensiero le fece un enorme tristezza. Sentì gli occhi farsi lucidi. Da quanto tempo non ci pensava e in fondo perché avrebbe dovuto farlo?
Brian e Nicky erano ormai una coppia, entrambi avevano dei progetti futuri insieme, le voci correvano rapide tra i corridoi di quell'istituto superiore e lei non poteva farci niente. Sospirare e farsene una ragione erano le uniche cose che gli erano concesse.
Tra loro era rimasto solo un tacito rapporto umano, siglato da un freddo; "Ciao, buongiorno, come stai?"
Una risposta e tutto finiva lì. Nessuno dei due aveva trovato il coraggio di aggrapparsi a quelle poche briciole rimaste. Sarebbero state spazzate via se non fosse stato per l'obbligo di vedersi ed incontrarsi, ma Brian completamente immerso, preso, dalla sua intensa love story, sembrava aver accettato la sua decisione senza porre nessun tipo d'obiezione. E forse era proprio quello a generare all'interno dell'animo femminile, un pizzico di fastidio e di rabbia. Come poteva essere possibile? Era davvero così semplice cancellare più di dieci anni di vita trascorsi insieme? Sempre al fianco l'uno dell'altro? E la complicità? Che fine aveva fatto?
Scosse la testa, si girò dalla parte sinistra del letto. Le braccia stringevano il morbido cuscino, chiuse gli occhi e si rivide bambina. Spensierata e felice. Le stonava vedersi grande ed amareggiata. Malinconica e consapevole di un tempo ormai lontano. Non sarebbero più tornati quei giorni.
Una luce nuova le abbagliò gli occhi e poi la consueta voce;
- Summer sveglia! Dai è l'ora di alzarsi, altrimenti farai tardi a scuola!- portò gli occhi al soffitto. Sbuffò.
Tutte le mattine la stessa storia. Avrebbe desiderato darsi per malata. Dormire per un giorno interno e sentirsi più leggera al momento del risveglio, ma al suo dovere di studente non poteva in alcun modo sottrarsi. Si alzò dal letto e si diresse in bagno, magari, lavandosi la faccia, un po' di quelle sue enormi angoscie, sarebbero scomparse.
Solo un'illusione in quelle prime luci di un semplice mattino marzolino.
§*§*§
Una notte come poche. L'aria tiepida, il vento calmo e sereno fra le fronde degli alberi in fiore. La primavera era arrivata, un susseguirsi di fragranze tipiche di quel periodo si susseguivano inebriando l'olfatto e risvegliando sensi assopiti da un freddo inverno ormai completamente alle spalle.
Cielo terso. Stelle luminose e una luna più splendente del solito. Una luna piena carica di un'insolita atmosfera magica.
Daytona Beach quella sera pareva essere sveglia più del consueto.
Mezzanotte era appena giunta. Un nuovo giorno prendeva vita mentre la notte continuava a correre sulle strade folli di quella nottata ancora interamente da vivere per qualcuno.
La voglia di scoprire qualcosa di diverso. Un nuovo locale. Il desiderio di partire alla scoperta dell'ignoto.
Irish Pub.
Shane aveva avuto la brillante idea di portarla proprio lì, nel tentativo di farla sentire anche solo un briciolo a casa sua.
L'Irlanda, il suo paese, la sua casa, i luoghi sempre verdi dove aveva aperto gli occhi sul mondo, crescendo, diventando uomo, assaporando i sapori dolci ed amari della vita. Entrare lì, all'interno del locale era come respirare un po' di quell'aria che si era lasciato alle spalle decidendo di trasferirsi in America per studiare, per aprirsi quelle possibilità al futuro che in quella piccola cittadina di Sligo, sentiva chiuse, sbarrate.
E per un attimo si pentii di aver fatto quella scelta. L'Irlanda gli mancava, tanto, troppo, ma se guardava Summer, se solo si specchiava nei suoi occhi, si rendeva conto di avere tutto l'indispensabile per esistere veramente e quella breve nostalgia scomparve nel breve lasso di un secondo.
Lei, quella ragazza, divenuta, per caso, centro della sua vita, l'aveva trascinato all'interno di un tunnel dove un turbinio di emozioni intense l'avevano travolto, lasciandolo senza aria in gola, ma felice. Felice di poter essere in sua compagnia, contento di averla al fianco, stringendole quella mano che non le aveva mai mollato da quando erano scesi dall'auto.
Le stava sorridendo visibilmente entusiasta. Nessuna ombra all'interno di quei bellissimi occhi color nocciola, solo una luce speciale, tanto bella e luminosa in grado di farlo sentire ancora più attratto da quella ragazza che sembrava possedere un potere quasi ipnotizzatore. Non poteva più negarlo a se stesso. A quella semplice fanciulla si era legato. Lui, proprio lui, l'eterno ragazzo che desiderava qualunque cosa fuorché storie impegnative, la guardava, rendendosi conto di essere disposto a tutto pur di averla sempre al fianco.
- Dove ci sediamo?- la voce di Summer giunse a distoglierlo da pensieri inconsueti per la sua persona.
- Non lo so...dai mettiamoci là...- le rispose
Summer gli sorrise, camminò al fianco del ragazzo, mano nella mano, fino a raggiungere il tavolo.

Insieme. Insieme in quella notte primaverile. Insieme illuminati dalla luce argentea della luna. Mano nella mano. Sorrisi felici, sottolineati da un unico desiderio: stare insieme per non sentirsi soli, incompleti in assenza dell'altro.
Brian e Nicky. Una coppia consolidata, un amore dalla A maiuscola.
Una favola, un principe, l'anima gemella. Per lei che aveva sempre creduto in tutto ciò, le bastava guardare nell'infinito blu degli occhi del suo Bri per rendersi conto di avere tutto ciò.
Ogni giorno con lui al fianco era un qualcosa di conquistato, una sicurezza in più per un'eterna insicura come lei, con mille dubbi a complicargli le vie del cuore, anche quando quest'ultime si rivelano dritte e basta solo andare avanti per raggiungere la felicità dell'animo.
- Un Irish Pub! Cool! Non ci sono mai stato!- esclamò un Brian entusiasta.
- C'è sempre una prima volta per tutto, vedrai che non ne restai deluso...-
Brian la strinse forse al suo petto, rispondendole;
- E come potrei restare deluso dalla mia piccola Nicky? Tu sei il mio orgoglio!-
Nicky chiuse gli occhi lasciandosi inebriare dalla primavera e dall'intenso abbraccio del suo ragazzo. Non seppe resistere. Gli gettò le braccia al collo, mentre il cuore all'interno del petto, le impazziva di gioia, ballando al folle al ritmo della felicità.
Le loro labbra s'incontrarono, sfiorandosi, facendo faville, di fronte all'insegna al neon, blu elettrico del pub.
- Dai entriamo...- fu Nicky a prendere in mano la situazione non appena si staccarono.
La musica li accolse, la folla li travolse.
Adesso l'obiettivo successivo era quello di trovare un tavolo a cui potersi sedere.
Nicky si guardò intorno, tutto pareva essere occupato, ma non si arrese, quasi con la convinzione che prima o poi, continuando a guardare, un po' a destra, un po' a sinistra, quei posti, sarebbero venuti fuori.
Un'illusione. Un'utopia all'interno di quella immensa ed agitata marea di persone.
Due su tutti. Nicky li vide. Carini l'uno al fianco dell'altro, sorridenti, felici, quasi completamente estranei alla musica, alle chiacchiere, a ciò che accadeva intorno a loro.
- Guarda chi c'è laggiù...-
Brian la riconobbe all'istante.
Si voltò verso Nicky chiedendole;
- Che ne dici se ci uniamo a loro?-
- Magari disturbiamo...- ribatté la ragazza, notando l'intesa intimità venutasi a creare fra Shane e Summer.
Brian le accennò un lievissimo sorriso e poi le sue parole;
- Ok, allora andiamo semplicemente a salutarli...- le rispose di rimando
A questa opzione, Nicky, parve essere visibilmente più d'accordo.

- Sono contenta che mi hai portato qua, è un posto bellissimo...-
- Son felice che ti piaccia. Qua in fin dei conti c'è un po' del mio mondo, nonostante siamo in America...- Shane le sorrise accarezzandole dolcemente la mano posta sul tavolo.
Guardarsi pareva essere il loro passatempo preferito.
Esistevano solo loro e quei timidi battiti di cuore che con il passare dei giorni, si stavano facendo più accelerati. Stava accadendo qualcosa, entrambi lo percepivano nell'aria, dai loro tocchi divenuti istintivamente più dolci e delicati. Tutto stava mutando. Quel piccolo fiore che insieme avevano piantato sul terreno dell'amore, stava sbocciando.
Il silenzio fra loro, mille parole non dette ma sussurrate da ogni piccolo gesto. Shane avrebbe passato l'intera serata a guardarla, non si sarebbe mai stancato di farlo, Summer stava diventando il pezzo mancante della sua vita per sentirsi completo e stranamente non aveva paura di questa forte sensazione.
All'inizio, probabilmente sarebbe stato incapace di volerle bene a tutto tondo perché nessuna era mai stata in grado di prenderlo fino a quel punto, ma era certo che Summer lo avrebbe aiutato a riempire quelle mancanze in realtà solo virtuali, perché amare non è mai difficile, basta aprire il cuore e lasciare che quest'ultimo ci guidi nelle parole e nei gesti, solo facendo così non sbaglieremo mai.
- Che ne dici di prenderci qualcosa?- fu Shane a rompere quell'intenso silenzio di sguardi fluttuanti.
- Ok...- le rispose di rimando una serena Summer.
Stava meravigliosamente bene in compagnia di Shane e se da un lato la rendeva felice, dall'altra la spaventava, perché il cammino sul quale si stava incamminando era tortuoso, irto di pericoli ed insidie, ma era pronta ad affrontarlo, mano nella mano, insieme a colui che adesso le stava sorridendo tanto dolcemente.
Era in procinto di proferir parola, quando due voci fuori campo s'insediarono fra loro, mettendo definitivamente la parola fine, alla magia romantica dei loro animi.
- Ciao ragazzi, che bello vedervi, anche voi qua?-
Summer e Shane si voltarono, restando colpiti dal fatto che anche Nicky e Brian avessero optato per lo stesso locale.
- Eh sì...il mondo a volte è davvero piccolo...- ribatté ironico Shane alla domanda del ragazzo
- Ma cosa fate lì in piedi? Sedetevi...unitevi a noi...- aggiunse Summer.
Sorrise ad entrambi, ma la cosa la straniva un po'. Era la prima volta che si trovava allo stesso tavolo con il suo migliore amico di sempre, la sua fiamma, con cui ancora, non scorreva buon sangue, e Shane, il perfetto ritratto dell'uomo dei suoi sogni a cui stringeva la mano per trovare quella calma di cui aveva bisogno.

