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senza identita'

Ultimi aggiornamenti. Oggi 14 Novembre 2009.


SENZA IDENTITA'

Autore:Nicoletta
Protagonisti: Nick
Genere: PG-17
La storia e' completa?: NO
Categoria: Romantica
Trama: Un ragazzo si sveglia in un mondo che non sembra il suo, ha una vita che non sente sua. Ma come puo' spiegarsi tutto questo?

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PROLOGO
Riprese i sensi madido di sudore, il respiro affannoso, il cuore che gli batteva all'impazzata, i muscoli tesi e per parecchi minuti rimase frastornato dal luccichio delle luci al neon che l'abbagliavano, aggressive, dal ciglio opposto della strada.
Un campanello d'allarme suonò dentro la sua mente, neanche lui si spiegò come mai.
Mosse la testa con precauzione prima a destra e poi a sinistra e non vide nessuno nei paraggi.
Si concentrò su sé stesso: era seduto, o per meglio dire, sdraiato quasi completamente sul marciapiede di una strada deserta. Dai suoi vestiti provenivano odori contrastanti e nauseabondi. Si mise in piedi e fu contento di ritrovarsi tutto intero. Solo la testa sembrava scoppiargli. Per il resto niente di rotto.
Non sapeva, o meglio, non ricordava come era finito lì. Aveva la sensazione che gli fosse successo qualcosa di spaventoso ma non sapeva cosa.
Cercò di calmarsi e di fare il punto della situazione: si guardò intorno e l'unica cosa che pensò essere certa, era il fatto di trovarsi in Giappone. Lo intuì dalle insegne pubblicitarie dipinte con quegli indecifrabili geroglifici.
Indecifrabili...
Inde...
-L'acqua del futuro...- mormorò continuando a tenere gli occhi puntati sui neon intermittenti.
-Quando pensi di non farcela più, Gatorade ti accompagna...
Mio Dio.
Pensò.
Capiva quei segni.
Rimase a fissarli sconvolto.
Allora perché appena aperti gli occhi gli sembravano solo graffiti?
Impossibile.
Stava impazzendo.
Si tastò la giacca e trovò un portafoglio nella tasca destra e nella sinistra una pistola con silenziatore inserito. Si sorprese nel vedere le proprie mani abili che controllavano il caricatore per constatare che fosse pieno. Lo era. Non era una pistola che aveva sparato. Almeno nelle ultime ore.
Passò al portafoglio.
Oltre ai circa 500 dollari americani, aveva diverse carte di credito e biglietti da visita che snobbò per passare ad un tesserino nel risvolto del portafoglio. Vedere quel tesserino gli portò una gioia infinita. Si sentì tornare alla mente pezzo per pezzo tutta la sua vita.




Era un agente della CIA. Rise di sé. Come poteva dimenticarlo!
Era di istanza a Tokyo ormai da... di nuovo quella strana amnesia.
Lesse il tesserino, dal 2002.
Comunque si sentì più tranquillo. Si ricordò Katy che dormiva a casa e che molto probabilmente lo stava aspettando. Si ricordò della piccola Milene nel suo lettino che aspettava il bacio della buona notte.
Guardò l'orologio: erano le undici passate. Faceva ancora in tempo a darglielo.
Si destò da quello strano torpore e se ne andò a casa.


CAPITOLO 1

Entrò in casa senza fare il minimo rumore, chiuse la porta con due mandate, controllò tutte le finestre e poi andò in bagno. Scelse quello del piano inferiore così da non svegliare le sue due donne che dormivano serenamente. Chiuse la porta e aprì l'acqua della doccia. Mentre l'acqua scorreva iniziò a spogliarsi davanti allo specchio.
Quella era la sera delle stranezze, pensò.
Si ritrovò a guardarsi nello specchio e provò uno strano senso di estraneità verso l'individuo che vi vedeva riflesso. Fisicamente si riconosceva: era sempre lui. Asciutto, braccia allenate, addome non eccessivamente scolpito ma abituato a lavorare, leggermente abbronzato. Ma c'era qualcosa che stonava in quell'uomo. Forse era solo il livido ormai diventato quasi nero sotto lo sterno. Un ricordino di una delle ultime missioni sicuramente, ma quale? Non ricordava. Lo toccò e provò ancora un po' di indolenzimento.
Guardò il tatuaggio che aveva sul petto: due piedi stilizzati. Ma era ubriaco il giorno che se l'era fatto fare? Erano orrendi... e poi lì. Sarebbe stato dolorosissimo e difficile rimuoverli un domani. D'istinto di toccò la spalla sinistra e la trovò rosea come al solito. Aveva l'impressione che lì prima ci fosse qualcos'altro...
"Sto impazzendo... è ora di chiedere una vacanza..." si disse immettendosi sotto il getto ghiacciato della doccia. I muscoli si rilassarono uno ad uno, aveva le braccia poggiate alla parete e girava la testa in senso orario e antiorario per scaricarsi dallo stress.
Si strofinò con la spugna per levarsi di dosso quel puzzo orrendo. Una volta che fu sicuro di profumare, uscì dal box, sistemò il bagno e andò in cucina con i vestiti che si era tolto. Frugò tutte le tasche e tirò fuori la pistola, il portafoglio, un pacchetto di gomme e un numero di telefono scribacchiato su un foglio. Prese una busta e ci buttò i vestiti. Non era il caso di lavarli: ne avrebbe comprati di nuovi.
Salì al piano superiore con solo un asciugamano intorno ai fianchi e andò diretto nella stanza di Milene. Si chinò e baciò la sua dolce bambina che dormiva. Stava andando via quando decise di accucciarsi qualche minuto accanto al lettino della piccola per osservarla: era così bella! Quasi non credeva fosse stato lui l'artefice di quel corpo fragile e dolce. Aveva tre anni ed era bionda come la mamma ma aveva gli occhi del padre. I suoi lineamenti erano quelli di un angelo e poi era così sveglia e simpatica! Rimase ancora un po' a guardarla alla luce della luna che illuminava il suo letto dalla finestra e poi se ne andò in camera.
Appena si sedette sul letto per mettersi i boxer sua moglie si svegliò.
-Ehy Al, tutto bene?- disse assonnata mentre si spostava alcune ciocche di capelli dal viso.
-Ciao amore, sì tutto bene...
-Sei ritornato tardi... ho provato a chiamarti ma il tuo cellulare non prendeva...
A quella parola Albert scattò in piedi e scese di corsa le scale: non aveva trovato il suo cellulare nelle tasche del giubotto. Entrò nel suo studio e sospirò di sollievo quando lo vide attaccato al caricatore. Risalì con le spalle curve. Proprio non capiva cosa gli stava prendendo.
Trovò sua moglie in vestaglia che stava scendendo per andargli incontro.
-Sei sicuro che va tutto bene?
-Sì, scusa devo essere solo stanco...
La moglie gli passò una mano sulla fronte.
-Mio Dio, Al... scotti...
-Sto bene, ho solo un gran mal di testa...
Katy gli baciò la fronte e lo prese per mano.
-Andiamo, mettiti a letto...
Lo accompagnò e lo fece sdraiare. Poi prese un fazzoletto andò al bagno a bagnarlo e si mise anche lei sotto le coperte, spegnendo la luce. Portò il fazzoletto sopra la fronte del marito e sentì che iniziava a rilassarsi.
-Sai oggi è stata una giornata strana...
-In che senso?- si informò la moglie.
-Mi sono ritrovato sdraiato per strada, forse sono svenuto a causa della febbre... ma per un attimo mi sono sentito fuori luogo...
-Oh, amore mio... povero...- lo baciò sulle labbra.
-E' come se non mi sentissi io... ogni tanto mi arrivano dei flash ma non riesco a vedere altro che luci e forme indefinite, non ricordo se sono missioni che ho svolto... o cosa... non mi ricordo neanche quando e dove mi sono fatto questo livido...- le disse indicandole la pancia.
-Deve essere il troppo lavoro. Joseph dovrebbe lasciarti un po' a casa con noi... comunque quel livido te lo sei fatto giocando a football con i tuoi colleghi, la settimana scorsa. Ci avevi fatto prendere un colpo... ricordi?
Al annuì e disse: -Certo... che stupido...- intanto nel suo cervello si materializzava il ricordo, non troppo lontano di un calcio arrivato sulla bocca dello stomaco da una persona totalmente vestita di nero, col volto coperto. Si chiese quale era la verità.
-Ora riposa amore mio... domani c'è la riunione...- gli disse passandogli una mano nei folti capelli neri.
-Ok...- bisbigliò Al e sprofondò in un sonno tutt'altro che tranquillo.
I suoi sogni erano pieni di mostri. Così li chiamava lui. Erano persone che aggredivano un uomo. Non sapeva se quello che stavano picchiando era proprio lui, però poteva sentire il dolore delle costole rotte, del setto nasale fracassato e poi la lotta per rimanere sveglio e il dolore, il non avere neanche la forza per rialzarsi...
Katy era sveglia e lo sentì agitarsi nel sonno. Domattina avrebbe dovuto fare una telefonata.