Le ore trascorsero più serenamente di quanto Summer stessa si potesse anche solo lontanamente immaginare. Ridere e scherzare era risultato facile a tutti e quattro. Per qualche ora avevano tranquillamente messo da parte quell'inutile acredine che Summer provava nei confronti del suo migliore amico e di Nicky, provando a parlare con loro con una leggerezza nel cuore che l'aveva ripagata facendola sentire decisamente meglio.
Fu come respirare aria nuova, pulita. E anche per Brian avvenne lo stesso identico processo. Era come se il tempo fosse tornato indietro e niente di quelle litigate o avvenimenti del passato, avessero intaccato le loro persone e quel rapporto da sempre esistito.
In quella sera, in quella notte erano semplicemente quattro amici, seduti ad un tavolo a consumare la stessa bibita raccontandosi aneddoti di vita adolescenziale. Tutto il resto era rimasto chiuso fuori, ma per quanto sarebbe durata quell'apparente pace?
§*§*§
Musica. Musica irlandese. Battiti. Battiti di cuore. Battito leggero sulle ali dorate di un dolce ed intenso sentimento. Desiderio. Desiderio travolgente. Passione viva, vera, travolgente come un tornando che spazza via tutto lasciando in piedi solo quel sentimento appena sbocciato, ma apparentemente già solido forse perché costruito su valide basi.
Shane e Summer erano riusciti, con la scusa più banale, a staccarsi dalla piacevole compagnia di Nicky e Brian, alzandosi, prima lui poi lei, da quel tavolo, dandosi "appuntamento" nell'unico luogo più "appartato" del locale; la toilette.
Shane la vide arrivare, sorridente come suo solito.
Un brivido lo travolse, il suo cuore perse un battito. Smise di esistere ritrovando vita, aria per respirare in quell'abbraccio che le stava regalando, nel quale Summer si stava sciogliendo completamente, forse per la prima volta, forse donandosi a lui nella maniera più naturale che potesse esistere. Semplicemente libera da qualsiasi problema mentale.
Li aveva cancellati, annullati, non esisteva più nessuna barriera dentro di lei, c'era solo Shane e quell'abbraccio che la stava semplicemente portando in Paradiso.
Si stava lasciando andare e guardando Shane negli occhi si rese conto di fare la cosa giusta, stava dando ascolto a quella parte irrazionale dell'essere umano, stava solo dando retta a ciò che le diceva il cuore; Amalo perché ne vale veramente la pena.
Chiuse gli occhi e si lasciò tranquillamente baciare.
Le braccia di Shane le cingevano stretti i fianchi. Gli occhi femminili si chiusero, perdendosi nel profumo, intenso e forte, del suo dopobarba.
Un istante e si sentì trascinare su prati mai percorsi, su vie conosciute e mai transitate per paure, paure inesistenti.
Labbra morbide sulle sue, lingue in contatto, mani vive. Finalmente poteva accarezzare liberamente la pelle di Summer. Shane sentiva di aver dopo tanto, abbattuto quelle barriere che la ragazza dei suoi sogni aveva innalzato, solo e soltanto per difesa.
Si stava lasciando andare, sentiva la passione iniziare a scorrere all'interno del suo cuore, anche i movimenti delle sue dita si erano fatti più caldi ed intensi.
Shane continuando a baciarla, senza mai staccarsi da lei, dalla sua bocca, la "costrinse" a fare qualche passo indietro fino a quando Summer, con il fondo schiena, non trovò l'elemento che mise fine ai suoi passi; il lavandino della toilette.
Quella crescente e visibile passione, la lasciò senza fiato, ma riuscì a trovare l'aria per continuare a respirare nei baci di Shane.
Le mani del ragazzo si fecero visibilmente presenti sulle natiche della ragazza, alzò l'intera figura femminile fino a metterla seduta sul lavabo. Le fece divaricare le gambe, permettendo alla sua figura di potervisi inserire all'interno. Summer percepiva chiaramente la voglia fremente, crescere all'interno di Shane. La voleva, desiderava amarla davvero, a tutto tondo, senza inibizioni di nessun tipo.
Labbra calde, bramose sul suo collo, mani vogliose di scoprire l'inesplorato.
Con ingordigia le tolse il leggero maglioncino bianco che stava indossando lasciandola coperta solo da un semplice reggiseno nero.
A Shane piaceva da morire sentire la pelle liscia di Summer, scorrere sotto i suoi polpastrelli. Scendere lungo i fianchi, adorarne la vellutatezza, seguire con le dita le curve del suo corpo e giungere lì alla sua gonna dalla fantasia scozzese. Nessuna esitazione. L'alzò trovando la tonicità delle sue cosce. Summer era sua, la sentiva tale in quel momento e non ci sarebbe stato nessuno a fargli cambiare idea.
Summer gli sbottonò la camicia nera, assaporando con le labbra quel suo addome perfetto e ben modellato da madre natura.
Stava crescendo. Eccitazione, desiderio, passione, fantasia, avidità, bramosia. Un mix di forti emozioni in quella notte soltanto da vivere, cavalcandola sulle dolci note di quel semplice congiungersi.
Le loro bocche tornarono ad incontrarsi, le lingue fecero scintille aumentando quel fuoco ardente. I corpi bruciavano, ardevano di un appetito spasmodico. Dovevano dolcemente mangiarsi, gustarsi, per essere completamente sazi l'uno dell'altro.
Shane decise di passare all'attacco decisivo, ma fu proprio in quel momento che Summer scelse di prendere in mano le redini del gioco.
Allontanò il corpo maschile dal suo. Lui si sentì morire all'istante. Perché lo stava allontanando? Non capiva e stava soffrendo vedendo il calore che aveva acceso all'interno dei suoi occhi.
La ragazza scese dal lavandino. Si pose decisa, di fronte alla figura di Shane. Quest'ultimo la guardava sempre più desideroso. Era difficile riuscire a resistere di fronte ad una bellezza tale, da mozzargli l'aria in gola, come quella di Summer.
Fu lei stessa a togliersi quel tanga che Shane poco prima voleva cancellarle dal suo corpo. Poi la sua sensualità femminile ed assassina.
La guardava, scrutandola, cercando di entrarle dentro con il solo potere dello sguardo. Forse riuscì a centrare il suo obiettivo non appena si rese conto che proprio Summer, la dolce Summer che aveva conosciuto fino a quel momento, riusciva ad essere anche una provocante gattina.
L'indice della sua mano destra tornò ad accarezzare i suoi addominali, salì, gli raggiunse il collo, terminando sulle labbra semi - aperte. Shane fu pronto all'istante. Catturò quell'evidente provocazione fra i suoi denti stringendo dolcemente, fissandola in quegli occhi semplicemente meravigliosi. Summer si portò lo stesso dito sulle proprie labbra, mentre il desiderio rischiava di scoppiare da un momento all'altro.
La fame raggiunse nuovamente la ragazza e trovò cibo nelle labbra di Shane. Sentì le braccia del ragazzo cingerla nuovamente, alzarla per l'ennesima volta, riposizionala su quel lavandino dove tutto aveva avuto inizio.
Le bocca famelica di lui si fece viva sul reggiseno della ragazza. Fece cadere le spalline mentre la lingua raggiungeva chiaramente l'incavo dei suoi seni.
Delirio, libidine assoluta. Shane la spinse facendo incontrare alla sua schiena, il freno della parete a cui era appeso lo specchio della toilette.
Con i denti fece scendere quel reggiseno fino a trovare le ciliegine di quella torta che si stava gustando appieno e molto lentamente; i suoi capezzoli. Li lambì con una dolcezza mista ad ardente passione, li morse mentre il respiro della ragazza si fece ancora più crescente.
Summer non ebbe quasi il tempo di rendersene conto. Shane la penetrò regalandole colpi ben decisi ed assestati, baciandola al contempo stesso con un'avidità intensa lasciandola quasi incapace di respirare. La ragazza gli cinse i fianchi restando avvinghiata a quel corpo che voleva sentire ancora dentro di se. La conoscenza del piacere la stava facendo diventare quasi dipendente. Dipendente da un'eccitazione che stava raggiungendo il culmine più alto. Stava lentamente diventando donna, completando quel processo articolato e irto di difficoltà che tutti gli adolescenti devono affrontare per giungere al termine e quella fine arrivò lasciandola senza aria nei polmoni.
L'orgasmo giunse cogliendola preparata a quel senso di appagamento totale.
Continuò ad abbracciare Shane, lui si lasciò stringere, abbandonandosi a quegli intensi brividi. Brividi di piacere. Brividi di lei, di quella meravigliosa ragazza che stava stringendo stretta stretta a se quasi con il timore di vederla scomparire fra le sue braccia perché tutto era stato troppo bello per essere vero, reale.
Le accarezzò la schiena, sentendo fin nel particolare ogni singolo anello osseo della sua colonna vertebrale. Quelle stesse mani salirono perdendosi nel dolce candore dei suoi lunghi capelli castani. La guardò negli occhi annegando in quest'ultimi. Tornò ad abbracciarla a baciarle il collo, salendo, sussurrandole;
[Voglio stare con te...]
Le cercò la bocca, la trovò e senza darle il tempo di rispondere, perché già sapeva di trovare risposta in quel silenzio desiderato, la baciò ardentemente.

CAPITOLO 19

Run After You....
Notte. Notte semplice. Notte complice. Notte nemica.
Due occhi blu fissano l'indefinito.
Li aveva visti non c'era nessun ombra di dubbio. Stavano facendo sesso.
Capire. L'impossibile, l'inimmaginabile.
Immagini. Vere. Reali. Inaspettate.
Immagini che si susseguono all'interno della mente umana senza frenarsi mai.
Si ripetono, si rincorrono togliendo aria ai polmoni e poi...STOP.
Tutto si ferma. Così, all'improvviso senza nessun avvertimento e dopo...BLACKOUT.
Blackout dei pensieri.
Dimenticare, tentare di togliersi dalla testa scene indesiderate. Non riuscire a farlo perché ciò che si insinua nel cuore e nell'anima è sempre ciò che non si vorrebbe mai ricordare.
Scappare. Fuggire. Quello il suo più grande desiderio in quel preciso istante della sua vita. Voleva tornare di là dalla sua adorata Nicky, baciarla, stringerla a se, cullarsi nel dolce calore del suo tenero abbraccio, esistere, vivere solo per lei, ma in quel momento le gambe non rispondevano.
Ferme. Immobili su quel punto. Di fronte a quella porta a pochi passi da loro, dai loro corpi che si erano appena appartenuti, ancora caldi di passione, di amore e lui?
Quale ruolo poteva ancora avere nella vita di Summer?
Nessuno fu la sola risposta che riuscì a darsi. Se la stava cavando benissimo anche da sola.
Rideva, scherzava, continuava a farsi baciare, accarezzare perdendosi in quei sospiri leggeri e delicati e l'unica ed amara sicurezza che riuscì a trovare all'interno di quell'irreale situazione, fu solo una, una e soltanto una.
Summer non aveva più bisogno di lui. Viveva tranquillamente le sue giornate senza la sua presenza, senza i suoi sorrisi, senza i suoi scherzi, senza le loro chiacchierate. Qualcuno aveva preso quel posto che Brian aveva tardato a reclamare.

"MI SPIACE BRIAN, E' ORMAI TROPPO TARDI"

Eccola lì. Pronta a farsi ancora più viva, sempre più evidente nel momento più indicato. Quello più difficile.
Risentirla.
Forte, travolgente, immensa nella sua grandiosità, crudele nella sua infinità cattiveria, ingiusta nella sua indicibile sagacità.
Ritmo. Ritmo silenzioso. Ritmo naturale degli eventi. Una sola voce. La voce di Shane;
- Dai andiamo...prima che Nicky e Brian inizino a preoccuparsi!-
Un sorriso, quello di Summer.
Solare, immenso, dedicato solo lui, a Shane, a quel ragazzo arrivato per caso all'interno delle sue giornate, travolgendole con tutto il suo carico di simpatia e dolcezza, illuminandole con la luce del suo sguardo, addolcendole con una sola e semplice carezza, rendendole semplicemente uniche con la sua presenza.
La ragazza assentì silenziosamente alla sua proposta, la mano di Shane s'intrecciò a quella femminile ed insieme tornarono nella sala a finirsi quell'aperitivo lasciato a metà.

- Cosa ti è successo Brian?- fu la domanda spontanea che sorse libera dalle labbra di Nicky
- Niente amore, non ti preoccupare!-
- Sicuro?- ormai lo conosceva troppo bene per lasciarsi trarre in inganno.
- Sì...- tentò di risponderle con una leggerezza d'animo inesistente.
Shane e Summer. Erano lì, abbracciati, tranquilli, nel loro ritorno alla realtà.
L'atmosfera era cambiata. La freddezza dello sguardo di Brian la gelò all'istante rendendola incapace di respirare. Ricambiò con un'eterna espressione interrogativa. Non ne capiva la ragione, ma le fu tutto chiaro nel giro di pochi secondi.
Brian le si avvicinò, allontanandola solo di pochi passi da Shane e poi quella frase sussurratele vicino al suo orecchio femminile;
- Non sapevo ti piacesse essere sbattuta in bagno dal primo arrivato!-
La reazione. Veloce. Istintiva.
Uno schiaffo. Sonoro, deciso, forte, sulla guancia destra del ragazzo.
Come aveva osato dirle una frase del genere? Lui proprio lui, proprio Brian, non una persona qualunque, il suo migliore amico.
Un'ira furibonda l'aveva sopraffatta. I suoi occhi, fissi sul volto dell'amico, erano furiosi, arrabbiati, troppo arrabbiati.
Brian aveva sentito solo in parte il dolore di quello schiaffo e forse nessuno dei due si stava realmente rendendo conto di ciò che stava accadendo, al di fuori di quel loro guardarsi quasi in tono di sfida.
Nicky era lì, in mezzo a loro. Quel gesto di Summer nei confronti del suo ragazzo, non l'aveva digerito per niente.
La fissò. Fredda decisione nei suoi occhi e poi una voce. La sua. Infastidita. Seccata.
- Perché l'hai colpito?-
Parole. Parole al vento. Summer non l'aveva nemmeno udita, Nicky in quel luogo, in quel momento, non esisteva. Per la ragazza c'erano solo lei e Brian, il resto era completo rumore bianco fra quelle mura.
Le immagini di quella notte tornarono a farle visita, accompagnate dalle stesse emozioni soffocanti di quella sera.
Le parve di fare un salto nel passato. Era nuovamente in quel giardino. Sentiva giungere chiaro alle orecchie, il suono dei suoi deboli passi sull'erba. E poi quelle immagini. Brian sopra Nicky. Due corpi, una sola anima.
Ricordare, ripensarci, tirare fuori dal cassetto dei ricordi tutto ciò, aveva un potere quasi micidiale. La delusione aumentava d'intensità e una rabbia, forse ingiustificata, giunse nuovamente a pressarle il cuore. L'istinto la fece da padrone.
Una sola e violenta frase riecheggiò fra quelle mura;
- VATTI A SCOPARE NICKY NELLA CASSETTA DEGLI ATTREZZI E LASCIAMI IN PACE!-
Nicky. A lei, proprio a lei era diretta quella pugnalata forte, tremenda, energica a tal punto da toglierle il cuore dal petto a mani nude.
Nel silenzio del suo intimo interiore, il dolore si fece largo, dilagando senza fine.
Era inorridita. La sua intimità messa in piazza da una ragazza qualunque. La sua prima volta, l'umiliazione di fronte ai numerosi presenti, il chiacchiericcio dietro le sue spalle. Stavano parlando, ridendo di lei. Stava passando per una delle tante, per la ragazza facile della situazione. Ciò la fece rabbrividire dall'orrore. Lei non era così. Quella notte non era stata una qualunque. Era il suo cuore che glielo stava suggerendo.
L'imbarazzo la inghiottì definitivamente. Desiderava solo smettere d'esistere. Guardò Brian, quest'ultimo non le seppe dire niente, pure lui era stato colto di sorpresa. Non si aspettava un simile colpo basso da Summer.
Un pensiero si fece largo nella sua mente. Possibile che fosse stato lui stesso a raccontarle tutto l'accaduto? Ciò non l'avrebbe certo meravigliata, era più che mai noto quanto i due fossero legati da una profonda ed antica amicizia. Si senti doppiamente tradita, accoltellata nell'animo, sentendosi vittima della sua stessa fragilità.
I suoi occhi castani si fecero umidi, brillarono, ancora di più, per colpa delle lacrime, sotto la luce fievole di quei lampadari.
Arrivata al limite della sopportazione, abbassò la testa ed iniziò a correre: lì dentro se fosse rimasta un solo minuto di più sarebbe stata colta da un malore..
Aria. Aria fresca, pulita, non macchiata d'inganno e crudeltà.
Non smise di correre, anzi tentò di aumentare la velocità della corsa, voleva, desiderava raggiungere casa il più presto possibile e chiudersi nell'intimità tanto accogliente della sua stanza da letto.
Passi. Passi massicci, passi veloci dietro di lei. Sapeva benissimo a chi appartenessero e non voleva in nessun modo farsi raggiungere.
Nella sua testa riapparve. Brian. Bello nella sua innocente bellezza, dolce nella sua immensa dolcezza, infinito nel suo sorriderle con gli occhi e con il cuore.
I ricordi di quella notte, i loro semplici istanti di vita quotidiana trascorsi insieme. Erano lì. Gli sorridevano, le facevano compagnia. Dolci, amorevoli, teneri, ma se Nicky li guardava trovava solo immensa amarezza, infinita cattiveria. Non riusciva più a crederci. Quel loro, quell'essere una coppia, all'improvviso le era parsa tutta una simpatica pantomima. Si sentiva gentilmente presa per i fondelli da una Summer che non aveva mai chiesto d'incontrare sulla sua strada adolescenziale, ma soprattutto da Brian, da quel ragazzo a cui aveva donato ogni singola fibra di se stessa. Perché l'aveva fatto? Perchè si era fidata? Lei, l'eterna diffidente, era lì, stava correndo su quell'infinita strada, soffrendo come non avrebbe mai immaginato.
Non aveva la più pallida idea di dove stesse andando. Alla fin dei conti neppure le interessava più di tanto. Voleva solo andarsene lontano, sentire i passi che la stavano seguendo dileguarsi. Desiderava essere lasciata in pace perché non lo capiva? Perché si ostinava a rincorrere una bambina capricciosa? Perché non riusciva a liberarsi di lui e di quell'amore che provava nei suoi confronti?
In quell'eterna notte senza fine, con la luna piena alta nel cielo a tingere d'argento i profili umani, ad illuminare ciò che il buio a preso con se, a rispecchiarsi senza fine nelle fontane della città, Nicky non avrebbe mai trovato risposta alle sue eterne domande, avrebbe semplicemente amato, perché al battito del cuore non si riesce proprio a comandare.

Rincorrerla e non riuscire mai raggiungerla. Distanza. Enorme. Infinita. Incolmabile.
Cuori. Due. I nostri. Si stanno disperatamente cercando senza riuscire a trovarsi.
Anime. Ancora noi. Continuare esasperati questa corsa senza senso.
Lo sento. Nicky sta piangendo. Per me, per noi, per quella maledetta frase uscita dalla bocca di Summer. L'ho subito odiata per il suo vile comportamento, ma anche io mi sono sentito tale. Non ho saputo difenderla, non ho saputo dire niente, mi sono lasciato freddare dalla situazione, ho lasciato che Nicky si sentisse ferita fin in fondo all'animo, nel suo sentirsi donna. E lei lo è. E' la MIA DONNA!

- NICKY!-

La vedo. La mia voce si perde con il vento. Non mi sente o perlomeno vuole darmi quest'amara impressione.

"Nicky ti prego lasciati raggiungere. Non scappare.
Lascia che i nostri occhi si incontrino nuovamente, permetti ai nostri cuori di parlare, ai nostri silenzi di unirsi, alle nostre labbra di combaciare alla perfezione.
Nicky, NON VOGLIO PERDERTI! Senza di te mi sentirei un'anima senza contenuto. Ho un'estenuante bisogno di te, della tua presenza, della tua dolcezza, dei tuoi sorrisi. Non avrebbe senso la mattina svegliarsi sapendo di non trovarti al mio fianco, non sarebbe più la stessa cosa, addormentarmi senza stringerti forte tra le mie braccia e sentire il dolce calore del tuo corpo a contatto con il mio.
Forse hai ragione. Forse sono un emerito incapace. Non riesco a dimostrarti veramente, fino in fondo quanto io a te ci tenga, probabilmente non sono mai riuscito a farti sentire veramente importante per me, ma tu lo sei, tu sei quella parte di cuore che completa il mio, lo sento, come ti ho sentita fin dal primo istante in cui ti ho visto.
Mi hai subito colpito. La tua semplice bellezza mi è entrata dentro, si è impadronita di me e adesso che hai rapito il mio cuore, non puoi lasciarlo libero, lui non vuole esserlo!"