CAPITOLO 2

Al si svegliò prima di tutti.
Si sentiva decisamente meglio, anche se il dolore alla testa non era del tutto passato.
Scese in cucina dopo essere passato a vedere la sua piccola Milene. Entrò in cucina e si maledisse per la sua goffaggine: aveva lasciato in bella vista la pistola e tutto il resto delle cose trovate nelle tasche del suo vecchio giubotto. Prese l'arma e l'andò a rinchiudere nel cassetto della scrivania nello studio. Ritornando verso la cucina, posò il portafoglio e le gomme sulla consolle all'ingresso. Il numero di telefono gli rimase incastrato tra le mani. Stava per buttarlo e poi si chiese come mai lo avesse messo in tasca.
Studiò la sua grafia. Prese un blocco e lo riscrisse: la calligrafia era decisamente la sua, ma era stato scritto di fretta magari poggiato ad una superficie verticale perchè la penna aveva smesso di funzionare proprio sull'ultima cifra che però si capiva essere un 9.
Mentre aspettava che il caffé venisse su, si precipitò nuovamente nel suo studio e stava per connettersi ad internet quando al suo cervello arrivò una vocina che gli suggeriva di non farlo. Forse lavorare alla CIA lo rendeva particolarmente prudente. Seguì il suo istinto e se ne tornò a preparare i toast.
Quando sua moglie scese con in braccio Milene, Al era seduto ad aspettarle e stava leggendo il quotidiano internazionale. Aveva già indossato il completo nero ed era pronto per andare alla riunione. Mancava solo la cravatta che stava dimenticata sulla sedia. Katy sorrise: avrebbe dovuto pensarci lei.
-Papà...
Al chiuse il giornale e si alzò tenendosi con una mano la giacca per evitare che finisse sul pane e marmellata.
-Amore di papà, buongiorno!
La bimba gli si buttò in braccio e gli diede un bacio dolcissimo.
Poi si girò verso la moglie e la baciò sulle labbra: -Ciao, sei bellissima come sempre...
Katy rise: -Ma se mi sono appena alzata!
-E sei già stupenda...- disse Al.
-Come ti senti amore?
-Meglio grazie a te…- le sussurrò in un orecchio posandole poi un bacio sulla guancia: -Allora donne, si mangia? Papà ha fame e poi ha una riunione...
La famiglia si accomodò al tavolo e iniziarono a mangiare.
-Papà... mi potti tu all'asilo?
Chiese la bimba.
-Certo amore, però dovrai sbrigarti perchè papà ha un impegno importante ok?
-Sì!!!- disse felice Milene.
-Sei sicuro che non farai tardi in ufficio?- domandò la moglie preoccupata.
-Non preoccuparti… mi è di strada e poi mi fa piacere farlo ogni tanto!
Finita la colazione Al si mise a vedere un po' di tv mentre aspettava che Katy aiutasse Milene a prepararsi.
Quando la bimba scese col grembiulino e il cestino, le mise il cappotto e salutarono la mamma con un bacio.
-Mi raccomando Al, portala di filato all'asilo... e non al centro commerciale!- Lo rimproverò bonariamente alludendo ad un fatto successo qualche giorno prima. -Non si è mai sentito che una bimba marini la scuola col padre...
-Ok Kat! Giuro non lo farò più!!- Sorrise Al colpevole.
La bambina continuava ad agitare la mano in segno di saluto.
Katy si fermò a guardarli dalla finestra e sorrise.
Li salutò con la mano e aspettò di vederli andare via per precipitarsi al telefono. Compose un numero e attese la linea.
Rispose una segreteria.
Aspettò che il messaggio scorresse e poi disse :-C446 161 80 411 0
Dall'altra parte si alzò un ricevitore.
-Ti sentiamo.
-Succede qualcosa di strano in lui...
-Parlacene.
-Stanotte è tornato a mezzanotte e sembrava spaesato. Aveva la febbre e il mal di testa.
-Lo abbiamo perso appena uscito da casa. Aveva lasciato il telefono a casa.
-Sì. Lo so. Ha iniziato a vaneggiare cose tipo: sembro di non essere io, ho dei flash...
-Riacquista la memoria... nonostante l'ultimo trattamento…
-Potrebbe essere... non fategli del male…- si arrischiò ad aggiungere.
-Sta venendo qui?
-Sì...
-Ci pensiamo noi. Grazie.
La comunicazione si interruppe e lei iniziò a piangere. In fondo si era affezionata a quel ragazzo così gentile...