Corsa. Infinita. Contro il tempo. Verso l'amore.
La forza nelle gambe di Nicky lentamente si stava esaurendo. Il fiato corto l'aveva raggiunta, la velocità era visibilmente diminuita. Decise di fermarsi, quei passi, per sua fortuna non li sentiva più, s'illuse di esserseli lasciati alla spalle, ma più di tutto sperava di aver convinto Brian a essere lasciata in pace. Ne aveva bisogno per ritrovare la propria serenità interiore.
Gli occhi bruciavano, la delusione era ancora dentro di lei a farle compagnia ed ogni tanto si faceva sentire accompagnata da quelle acide ed amare parole, ma soprattutto da quel silenzio e da quello sguardo impotente di Brian.
Se l'avesse amata avrebbe trovato modo e parola di dire qualcosa, di difendere la loro prima notte trascorsa insieme.
Con il dorso della mano destra si asciugò le ultime lacrime scese e si rese conto di essere in un luogo che non conosceva.
Sotto i suoi piedi un vecchio pontile di legno, riportato come nuovo dagli ultimi lavori di manutenzione.
Persa. Ecco come riusciva a sentirsi in quel preciso momento. Non sapeva cosa fare, dove andare, quale strada prendere per tornare a casa. Era a Daytona Beach da poco e tutti i segreti di quella piccola città, ancora non li conosceva a perfezione.
Non ebbe il tempo materiale di decidere cosa dovesse fare.
Una voce maschile dietro le sue spalle. Un nome. Il suo. La stava chiamando.
Un battito di cuore perso e regalato nello stesso istante.
Perché era lì? Cosa voleva ancora da lei, dopo aver lasciato che la sua migliore amica la umiliasse senza nessun ritegno di fronte ad un immensa folla di sconosciuti?
- Nicky...- la sua voce si era fatta dolce
Si stava avvicinando, sentiva i suoi passi farsi sempre più vicini alla sua persona.
Chiuse gli occhi tentando di ricacciare indietro le lacrime, strinse i pugni senza trovare il coraggio di voltarsi e guardarlo.
Brian era titubante e le si stava avvicinando con i piedi di piombo. Sapeva di aver sbagliato, ma aveva il terrore della sua reazione a cui non avrebbe saputo come reagire. L'ultima cosa che desiderava era perderla per sempre, quel pensiero lo fece rabbrividire, ma quella paura riuscì, al tempo stesso, a donargli, il coraggio di agire.
Stava per proferire parola, quando Nicky decise nuovamente di fuggire. Era inutile stare lì a parlare, in realtà non avevano niente da dirsi, gli eventi avevano già parlato per conto di entrambi.
Brian agì istintivamente;
- Nicky...aspetta non te ne andare...- le disse fermando la sua fuga, prendendo senza troppa forza, il suo polso.
Fu in quel preciso istante che Nicky si voltò.
Brian la vide in volto. Il suo cuore si strinse in una morsa letale di sensi di colpa.
Lui l'aveva fatta piangere. Lui, sempre, solo e soltanto lui l'aveva ferita, delusa irreparabilmente.
Rabbia. Rabbia femminile. Rabbia istintiva.
- LASCIAMI! MOLLAMI! NON VOGLIO PIU' AVERE NIENTE A CHE FARE CON TE!-
Il ragazzo rispose all'evidente ira di lei, con la voce amorevole e paziente di chi solo sa voler bene, può possedere.
- Nicky...ti prego...-
Non gli dette il tempo materiale di terminare la frase, la voce femminile soprassedette la sua;
- LASCIAMI! PERCHE' GLIEL'HAI DETTO! PERCHE' L'HAI FATTO? PERCHE'? PERCHE? PERCHE'?- disperatamente cercava risposta al suo malessere interiore, riuscendo solo a trovare ancora più confusione e tristezza in quegli infiniti sentimenti che non ne volevano sapere di spegnersi.
Era lì di fronte a lui. Gli occhi tornarono a farsi lucidi, qualche leggera lacrima solcò la sua rosea guancia.
Il dolore di Nicky era anche il suo. Il blu dei suoi occhi venne appannato da un leggero strato di debolezza interiore. Ma ricacciò tutto indietro. Era l'uomo della situazione. Nicky aveva bisogno di lui, della sua forza, ma soprattutto del suo amore.
Agì seguendo le regole del cuore.
Accolse la figura, timida e debole della ragazza, fra le sue braccia. La strinse forte a se. Lasciò che il suo cuore palpitasse d'amore e poi quella carezza lieve fra i suoi capelli e quel sussurro tenero e sentito;
- Credimi Nicky...non le ho detto niente, credimi, per favore!-
Parole. Sincere. Vere.
L'intensità dell'abbraccio si fece ancora più forte. Nicky era incapace di realizzare, di capire.
A cosa doveva credere? Ad una folle razionalità mentale o alla cieca coscienza del cuore?
Tutto si mescolava all'interno del suo animo, piangeva, piangeva disperata, come una bambina piccola. Brian riusciva a sentire il sobbalzare intenso del petto della ragazza sopra il suo.
Era terrificante. Come avrebbe potuto tranquillizzare la sua piccola Nicky? I sensi di colpa si accentuarono in maniera ancora peggiore. Assomigliavano brutalmente a lame dalla punta aguzza che sfioravano il cuore in attesa del colpo finale. E lui non voleva cedere a quella fredda tortura, desiderava soltanto amare Nicky nella tranquillità delle sue giornate, nelle crude ed irte difficoltà della vita, desiderava stringerla eternamente fra le sue braccia, non parlare, baciarla solamente e perdersi nell'infinito e dolce ardore di quel volersi bene senza fine e senza tempo.
Solo quando i singhiozzi di Nicky si furono placati, la costrinse a guardarlo negli occhi.
Un sorriso, uno sguardo dolce, uno tenero sdrammatizzare la situazione. Sapeva che bastava poco per riconquistare la fiducia della sua ragazza;
- Basta con questi lacrimoni!- tornò a sorriderle, immenso e dolce come solo lui sapeva fare. Le asciugò le ultime lacrime scese.
Nicky abbassò la testa quasi intimidita, quasi vergognandosi di quella scena da eterna bambina. Forse lei non lo sapeva o semplicemente lo stava ignorando, ma Brian adorava quell'eterno sguardo infantile e la voglia di proteggerla, di stringerla ancora più forte fra le sue braccia, aumentò.
L'indice della mano destra di Brian, si fece presente sotto il mento della ragazza.
I loro sguardi tornarono ad incontrarsi e poi le sue parole;
- Nicky...mi spiace immensamente per frase infelice di Summer. Non so che cosa le sia preso, ma in questo momento non m'importa, m'interessa solo di te, di noi.
Non voglio perdere, per nessuna ragione al mondo, tutto quello che di bello ci ha uniti, tutto ciò che di indimenticabile ci ha portato fino a questo punto.
Vedo quando stai soffrendo, i tuoi occhi stanno parlando per te e ti giuro che non so cosa fare per alleviare il tuo dolore. Vorrei che un abbraccio bastasse, vorrei che un bacio lenisse ogni tua fonte di amarezza interiore, ma più di tutto vorrei che tu capissi una volta per tutte quali sono le mie vere ed uniche intenzioni...-
Uno sguardo intenso, un bacio a fior di labbra, un abbraccio, un sussurro, lieve, tenero e dolce;
[Voglio stare con te Nicky...solo con te...]
Dagli occhi di Nicky scesero calde lacrime, ma questa volta solcarono le sue guance per la felicità che le era appena stata donata. Come neve al sole si sciolse nell'abbraccio del suo ragazzo. Tutto scomparve.
Il dolore, l'amarezza, la sofferenza di quella notte, divennero solo un brutto ricordo da gettarsi alle spalle.
Brian le sorrise chiedendole;
- Perché stai piangendo adesso?
- Perché sono felice...-
Un attimo di silenzio. Nicky sorrise a Brian, dopo le amare vicissitudini di quella sera e con una ritrovata serenità interiore, concluse la sua frase;
- ...ti amo...Brian Thomas Littrell...-
Il sorriso venne ricambiato, l'abbracciò che seguì li fece sentire ancora più uniti di prima e il baciò suggellò quel semplice amarsi di due ragazzi all'eterna ricerca di loro stessi
E in quella notte, ormai prossima all'alba, tornarono a sentirsi l'uno la parte mancante dell'altra, mentre la luna tornava a farsi un tuffo nell'acqua del fiume, prima di terminare il proprio turno e lasciare libero spazio al sole.


CAPITOLO 20

I Turn To You...

Cuore. Battito leggero. Battito d'ali di farfalla.
Paura. Ansia. Terrore. Lo stavo perdendo.
Lui. Noi. Non più una realtà, ma solo una vaga utopia. Come poteva essere accaduto? Cosa ci aveva portato dall'essere così vicini al ritrovarsi così lontani?
Oceano. Ecco cosa c'era in realtà tra me e lui. Acqua. Un'immensa ed infinita distesa d'acqua. Acqua salata. Acqua nemica.
Correre. Correre a perdifiato, sentire il cuore in gola, la fatica nei muscoli.
La forza nelle gambe stava per cedermi, ma non mi sarei arresa. L'avrei raggiunto, a costo di morire, di perdere la mia vita per lui. Non una persona qualunque, non un ragazzo come tanti. Lui. Brian.
Voleva lasciarmi, andarsene, mollarmi in balia di eventi sconosciuti.
Ira. Ira furibonda. Ira funesta. Rabbia, tanta rabbia nei miei confronti. Cosa avevo fatto? Dove avevo sbagliato?
Errore. Errore fatale. Perché non potevo rimediare? Perché non mi era data la possibilità di conoscere la mia mancanza? Perché il destino, il fato o chi per lui ci voleva dividere? Non contava niente la mia volontà?
Freddo. Gelo. Forte. Intenso. Cattivo. Meschino. Arrogante.
Vento. Nemico, avverso. Passa attraverso le fronde degli alberi e mi raggiunge. Trappola. La mia è un'eterna prigione dorata dalla quale non riesco a fuggire. Ma non mi sarei fermata, non riuscivo a porre fine alla mia infinita corsa. Dovevo andare da lui. Pregarlo di restare. Brian non poteva andarsene, non poteva lasciarmi sola. Ecco quale sarebbe stato il mio stato d'animo.
Solitudine. Infinita. Lacerante. Crudele.
Scossi la testa, non potevo permetterlo, non potevo lasciare che la vita di Brian mi scivolasse fra le dita, come morbida seta, senza fare niente.
Un attimo. Un breve, fugace, millesimale istante.
Blu.
Uno sguardo.
I nostri occhi.
S'incrociano. Sfiorandosi. Inebriandosi.
Panico.
Presagio. Unico. Agghiacciante come la peggiore delle sensazioni.
Non aveva bisogno di parlarmi. Avevo capito. Ero la prima e forse l'unica in grado di decodificare i suoi sguardi. Le parole non sarebbero servite a niente.
La sentenza era soltanto una. Lui, Brian non voleva restare con me.
Il suo corpo, rigido, come una statua di marmo era fermo, immobile, non avrebbe mai fatto un solo passo verso di me. Io. La ragazza di mille giochi d'infanzia, la compagnia di notti insonni, la confidente insostituibile dei suoi primi segreti. Io, semplicemente la sua migliore amica, ero divenuta nulla di fronte ai suoi occhi.
Tremavo. Non riuscivo a fare altro. La paura, il terrore, mi avevano pietrificato. Ma dovevo agire, fare qualcosa. Salvarci. Salvare noi. Gettare un salvagente nell'immenso oceano a cui poterci aggrappare entrambi per uscirne salvi.
- Brian...-
Il suo nome. Lettere, solo quelle uscirono dalle mie labbra. Un sibilo leggero, quasi sussurrato, spaventato, terrorizzato che si perse all'interno di quel luogo dai contorni quasi abbozzati, portato via dall'ennesima folata di vento glaciale.
Silenzio. Il suo, il nostro. L'unico alleato fra noi. Ormai era solo lui a tenerci uniti.
Brian lo sapeva, ne era cosciente. Eravamo arrivati al capolinea? Non avevamo veramente più niente da dirci?
Abbassò la testa. Rassegnato. La strada che aveva deciso di intraprendere era senza più ritorno.
Iniziò a camminare. Passi lenti, pesanti. Forti. Li risentivo all'interno della mia testa, raddoppiati. Il ritmo procurava un suono stridente. Avrei desiderato non sentire, essere privata del senso dell'udito, ma udivo ed era la peggiore punizione che potessero infliggermi.
Gli corsi dietro, tentai di raggiungerlo, ma continuava ad esserci l'abisso fra di noi. Non riuscivo a colmarlo. Ero incapace. Per la prima volta mi sentivo tale.
Gridavo. Urlavo. Le corde vocali bruciavano come vere fiamme, la mia gola era divenuta un inferno, senza che servisse a qualcosa. Un muro invisibile sembrava separarci. Brian non mi udiva, continuava imperterrito a camminare senza fermarsi, senza ripensarci.
E poi lo raggiunse.
Promontorio.
L'altezza mi spaventò, la vertigine mi invase, il terrore mi travolse portandomi via con sé.
L'avrebbe fatto.
Mi guardò. Occhi freddi, glaciali, impenetrabili, imperscrutabili.
Dietro quell'apparente freddezza vi era delusione. Tanta. Troppo immensa per poter essere cancellata, annullata, usurpata dal suo animo.
Secondi. Brevi attimi. Istanti di un tempo bloccato sul quel momento. Abbassò la testa e tutta quell'incessante sicurezza, svanì con la stessa velocità con la quale si era impossessata di lui.
E poi la udì.
La sua voce. Rigida. Rancorosa.
- Summer...è troppo tardi ormai. Non la possiamo più salvare. Le ultime briciole sono state spazzate via. La nostra amicizia non ESISTE PIU'!-
- Brian...aspetta...-
Cercai di avvicinarmi, tentai di trovare un punto di contatto con lui. Non l'avrei lasciato andare via a costo di seguirlo a ruota.
Provai a tenere viva la conversazione. Parole senza senso uscivano dalla mia bocca;
- ...non è vero...possiamo ancora provare..niente ci impedisce di...-
Non mi dette il tempo di terminare la frase, mi anticipò.
Un piccolo ed impercettibile sorriso sulle labbra. La sua voce e poi quelle parole;
- Sappi che ti ho sempre voluto bene...-
E poi un salto.
Nel nulla. Nella profondità oscura di quel luogo sconosciuto.
Venne inghiottito.
Il vuoto. L'inquietudine più sinistra. Il brivido più intenso. L'ultima ed amara vertigine.
Un grido si perde. Quel "NO" prolungato, non si sarebbe mai spento.
Cuore. Battito sempre più lento. L'ultimo battito d'ali. S'infrange. Un animo si perde, cessa di esistere.
Buio. Tenebra assoluta. Nulla avrebbe più continuato a vivere.
Solo una cosa sarebbe esistita. La sua assenza.
§*§*§
No. Non poteva essere veramente successo.
Il buio mi accolse.
Ero sveglia, ma il terrore, la paura viveva con me quei primi istanti del mio tormentoso risveglio.
Non potevo averti perso. Era solo un incubo.
Cercavo inutilmente di convincere me stessa, ma ogni tentativo di persuasione non funzionò. Il mio cuore batteva un ritmo fin troppo accelerato.
La paura, vissuta all'interno di quell'incubo, ero in grado di sentirla, di nuovo, calda ed agghiacciante sulla mia pelle, ricoperta, adesso, da brividi intensi di terrore.
Percepii la mia fronte imperlata di sudore e poi vidi le mie mani. Tremavano e un solo pensiero, un'unica ed indissolubile certezza si fece largo all'interno di me.
Urlai;
- NON VOGLIO PERDERTI BRIAN!-
Mai. Né ora, né mai.
L'istinto mi guidò nei pochi istanti che seguirono il mio risveglio totale.
Sembravo completamente impazzita, agivo quasi senza un logica morale e forse non ce ne sarebbe mai stata una in ciò che stavo per fare.
Mi alzai di scatto, non stetti a pensare, per una volta tanto nella vita feci ciò che mi stava suggerendo il cuore.
"Sto arrivando Brian, aspettami!"
Ogni mia capacità mentale era fuori uso.
Ero pazza? Cosa mi stava accadendo?
Non lo so. Sapevo solo che stavo facendo la cosa più giusta.