CAPITOLO 3

-Los Angeles, California-
-Ehy...
La ragazza si girò a guardare l'amico con gli occhi gonfi di pianto e il naso rosso di chi l'ha sfregato più e più volte col fazzoletto.
-Nick non vorrebbe vederti così...
-Nick non può vedermi... Ci risiamo- pensò la donna- la solita discussione.
-Non dire così... dal cielo loro possono starci vicino... magari adesso è qui accanto a te!
-Brian, ne abbiamo già parlato e ti ripeto che non credo che Nick sia morto e non lo crederò mai finché non avrò un corpo su cui piangere...- si distrasse andando a sistemare i fiori che aveva portato freschi.
-E allora perchè sei qui?- le bloccò il braccio guardando però verso la lapide dove c'erano scritte poche semplici parole:
NICKOLAS GENE CARTER
28/01/1980 +23/08/2002

Lei ricominciò a piangere. Brian l'abbracciò.
-Lee, sono passati tre anni...
-No, 2 anni e 8 mesi...
-Nick non tornerà mai più, devi accettarlo e non è giusto per te distruggerti così dal dolore... è ora di rifarsi una vita, non credi?- la voce di Brian era incrinata. Gli costava fatica pronunciare ogni singola parola di quel discorso.
-Brian!- esclamò stupefatta staccandosi dal contatto -Proprio tu mi parli così? Non abbiamo un corpo su cui piangere, una spiegazione per quello che è successo...
-Un incidente, la sua barca è...- mandò giù il groppo alla gola e poi continuò :-... esplosa e hanno trovato il corpo, carbonizzato... Lee c'era solo lui su quella dannatissima barca!- si sfregò il viso nervosamente.
-NON E' VERO! NON ERA LUI!- Gridò con tutta la voce che aveva facendola risuonare per tutto il cimitero.
Brian tornò a stringerla al petto: ormai anche lui piangeva. Non voleva credere alla fine di Nick, ma non c'erano indizi che potevano aprire anche una minima speranza.
Rimasero per un lunghissimo momento così abbracciati, stretti l'uno all'altro. Una posizione che ormai assumevano spesso per consolarsi a vicenda.
Il silenzio del cimitero era interrotto solo dai singhiozzi violenti di Lee, soffocati dalle spalle di Brian.
---
Un'ora dopo Lee salutò Brian mentre girava la chiave nel portone e vide ripartire l'amico a bordo della sua Lexus. Salì le scale e salutò la signora che abitava di fronte a lei. Si chiuse nel suo piccolo appartamento e senza togliersi il cappotto si precipitò alla libreria e prese lo scatolone che stava poggiato sul ripiano più basso. Lo trascinò sul pavimento e l'aprì. Era stracolmo di ritagli di giornale con un unico soggetto: Nick. Si era parlato moltissimo della sua scomparsa e delle circostanze misteriose che si erano create. Si era parlato del fatto che era intervenuta addirittura l'FBI. Se era stato veramente un incidente, allora perché tutto quel disturbo? Lee ne era convinta, c'era qualcosa sotto. Ok, era un cantante ma neanche questa grande personalità pubblica da richiedere l'agenzia federale...
I ricordi fluirono veloci fino a quel maledetto 23 Agosto... era una giornata come tante. L'unica differenze era che faceva tanto caldo. Nick l'aveva salutata come al solito con un bacio dicendole che andava a provare delle modifiche che aveva fatto fare alla barca il giorno prima. Lee non obiettò anche se Nick sembrava strano. Non le aveva parlato delle modifiche al motore: lei e Nick parlavano anche delle posate che dovevano comprare, figuriamoci del motore di una barca. Tra l'altro la notte prima era rientrato tardissimo e Lee l'aveva sentito piangere in bagno. Era andato addirittura a dormire nella camera degli ospiti. Voleva chiedere del suo cambio d'umore ma la mattina era bello e solare come sempre e lei pensò che avesse avuto una giornata brutta e basta.
E poi il mare che tanto amava se l'era preso... lei era in camera a sistemare i suoi vestiti e ogni tanto si girava a guardare il puntino bianco della barca quando ad un tratto un boato aveva sconquassato l'aria. Aveva visto saltare in aria l'imbarcazione ed era rimasta a fissare quell'orrore per parecchi secondi prima di urlare e scendere a chiamare la polizia. Non poteva essersene andato così... no, non poteva. I giorni si erano susseguiti tutti uguali fino al giorno in cui decise di chiudere quella casa e i comprarsi un piccolo appartamento. Tanto non avrebbe aperto la porta più a nessuno... a nessuno!
CAPITOLO 4