Il freddo gelido di quella notte che anticipava un vero e proprio temporale, era niente in confronto alle fitte interne del cuore.
Correvo. Veloce. Contro il tempo, per noi, per quell'amicizia in cui avevo sempre creduto anche quando le avversità avevano tentato di buttarci a terra con il proposito di non farci più rialzare.
Brian, lui, solo e soltanto lui, l'unica persona per cui avevo lottato con le unghie e con i denti, per il quale ero andata contro colei che doveva essere più importante di qualunque altra persona; mia madre.
Rivedevo noi. Le nostre estati trascorse insieme. Le corse sulla spiaggia mano nella mano, l'eco delle risate mi giungeva chiaro alle orecchie. Chiusi gli occhi, tentai di rivivere quegli istanti brevi e fuggitivi come se potessero alleviare quel senso si pesantezza che mi si era posato sul cuore.
Illusione. Vaga ed amara utopia.
I ricordi mi bruciavano il petto come fuoco vivo.
La ruvida sensazione dell'asfalto sotto i piedi nudi era niente in confronto a quella impercettibile e pungente sofferenza dell'animo.
Eccole. Avevo tentato, fatto di tutto per trattenerle, per non farle uscire, ma ogni mio tentativo era risultato vano.
Scendevano calde, accarezzando le mie rosee guance, infreddolite, ma ancora vive sotto quella lacrima salata giunta ora sul mio labbro superiore.
Quel sogno aveva un fondo di verità. Se non avessi fatto qualcosa avrei davvero perso Brian nel giro di poco tempo.
Strada. Troppo lunga, interminabile. Non l'avrei mai raggiunto, non sarei mai stata in grado di chiedergli perdono per l'errore incommensurabile che stavo continuando a commettere; lasciare Brian in un angolo lasciando che tutto il resto della mia vita prendesse il sopravvento.
Sarebbe stato troppo tardi. Dovevo correre, lottare contro il tempo ormai mio nemico. Non avevo forza per correre? L'avrei trovata a costo di arrivare davanti casa sua, strisciando, con il fiato corto, mezza morta, ma per lui questo ed altro.
E' speciale, solo adesso riesco a rendermene chiaramente conto. Brian, semplicemente il mio migliore amico.
Lui, solo, unicamente, lui.
§*§*§
Tremavo. Faceva freddo. Avevo paura.
Quel luogo riusciva ad incutermi un terrore mai provato in vita mia e non sapevo spiegarmene il motivo.
Mi guardavo intorno. Cercavo Nicky. Sapevo che lei era con me, ma sembrava che stessimo giocando a nascondino.
Alle mie orecchie giungeva chiaro l'eco della sua voce; calda, dolce con quel lieve pizzico di sofferenza, inspiegabile ai miei occhi e al mio udito.
- Brian, sono qua...raggiungimi, cosa aspetti?-
Mi guardavo intorno, ma di lei nessuna traccia, stavo quasi rischiando di impazzire, per quanto ancora aveva intenzione di portare avanti quello stupido gioco?
Cosa eravamo diventati? Due bambini?
- Nicky...dove?-
Risentivo chiaro l'eco della mia voce. Camminavo.
L'erba, ingiallita dall'autunno che aveva raggiunto quel luogo, donando ad esso colori caldi ed accessi, si piegava tenera, sotto i miei passi.
Giravo intorno. Ci stavano cercando senza mai riuscire a raggiungerci.
Perché il mio cuore semplicemente non riusciva a portarmi dalla mia dolce metà? Perché mi sentivo, all'improvviso così incapace, inetto, di fronte al quel divertente gioco della vita chiamato amore?
Voce. La sua. Nuova. Sempre bella, ma diversa.
- Brian...raggiungimi...prima che sia troppo tardi...-
Ora la percepivo più chiara che mai.
La sofferenza, il dolore all'interno di quella frase, riusciva ad essere aguzza, affilata, come un coltello appena rimesso a nuovo.
La paura si acutizzò dentro me.
Stava per accadere qualcosa, me lo sentivo, l'aria stessa era riuscita ad imprimessi di terrore.
Percepivo il cattivo presagio sopra la mia testa. Era come un orologio. Andava avanti, scandiva il tempo, veloce ed inesorabile e io dovevo trovare Nicky, quel tremendo tic tac mentale riusciva ad incutermi una fretta che non mi avrebbe portato da nessuna parte.
Dovevo restare calmo, inspirare, espirare, mettere ordine all'interno dei miei pensieri e lasciarmi guidare dalla mia calma interiore.
Sarebbe andato tutto a finire bene. L'avrei trovata, stretta fra le mie braccia ripetendole fino all'ossessione quanto l'amassi e l'happy end sarebbe giunto a riscaldare i nostri corpi abbracciati.

Un attimo. Un istante. Breve, fugace, rapido.
Neppure io stesso riuscii a rendermene conto.
Il cattivo presagio si stava scatenando contro di me, contro di noi.
Le nuvole iniziarono a colorarsi di un colore scuro come la pece, muovendosi frenetiche sopra la mia testa, le folate di vento, riuscirono ad intensificarsi con la loro forza, insinuandosi dentro la mia pelle come artigli ben affilati. E poi un urlo squarciò la pace, che regnava sovrana in quel luogo fino a pochi istanti prima.
- AAAAIUTTTOOOO!!!...-
Il mio nome;
- BRIAAAAAANNNNN!!!-
Cosa stava accadendo? Cosa si era scatenato?
Iniziai a correre come un forsennato. Seguii l'eco di quelle urla. Superai mille ostacoli, i miei piedi rischiarono più volte di farmi cadere rovinosamente in un burrone dal quale non sarei mai più stato in grado di risalire, le escoriazioni che riportavo chiare sui palmi delle mie mani erano la prova evidente che stavo lottando, facendo di tutto per raggiungerla e non ci sarebbe stato nessun masso, nessuna pietra, piccola o grande che fosse, che mi avrebbe impedito di raggiungerla.
Riuscii ad arrivare a quell'altezza, per me, per le mie vertigini, impossibile da raggiungere se non nei miei sogni. Mi sorpresi da solo di me stesso.
La vidi.
Impallidii.
Si stava aggrappando disperatamente all'orlo di quell'orrenda e meschina rupe, mentre il suo corpo penzolava completamente nel vuoto.
Con uno scatto felino ed istintivo la raggiunsi.
Le mie braccia riuscirono a prendere le sue.
I miei occhi nei suoi.
Paura dilagante la nostra. I suoi brillavano, erano lucidi, all'interno di essi una sola consapevolezza. Non ce l'avremmo fatta. Non saremmo stati in grado di sopravvivere. Il nostro sentimento, semplicemente non avrebbe resistito.
Eravamo sotto prova, ma perché? Perché lei, perché noi?
- Tranquilla Nicky, riuscirò a salvarti...non temere, non ti lascerò andare...- ero sicuro, certo di quelle mie parole anche se nella mia mente le idee erano scarse.
Non sapevo come, cosa fare e il terrore per tutta quella improvvisa situazione, non mi stava certo migliorando lo status mentale. Avevo un disperato bisogno di un lampo di genio, ma le sue parole interruppero la mia fiduciosa ricerca.
- Non lasciarmi andare...per favore...salvami...-
Stille, scendevano chiare, ora, dai suoi occhi. Piangeva e in quell'incedere veloce di lacrime notai quella lieve ombra di rassegnazione che mi ferii il cuore.
Cosa dovevo fare? Perché mi sentivo precipitare io stesso verso l'abisso del mio oblio interiore? Quale mutamento incomprensibile stava avvenendo al mio interno?
Continuavo a sorreggerla impedendole la sua rovinosa e definitiva caduta fisica, ma il mio cuore lo sentivo quasi come opporsi a quel mio volerla salvare.
- SALVAMI BRIAN...TE NE PREGO!!!- le sue urla riempirono totalmente quel luogo, colorando di apparente morte quegli stessi spigoli aguzzi ed inquietanti che mi avevano invaso fin dal primo istante in cui mi ci ero ritrovato
Non riuscivo a muovermi. I miei muscoli erano atrofizzati. Il mio corpo lo era totalmente. L'unica parte veramente viva di me era il mio cuore. Esso batteva. Sentivo il ritmo scandire quei pochi e brevi attimi che seguirono il mio successivo cambio emotivo.
Mi spaventai. Ora capivo, adesso mi rendevo conto.
Lottai con tutto me stesso contro quella inconsapevole sicurezza che si era insediata all'interno del mio cuore, ma alla fine era sempre lui che aveva la parola finale e la stava avendo.
- NO BRIAAANNN, NNNOOO!!!- Nicky aveva già capito cosa sarebbe accaduto da lì a poco. Le bastò guardarmi negli occhi per intendere. Mi conosceva meglio di quanto potessi immaginare.
Quell'urlo disperato ebbe il potere di lacerarmi le membra del cuore.
Chiusi gli occhi. Da quest'ultimi scesero calde lacrime d'impotenza. Era troppo, veramente troppo per me.
Ora era chiaro. La forza fisica c'era, vibrava all'interno delle mie braccia, ed era proprio quest'ultima ad evitarle il capitombolo finale. Mancava purtroppo quella fondamentale, era assente la tenacia del cuore.
Fu il momento successivo a decretare definitamente la mia morte interiore;
- NNNNOOOOOOOOOOOOO!!!!-
Fu come perdere la vista e riacquistarla nel giro di pochi istanti. Adesso vedevo tutto diverso, nonostante quell'aprire gli occhi non avesse cancellato quel dolore immenso per Nicky.
§*§*§
Mi svegliai di soprassalto. Il fiato corto e la mia evidente fatica a riprendere quella stessa aria che mi avrebbe permesso di dare tregua ai miei polmoni sotto sforzo per riuscire ad ottenerla.
Ero sudato, vedevo chiaramente la pelle d'oca caratterizzare entrambe le mie braccia.
Dall'agitazione accesi la luce, sotto quella illuminazione mi sentivo più tranquillo, ma non riuscii fino in fondo a calmare me stesso. Quell'incubo mi aveva evidentemente scosso. Lo ero, percepivo quel sobbalzo interiore scuotermi come un terremoto il mio intero animo.
Non ebbi il tempo materiale di porci il pensiero.
Un rumore forte, aggressivo, riempii di schianto il mio intero appartamento. Ero solo. Capitava raramente, ma quella notte lo ero.
Sembrava che qualcuno si fosse gettato a capofitto sul mio portone, quasi con l'intento di buttarlo giù.
Sobbalzai, tremai, chiedendomi chi potesse essere a quell'ora di notte. Temevo quasi di alzarmi, ero divenuto fifone, così, all'improvviso, quando in realtà in tutta la mia vita non lo ero mai stato. Detti la colpa al mio "crudele" ritorno alla realtà.
Tentai di prendere tempo, magari avrebbero smesso, guardai la sveglia posta sul mio comodino in legno di noce. Segnava le 3;00.
Guardai attraverso le tapparelle abbassate, era ancora buio pesto e in quella strana notte, quel bussare incessante, quasi cattivo, continuò.
Decisi. Avrei preso la situazione in mano.
Sospirai, mi alzai. Il freddo lieve mi avvolse il petto nudo. Ero solo in boxer.
Scalzo mi diressi verso il portone d'ingresso. Continuavo a titubare nonostante la mia falsa spavalderia, non lo ero mai stato, forse era il caso che iniziassi a diventarlo.
I pugni battevano forti, vedevo il legno massiccio sobbalzare chiaramente sotto quei colpi ben decisi ed assestati.
Ero a poca distanza dalla grande maniglia in ottone.
E poi udii una voce;
- APRRRIIII!!! BRIAN TI PREGO APRIII!!!-
Il mio cuore perse un battito riacquistandolo pochi istanti dopo.
Mi tranquillizzai, spaventandomi all'istante.
Un solo e semplice gesto mi permise di aprire il portone e di non rendermi conto realmente di ciò che mi stava accadendo.
Sentii le braccia femminili avvolgermi il collo e il mio cuore sobbalzarmi in petto per quel semplice gesto.
- Summer...- riuscii solamente a bisbigliare al suo orecchio destro.
Il profumo intenso della sua pelle fu capace di inebriarmi totalmente.
- Brian...- il suo leggero e tenero sussurro giunse alle mie orecchie come una dolce canzone d'amore.
Sentii il suo corpo freddo contro il mio, tiepido.
La cinsi, la strinsi forte al mio petto. L'avrei riscaldata.
Li sentivo. I nostri cuori erano in grado di battere all'unisono una semplice melodia, all'interno di essa non vi erano sbavature o stonature, vi era solo un'intensa armonia.
Sorrisi felice, direi quasi soddisfatto. Non se ne era mai andata. Essa era rimasta in attesa che noi finalmente ci ritrovassimo.
Summer, la mia adorata Summer tremava, piccola ed indifesa fra le mie braccia.
Mi staccai da lei, la guardai negli occhi, la presi per mano e sorridendole le dissi;
- Dai, entriamo in casa, al caldo, staremo sicuramente meglio...-
Non fu in grado di rispondermi.

Dovevo dirglielo. Non potevo assolutamente aspettare.
Se non l'avessi fatto ora, non sarei mai stata più in grado di cogliere l'occasione al volo.
- Aspetta...- riuscii solamente a bisbigliare timidamente
Non avevo il coraggio di guardarlo negli occhi.
Ero solo e soltanto io la colpevole, e adesso che avevo capito quanto importante Brian fosse per me, le parole uscivano con ancora più fatica dalle labbra.
Lo scrutai di sottecchi. Brian mi stava guardando. Bello, forse ancora più di quanto fossi in grado di ricordare o forse ero semplicemente io che per la prima volta, da quando lo conoscevo, ero in grado di vederlo con occhi diversi?
Il blu intenso del suo sguardo fu in grado di ammaliarmi quando tentai di alzare la testa per incrociare i suoi occhi.
Mi guardava, scrutandomi, indagando dolcemente.
Il mio cuore perse un battito, io stessa mi persi in quello sguardo e per una strana ragione, a cui non riesco a dare una semplice spiegazione, mi dimenticai all'istante ciò che volevo dirgli.
Non ero mai stata brava a parlare, le parole per me erano un qualcosa di troppo grande.
Il mio era un cuore timido, faticava ad uscire, tendeva a far capolino per poi tornare a nascondersi al sicuro all'interno del suo nascondiglio, ma questa volta, doveva uscire allo scoperto.
Timidezza, paura, imbarazzo, qualunque di queste emozioni avessero deciso di prendere il sopravvento, non l'avrei dovuto permettere, se non volevo perdere Brian.
Poi ci provai.
Incrociai i suoi occhi e tentai di dare una forma ben definita alla mia intenzione ciarliera;
- Brian...io non avevo intenzione di...-
Mi bloccai, tornai ad abbassare nuovamente la testa.
Mamma, come si stava rivelando difficile.
Forse arrossii lievemente. Brian intravide quel mio imbarazzo ben evidente e decise di fare il gesto più bello del mondo, per me, in quel momento, in quella situazione così tanto complicata.
La stretta della sua mano nella mia aumentò e tornando a guardarlo capii;
Il mio imbarazzo, alla fin fine era un po' anche il suo.
Non eravamo così vicini, così intimi da un tempo, che ormai avevo rimosso dalla mia testa.
Il cuore perse un battito nell'istante stesso in cui mi sorrise, dolce, tenero, delicato...

Era così semplicemente tenera racchiusa in quella sua naturale timidezza.
Fu assurdo pensarlo, sapendo di essere già impegnato sentimentalmente con Nicky, ma quella notte, sulla soglia di quel portone, con quel freddo a gelarmi le ossa, Summer riusciva ad essere il mio calore.
Mi bastava guardarla negli occhi per capire quali stelle luminose possedesse. Mi meravigliai da solo per questa scoperta, forse non l'avevo mai guardata bene per capire chi avevo di fronte e se solo ripensavo a ciò che ero stato in grado di farle, ferendola con il mio stupido atteggiamento in passato, mi davo dello stupido.
Ora, avendola di fronte, riuscivo a trovare tante risposte. Le avevo avute per così tanto tempo sotto gli occhi e non me ne ero mai reso conto, come poteva essere possibile?
Dovevo essere sincero con me stesso. Non m'importava ciò che avesse da dirmi, l'unica cosa cosa che contava veramente era che Summer fosse lì, di fronte ai miei occhi. Semplice così come in realtà è sempre stata. Con i capelli lunghi scompigliati, racchiusa nel suo tenero pigiama con gli orsacchiotti, con quella luce negli occhi che mi ha permesso di volerle bene fin dal primo istante in cui l'ho vista.
All'interno di quel silenzio notturno, solo i nostri nomi;
- Summer...-
- Brian...- bisbigliamo entrambi all'unisono.
Quando ce ne rendemmo conto scoppiammo in una timida risata divertita.
Nell'abbassare la testa, una ciocca di capelli le coprì una parte di viso, impedendomi l'intenzione nata nella mia testa; guardarla.
Agii istintivamente.
La mia mano sinistra si alzò, si posò delicata su quel piccolo gruppo di capelli e dolcemente li posi dietro al suo orecchio.
Summer alzò di poco la testa, i nostri occhi si incrociarono, i nostri cuori decisero di esistere, vivendo in quel preciso istante, insieme;
- Oh Summer...quanto mi sei mancata...- e la mia carezza decise di espandersi per tutta la sua guancia, fredda, ma riscaldata da quel lieve rossore appena sorto.
- Entriamo...- le proposi.
Mi guardò e lasciandosi portare via, oltrepassò la soglia d'ingresso, insieme a me.

CAPITOLO 21

In Your Eyes I Know I'll Find The Light...
"Sfiorarti delicatamente, perdermi nel baratro profondo dei tuoi occhi, percepire i battiti accellerati dei nostri cuori...adesso so, ora mi vedo attraverso lo specchio della tua anima...
...Voglio viverti Summer, intravedo la vera essenza, così placida e pura.
La sento, mi sta chiamando, permettimi di risponderle..."