Al varcò il portone del grattacielo delle assicurazioni Lear. In realtà quell'edificio mascherava la sede operativa della C.I.A. a Tokyo. Salutò con un cenno le due guardie giurate nella hall che ricambiarono il saluto toccandosi il berretto. Lo sguardo di quegli uomini gli sembrò strano e mentre aspettava l'ascensore, davanti alle porte cromate, si stropicciò gli occhi: "Sto diventando paranoico, ha ragione Katy… devo prendermi una vacanza…"
Salì sull'ascensore che lo traghettò veloce e silenzioso fino al 46° piano. Quando le porte si aprirono Al trattenne una risatina. Non stava diventando pazzo: c'era qualcosa che non andava. Si trovò di fronte Joseph sorridente: evidentemente avvertito dalle guardie del piano terra lo stava aspettando.
-Ciao Al!
-Ciao Joseph…- ricambiò la pacca sulla spalla datagli dal suo superiore. –Se volevi potevi portarmi la colazione a letto! Adoro essere svegliato da un macho...
-Andiamo Al! Non posso venire a prendere il mio agente migliore all'ascensore?
-Se non ti fidi del tuo agente migliore sì…
Joseph non soppesò, almeno apparentemente, quella battuta. Lo prese per un braccio e gentilmente lo spinse verso la sala riunioni: -Sai la riunione? Bhe sei l'ultimo… ti stavamo aspettando così quando mi hanno detto che stavi salendo sono venuto per sollecitarti!
-Scusa per il ritardo ho accompagnato la mia cucciola a scuola…
-Come stanno le tue donne?
-Bene, grazie e tua moglie?
-Il solito... shopping, golf e chiacchiere con le amiche… dovete venire a cena una di queste sere…
-Lo faremo…
Tra una chiacchiera ed un'altra arrivarono al tavolino ovale della sala riunioni dove c'erano già sedute una decina di persone. La riunione entrò subito nel vivo.
Quando uscì dalla sala era a dir poco sorpreso: non era mai capitato che gli affibbiassero una missione così lontano da casa da un giorno ad un altro. Di solito l'ordine arrivava dieci giorni prima, così lui poteva prepararsi per bene, passare un po' di tempo con la sua famiglia e studiare il caso. Stavolta era tutto diverso e questo gli fece suonare in testa il solito campanello d'allarme. Rilesse le istruzioni e le memorizzò prima di passare davanti al distruggi documenti per farle scomparire per sempre.
In compenso aveva avuto il resto della giornata libera.
Prima di tornare a casa decise di fare due passi: prese la metro fino alla stazione Sudobashi. C'era qualcosa lì che l'aveva colpito e voleva vederlo più da vicino. Salì le scale controllando che nessuno lo seguisse. Una volta accertatosi di ciò andò verso la struttura che si ergeva imponente davanti a lui. Era il Tokyo Dome. Guardò quell'edificio così familiare e cercò di ricordarsi se aveva portato Katy o Milly in quel posto per guardare qualche concerto o qualche partita di basket. Ogni volta che tentava di ricordare qualcosa però gli scoppiava un'emicrania terribile. Rimase ancora per qualche minuto lì a fissare il Dome sperando che almeno lui potesse dargli qualche indizio sulla stranezza che si sentiva addosso da qualche giorno.
Guardò l'orologio: era quasi l'ora di pranzo. Si rimproverò del suo egoismo. L'indomani all'alba sarebbe partito e perdeva tempo a guardare uno stupido palazzo invece di stare con la sua famiglia.
Per gli agenti della C.I.A. partire non equivaleva sempre a tornare. L'incertezza poi delle istruzioni non lo rassicurava affatto. Fece uno squillo alla moglie per avvertirla che sarebbe andato a pranzo e che avrebbe preso lui Milly all'asilo. Riprese la metro e tornò al grattacielo dove aveva parcheggiato la sua auto. Si voltò un'ultima volta verso la sede operativa e se ne andò.
---
La mattina dopo, all'alba era nel piccolo hangar che ospitava un velivolo senza contrassegni.
Le 4:15.
Tra meno di mezz'ora sarebbe decollato per la Russia. Katy si era svegliata per preparargli il caffé e per dargli un bacio di buona fortuna. Prima che salisse sulla Cadillac nera che era venuto a prenderlo lei gli aveva sussurrato tra le lacrime un "Ti amo, qualsiasi cosa succeda… sappi che ho imparato ad amarti…".
Quelle parole risuonavano nella sua testa confuse. Perché sua moglie si stava comportando così? Perché doveva per forza succedere qualcosa? Era sempre tornato da lei e da Milly e l'avrebbe fatto anche stavolta.
I suoi pensieri furono interrotti da Jason, il pilota del piccolo Executive Jet Beechcraft.