Tremava. Scossa, fragile, delicata come una tenera foglia colpita da una fredda goccia di pioggia, tra le mie braccia.
Stringerla a me, avvolgerla con il mio abbraccio. Tentavo con tutte le mie disperate forze di trasmetterle il mio intenso calore umano. Percepivo quanto bisogno ne avesse e in me cullava la delicata speranza che le potesse giungere, attraverso il mio silenzio, tramite i miei respiri sussurrati vicino al suo orecchio destro che nascondevano parole di amorevole affetto, per lei, per Summer, per la mia migliore amica, per quel fragile pulcino ancora tanto infreddolito.
Sussultava. Percepì chiaro il terrore scorrerle nelle vene: placido, puro, quanto violento.
Cosa le stava accadendo?
Perché questa inquietante quanto nuova e ingestibile paura?
- Summer...- continuavo a pronunciare il suo nome, ad accarrezzarle lieve i capelli castani, morbidi come la seta, delicati come il vellutto, perdermi nel suo profumo, inebriato totalmente da quella fragranza; intensa, audace quanto dolce e fruttata. Chiusi gli occhi, un attimo, un solo istante, imparai a memoria quelle note delicate facendo suonare all'interno del mio animo, un'armonia melodiosa quanto incantatrice.
Poi mi decisi; avrei tentato di capire cosa la stava turbando così duramente;
- Cosa ti succede Summer?-
Maledetto me, dannate le mie parole.
Qualcosa dentro di lei si spezzò in maniera definitiva.
Percepì il suo corpo sobbalzare sopra il mio. Capì all'istante, sentì immediatamente il suo dolore, la sua sofferenza, quella sua sprezzante paura essere anche la mia.
Mi sentivo impotente di fronte a quella situazione, quei suoi singhiozzi mi trafisserò l'animo, quei suoi successivi ed interminabili singulti mi spezzarono definitivamente il cuore, quelle lacrime calde, salate ed amare allo stesso tempo, incerivano ogni mio tentativo di riportare la situazione alla normalità.
Le sfiorai i capelli mettendo a tacere quella timida ribellione, fermandola, dietro il suo orecchio destro e poi qualcosa ebbe l'immenso e feroce potere di sconvolgermi l'animo.
Fu una marea improvvisa, inattesa, inaspettata, ma dolce, tenera ed amabile al tempo stesso.
Mi ritrovai a sfiorarle quasi impercettibilmente, la guancia destra con il dorso della mano. Quel flebile ed innocuo contatto, mi rapì il cuore.
Capii di essere rinato sotto mentite spoglie, in quel preciso istante, come se precedentemente fossi stato morto, come se avessi vissuto i miei antecedenti diciotto anni come uno zombie, come se fossi sempre stato in attesa di quel momento, di quell'abbraccio, di quella vibrazione intensa. Sentivo Summer, riuscivo a percepirla oltre qualsiasi mia possibile immaginazione.
Ora percepivo i miei polmoni respirare aria di vita, vedevo i miei occhi accendersi sotto il ricordo mentale di una sua semplice risata divertita, percepivo il mio cuore battere più forte del solito, sentivo le forze rivigormi i muscoli. Ero vivo.
Mi avvicinai forse troppo pericolosamente alle guancia di Summer. Le sfiorai la pelle rosea e delicata, con la punta delle labbra, il mio respiro si perse su essa, ma lei non ebbe la razionalità di percepire tutto ciò, tanto era impegnata a sfogare quella paura repressa, che si era tenuta dentro per troppo tempo.
Sperai di riuscire a calmarla, aumentai la forza del mio abbraccio intorno al suo corpo, ancora scosso, vibrante di singhiozzi che piano piano si erano andati calmando.
Avevo bisogno di guardarla negli occhi, di vedere i suoi occhioni castani perdersi nei miei, di sentire nuovamente quella statica elettricità che prima io stesso avevo percepito tramite una semplice e piccola carezza.
Faticai a trovare il suo volto, raggomitolato, nascosto in me.
Sorrisi debolmente. La conoscevo troppo bene per sapere quando odiasse farsi vedere in quelle condizioni. Avrebbe sicuramente preferito scomparire dalla faccia della Terra, anzichè farsi guardare così, vittima inerme delle sue stesse fragilità interiori, ma io ero lì per lei, non l'avrei giudicata, non l'avrei cacciata, non avrei pensato male, avrei solamente accarezzato le sue paure più grandi, avrei tentato di uccidere con le mie stesse mani quei mostri che le incutevano così tanto terrore, l'avrei abbracciata, cullata tra le mie braccia, così come stavo facendo adesso
Si rivelò una dura "lotta", ma alla fine riuscì ad averla vinta. Il suo volto, così angelico, decise finalmente di uscire allo scoperto. Il cuore mi si strinse in petto. Non l'avevo mai vista in quelle condizioni. Persi un battito, sentì di nuovo la sua sofferenza scorrermi nelle vene. Le lacrime continuavano a solcarle le guance, già bagnate, umide dal precedente pianto che in realtà non era mai cessato. Solamente ora che i nostri occhi erano a diretto contatto, i singulti, i singhiozzi parevano essersi placati.
In quell'istante riuscii solamente a regalarle un'altra carezza a palmo aperto seguito da un;
- Ehy...- uscii dalle mie labbra come un delicato, tenero, timido sussuro. Le sorrisi poi a fior di labbra mentre con l'indice destro riuscii a portarle via l'ennesima stilla che stava scendendo, lenta, quasi mi stesse aspettando.
- ...piccola, proprio non mi vuoi dire cos'hai?- tentai di tornare alla carica, certo che prima o poi il problema sarebbe venuto a galla.
Scosse timida la testa, l'abbassò. Si stava vergognando. Non riuscivo a vederla, ma avrei scommesso che le sue guance si fossero colorite di un timido rossore. La scrutavo, cercavo il suo sguardo, ma Summer pareva scappare come un'anguilla, io non ero in grado di darle requie e continuavo a seguirla, mai stanco di ricorrerla, ma alla fine, forse cedette, iniziò a parlarmi senza avere il coraggio di guardarmi dritto in faccia;
- Bri...- sentì pronunciare il mio nome e due lacrime si tuffarono dai suoi occhi, seguendo la scia di quelle precedenti.
- ...io, sono una stupida, ho rovinato tutto, ho perso la tua amicizia, il tuo affetto, tutto quello che per me era veramente importante e adesso è troppo tardi per poter rimediare io...- si fermò di colpo, senza riuscire a dire nient'altro.
Quelle parole sembravano un'immenso fiume in piena, quella paura, celata sotto le sue lacrime non era scappata, era ancora lì, rendendo la mia piccola Summer succube di problemi in realtà inesistenti.
Mi avvicinai a lei, la sentì rabbrividire sobbalzando sotto un mio semplice tocco. Le catturai la mano, mentre mi avvicinai, nuovamente, ancora pericoloso a pochi centimetri dal suo volto.
Stavolta nessuno dei due ebbe il coraggio di staccare lo sguardo da quello altrui. In quell'istante sentì un'inspiegabile nodo allo stomaco. Tutto si chiuse, percepivo chiaro solo il ritmo cadenzorio del mio cuore. Ero diventato sordo a tutti rumori del mondo, udivo solo noi e quel silenzio che per quanto assurdo, potesse sembrare, riusciva a parlare.
Ebbi solo la forza di bisbigliarle qualcosa per rassicurarla, per donarle quella protezione, quella sicurezza che così tanto disperatamente stava andando cercando.
Le presi il mento con l'indice destro, il blu del mio sguardo intenso, decise di trovare vita nel suoi occhi, così pericolosamente profondi da avere il desiderio di sprofondare in essi senza più risalire.
- Summer, tu non mi hai mai perso, io sono qui con te...- l'abbracciai, la strinsi forte a me, forse più di quanto mi potessi rendere conto. Percepì lentamente il suo corpo rilassarsi tra le mie braccia, avverti l'emozione vivida ed intensa del suo stringermi a se come se le mie parole avessero sortito l'effetto desiderato. Si stava calmando.
- ...e non mi perderai mai, capito piccola?-
Chiusi gli occhi quell'istante necessario per stamparmi quell'attimo al mio interno, per imprimermi bene sulla pelle del cuore quella forte ed intensa emozione impossibile da denominare e che alla fine di tutto si prova solo una volta nella vita.

"Respirarti. Sento, percepisco lieve e tenero il calore del tuo tocco a diretto contatto con la mia pelle.
Impazzisco. Vorrei semplicemente che niente di tutto ciò avesse mai fine.
Ti ho cercato Brian, così tanto affannosamente da rischiare di rimanere senza fiato. Ora sei qui, vicino a me, posso toccarti, sentirti così tanto vicino da averne quasi paura.
Non andartene, non lasciarmi nuovamente sola..."

Un attimo. Un solo e breve istante.
La sua voce, tenera, leggera, sussurata, infinitamente dolce mi arrivò al cuore. Persi un battito.
- Summer...-
Sentirgli solamente pronunciare il mio nome mi invase il petto di un calore immenso. Qualcosa si scatenò. Percepì il suo dolce anelito di vita sfiorarmi la guancia, le sue labbra accarezzarmi quest'ultima senza avere il coraggio di osare. Ravvibridi. Capi in quel preciso istante di star teneramente volando verso la libera perdizione di me stessa.
- ...guardami...- ancora la sua voce, ancora le sue parole.
Per la prima volta da quando lo conoscevo temevo il suo sguardo. All'improvviso quel blu che avrei riconosciuto tra mille, si era rivelato un "mare pericoloso e tempestoso" per i miei occhi, per il mio cuore, ma soprattutto per la mia anima.
Percepivo in quella strana atmosfera dell'istante una rischiosa elettricità alla quale non ero assolutamente indifferente.
Avvertivo Brian più vicino a me, sentivo le sue carezze cambiare, ora, adesso, a diretto contatto con la mia pelle, e poi i battiti accellerati del suo cuore che seguivano il mio.
Decisi di rispondere alla sua richiesta. Lo guardai. La confusione mentale decise di impossessarsi completamente di me. Era ipnotico. Non riuscivo a capire più niente. Dove mi trovassi, cosa stessi facendo, ero solamente cosciente di essere lì, in quell'appartamento con il mio migliore amico, con Brian, con la persona più importante della mia vita, dopo mia madre, tremavo senza una chiara e limpida spiegazione, non era il freddo marzolino che scatenava tale reazione sulla mia pelle, si trattava di qualcosa in grado di andare oltre, di sfiorare qualcosa di inimmaginabile, di impossibile anche solo da pensare. E invece l'irrealizabile si stava rivelando possibile. Una delicata paura s'impossesso nuovamente di me, ma le parole successive di Brian ebbero lo straordinario potere di far scomparire tutto, pulendo totalmente il mio cuore da ogni tipo di infondato timore.
- ...ho biosgno di dimostrarti ciò che sento!-
Il mio cuore mori in quel preciso istante, rapita, completamente estasiata da due occhi blu che mi avevano completamente sequestrata, rendendomi vittima di un istante incancellabile.
L'aria sembrò mancarmi, credetti di perdere i sensi nel preciso istante in cui percepi le sue labbra a diretto contatto con le mie. Tornai a vivere, a respirare attraverso la sua stessa aria, tramite quel bacio che desideravo fosse interminabile, ma che una fine trovò.
Ancora i suoi occhi, ancora il suo sguardo dilagatore nel mio, espirai, ma mi sembrò di essere in apnea. Non ero in grado di razionalizzare in quel momento. Nessuno dei due lo era.
Non so come fece, quale potere fu in grado di possedere, ma Brian riuscii a leggere fin nel profondo del mio animo. Quel bacio era stato stupendo, mi aveva rubato ogni mia cognizione mentale e non, ma restava comunque il fatto che avevo appena osato baciare il mio migliore amico, avevo il terrore di aver nuovamente sbagliato, avevo paura di quello che successivamente sarebbe potuto accadere, insomma avevo tanti timori, tanti "ma", infiniti "se" a torturarmi il cuore, l'anima, la testa. Ero in ectasi, non riuscivo a ragionare, era impossibile capire cosa stesse accadendo, la forza intrinseca di quegli stessi avvenimenti avevano il potere di sbandarmi completamente.
Ma lui sembrava essere lì, a guidarmi verso la strada giusta e la sua succesiva frase per me, ne fu la conferma;
- Puoi aver paura di tutto...ma non di me...seguimi...lasciati rapire!-
Quella sua sensualità pericolosa mi catturò definitivamente. Ormai completamente incantata seguivo ogni suo passo, estasiata dalle sue parole, dai suoi delicati e continui baci ero in completa balia di lui del suo saperci fare. Totalmente sedotta, ero sua.
Un paio di passi solanto e non ebbi più nessuna via di scampo, ero dolcemente in suo possesso. Mi sentì imprimere contro qualcosa di duro e freddo, un istante e senti la sua bramosia scorrere sulle mie stesse labbra attraverso le sue.
Adesso i suoi baci avevano un sapore completamente diverso. Intrisi comunque di dolcezza infinita, riuscivano oltre ad essa, a possedere una "forza" e un desiderio che ebbe il potere di far scattare definitivamente la scintilla che avevo tentato di tenere sotto controllo fino a quell'istante.
Compressa al muro avverti il suo possente corpo sovrastare il mio. Le sue mani lavorare laboriosamente per liberarmi dagli indumenti che stavo indossando; il mio adorabile pigiama con gli orasacchiotti.
Diventatata un tutt'uno con la parete, lasciai che il mio corpo potesse essere a completa disposizione di un Brian che pareva essere visibilmente affamato di me, delle mie labbra, del mio collo dove decise di lasciare impronta del suo passaggio con un piccolo e delicato morso. Sobbalzai, rabbrividi, ritrovandomi a desiderare ancora di più. Smarrito, risalì il mio profilo destro, sfiorando quest'ultimo con la punta del naso. Ritrovò le mie labbra, scese, iniziando ad osare, a riscaldare definitivamente quell'aria già tiepida accesa dai nostri prenaturi baci, cresciuti con noi, con quel nostro incedere timido e sicuro. Le spalline caddero, il mio reggiseno venne completamente cancellato con un sol gesto dal mio petto.
I miei polmoni tornarono a reclamare aria nel preciso istante in cui le labbra maschili si posarono sul mio seno, lambendo, seguendo con la lingua ogni singola curva di quest'ultimo. Persi un battito, il cuore decise di arrestarsi quando percepi chiaramente le labbra farsi vive sui miei capezzoli. Bramare ancora di più era forse impossibile, ma io desideravo proprio ciò, impazzire definitivamente per mano sua, tramite lui il mio corpo viveva, aveva la forza di coesistere con il suo. Stessi ritmi. Identiche sensazioni. Simili lo eravamo sempre stati e adesso forse eravamo in grado di esserlo ancora di più.
Lo sentì scendere mentre il desiderio spasmodico di possederlo aveva infiammato ogni mio muscolo, ogni mio singolo senso e niente era in grado di trovare requie, anzi tutto aumentava a dismura.
Lo strinsi a me, gli accarezzai la schiena sentendo fin nel particolare ogni nodulo della sua spina dorsale, mentre tutto mi sfuggiva di mano, pure lui, ancora più avido di me. Scese, percorse live, sensuale, astutamente famelico ogni centimento del mio ventre. Ogni mia cognizione mentale decise di dirmi definitivamente addio nel preciso istante in cui quello scendere rischiò di farsi pericolosamente insidioso.
Le sue carezze avevano acquistato ardore, i baci erano divenuti fuoco a diretto contatto con la mia pelle. Io stessa credetti di star per esalare l'ultimo respiro quando Brian decise di percorrere strade nascoste, bivi mai esplorati, rischiando di far scoppiare definitamente la bomba che con attenzione teneva tra le mani. Ma ormai niente più gli importava. Seguiva i sensi di quella sua inappetibile passione. Ingordo fino allo sfinimento, osò dove nessuno aveva mai osato. Si cibò di me fino ad esserne completamente sazio ed oltre. Gemiti incontrollati uscivano della mia bocca, senza che io riuscissi a reprimerli.
Ero senza controllo. Niente riusciva più ad esserlo. Ero alla miserabile ricerca di aria, ma Brian decise di mettere a tacere quella mia disperata rischiesta d'aiuto, con un bacio mozzafiato. Le nostre lingue, una danza continua, ritmica, frenetica, incessante. Entrambi avevamo fame incondizionata dell'altra.
Avvertì il suo respiro, caldo, voglioso, eccitato accarezzarmi l'orecchio destro e poi la sua richiesta, una sola e semplice parola;
- Desiderami...-
Invaghita completamente, in miei palmi bollenti, avidi, bramosi di lui, della sua pelle, scivolarono lungo il suo addome nudo, assaporando fin nel particolare i suoi pettorali, scolpiti, percependo la sua cassa toracica alzarsi ed abbasarsi sempre più velocemente sotto ogni suo respiro mano a mano più affanoso.
Scesi.
Quel mio appetito decise di essere vorace ed insaziabile al tempo stesso. Tastai il suo membro, la sua erezione era viva, premeva per uscire, fremeva di perdersi in me.
La schiena di Brian si incurvò all'indietro, desideroso, bramoso di provare ancora di più, ingordo fino allo stremo di quel mio intenso provocarlo, percorrendo la strada del piacere assoluto su vie troppo diritte, volevo rendere il tutto ancora più complicato, avevo ancora bisogno del suo corpo caldo e rigido sul mio.
Spogliai il suo sesso, posi le mie mani sul suo posteriore. Sodo e tonico. Con un gesto deciso l'attirai verso il mio corpo. I nostri sessi tramite quella mia movenza improvvisa si toccarono. Entrambi urlammo di piacere in quella notte dai silenzi nascosti.
Mi sentì nuovamente premere contro la parete con ferma decisione, con impasssibile desiderio, con un appettito non ancora soddisfatto.
Percepì le sue mani scendere nuovamente, accarezzando la mia schiena avvolta da brividi intensi di piacere fino a raggiungere la sua vera destinazione; il mio fondoschiena. Sostò su esso esplorando ogni singolo centimentro delle mie natiche e fu un semplice secondo quando mi senti sollevare verso l'alto, con il suo aiuto cinsi le mie gambe intorno ai suoi fianchi. Non ebbi il tempo materiale di rendermene conto, Brian si perse definitivamente in me. I nostri desideri erano riusciti finalmente a trovare la giusta via per giungere a destinazione. Entrambi esalammo l'ultimo respriro per mano dell'altro, fu bellissimo avere la sensazione innaturale di morire insieme, per rinascere attraverso noi stessi, tramite i nostri baci, dolci, teneri, ancora umidi di passione vivi sulla pelle delle nostre anime che per tanto tempo avevano urlato i nostri nomi e noi sordi non eravamo stati in grado di ascoltarle dandole la giusta importanza. Ora, adesso l'avevamo fatto, mettendo a tacere ogni loro richiesta permettendoci di ritrovarci ancora più vicini di prima.

"Sentirti fremere, timida e sensuale sotto la mia stessa pelle.
Un fremito, un batticuore regalato.
Semplicemente un attimo interminabile di vita. La tua.
La sento scivolare inerme fra le mie dita, lascia che essa abbia il potere di riscaldarmi completamente.
Vivimi Summer! Non averne paura, non avere il timore di sentirmi vicino..."


Un dolce ed intenso calore invase i nostri corpi ancora scossi dagli ultimi spasmi.
L'abbracciai. La tenni stretta a me come in realtà non avevo mai osato fare con nessun'altra.
La baciai, non avrei mai smesso di farlo, avrei consumato quelle labbra fino allo stremo, avrei sfiorato quella pelle candida fino allo sfinimento.
Le sorrisi felice, per la prima volta in vita mia, presi il suo corpo ancora nudo tra le braccia e la portai in camera, l'adagiai stando attento, sul mio letto, le sistemai il mio stesso cuscino sotto la testa e con gesto repentino e veloce mi infilai anche io sotto quelle stesse lenzuola.
Stavo gelando, avevo bisogno del suo calore, semplicemente del suo contatto.
L'ammirai, tentai di imprimermi bene in testa ogni suo lineamento facciale, avevo intenzione di ricordamela precisamente. Non sapevo se ci sarebbero state altre occasioni per ritrovarci così vicini, per dare libera voce alle nostre anime, ai nostri nostri impercettibili richiami interiori.
Le nostre strade così vicine, così tanto simili, negli ultimi mesi, sembravano aver preso svincoli diversi. Io con Nicky, lei con Shane e poi la spina del fianco; l'Italia. La sua amara decisione, che ancora non ero stato in grado di mandare giù. Aveva intenzione di studiare lontano da me, a chissà quanti chilomentri di distanza da Daytona. Tutto presto sarebbe cambiato, mutato, forse in peggio perché non l'avrei più avuta così vicina come in questa notte indimenticabile.
Mi guardava, quei teneri occhioni scuri mi scrutavano così tanto palesamente da farmi saltare di gioia.
Le accarezzai una gancia con il dorso della mano, mi abbassai per donarle un bacio a fior di labbra e poi mi accucciai come un tenero cagnolino bisogno di affetto, vicino a lei.
Una sola richiesta avevo da porle;
- Stringimi!- quelle semplici parole mi uscirono timide, sussurate.
Appoggiai la mia testa sul suo seno e mi sentì stringere forte a se.
Presto l'alba sarebbe giunta accogliendoci tra le sue amorevoli braccia. Un'altra estenuante giornata ci attendeva, mille difficoltà erano dietro l'angolo pronte a soffocarci. Forse non saremmo riusciti a camminare liberamente mano nella mano per i corridoi della scuola, probabilmente ci saremmo ritrovati ladri di noi stessi in uno sporco bagno di quell'edificio scolastico, per rubarci un semplice bacio, ma ero certo che sarebbe bastata solamente un po' di sana quotidianità, la nostra solita, per ritrovarci, per sentirci completi, per mettere a tacere, anche se solo in parte, quell'estremo bisogno che l'uno aveva dell'altro.
Sapevo che non sarebbe stato per sempre, il viaggio in Italia incombeva sulla mia testa come un'enorme macigno, pronto a schiacciarmi da un momento all'altro, ma vivevo per quegli attimi e al momento della partenza cosa avrei fatto? Già...l'eterno dilemma. Certo avevo Nicky al mio fianco, le ero molto affezionato, le volevo bene, ma non potevo essere ipocrita con me stesso; lei non era la mia piccola Summer.

"Un brivido infinito. Un tuo bacio corrisponde ad un emozione senza tempo, in grado di vivere sulla pelle del mio cuore fino a quando avrò la forza di portare dentro di me questa magia impossibile da denominare.
Non credevo di esserne capace, pensavo di aver toccato tutti i lidi possibili ed inimmaginabili del sentimento vero e puro, ma ciò che sto sentendo adesso va oltre la mia stessa e possibile immaginazione.
Nessuno è mai riuscito ad arrivare fin là, fin in fondo all'anima, accarezzando la mia unica essenza con un tepore indescrivibile.
Non ho più paura Brian. Sono con te. Stringo la tua mano, mi perdo in te..."









……………continua……………