-Signore, ci prepariamo al decollo…
-Sì Jason, arrivo…
Salì nell'abitacolo confortevole e subito accese il portatile per verificare la missione ancora una volta. Un sistema di codici cifrati gli ricordava alcune date e alcuni orari. Lesse con attenzione quelle cifre per poi richiudere il pc e sprofondare addormentato sulla comoda poltrona in pelle.
Fu l'hostess a svegliarlo per avvertirlo che stavano atterrando all'aeroporto di Mosca, lo Sheremetyevo. Al si strinse la cintura e la ringraziò con un sorriso caldo.
Appena il piccolo Jet poggiò le ruote a terra il cellulare di Al suonò.
-Browning.
-Volevamo essere certi che fosse tutto chiaro.
-Lo è.
-Ci facciamo risentire noi.
-Perfetto.
Al attaccò: sapeva che a chiamarlo erano quelli di Langley, in America.
La sede centrale della C.I.A. voleva essere sicura che tutto procedesse secondo programma.
Prese la sua piccola valigia e, prima di scendere, indossò il giaccone che si era portato apposta per quel freddo polare.
Appena giunto al terminal si mischiò con le altre persone e scomparve dentro un taxi.
Il luogo del rendez-vous era un motel.
Cosa alquanto strana per la C.I.A. che, sommata all'impressione di vedere un uomo che gli era sembrato lo fissasse anche al terminal, fece sì che i suoi sensi si arguirono. Decisamente qualcosa non andava…
Scese dal taxi e pagò in rubli per non dare nell'occhio. Ringraziò in perfetto russo il conducente e si fermò a leggere l'insegna del motel.
Kolyma.
Entrò e chiese alla reception la sua camera. La signora dietro al bancone gli consegnò la chiave senza dirgli una parola e lo lasciò salire.
Entrato nell'angusta camera, la prima cosa che fece fu controllare la presenza di eventuali microspie, microfoni e quant'altro potesse indicare la presenza prima del suo arrivo del KGB o di qualche altro intruso. Non trovò nulla ma nonostante ciò la cosa non lo tranquillizzava.
Mancavano due ore all'incontro con il suo gancio. Decise di sedersi e di fare un po' di chiarezza nella sua testa.

CAPITOLO 5

-Il soggetto è arrivato a destinazione?
-Sì tenente.
-Bene…
-Tra poco meno di due ore il professor Vladimir Tula l'avrà sul tavolo operatorio per l'impianto.
-Non possiamo permettere che riacquisti la memoria. Ha visto cose che non avrebbe dovuto vedere.
-Non ti preoccupare…- disse una terza voce: -Gli esperimenti di Tula non ci hanno mai deluso e poi se non sbaglio sono già due anni passati che l'abbiamo in pugno.
-Non capisco ancora perché non è arrivato l'ordine di farlo fuori…
-Ci serviremo di lui e poi lo faremo fuori… sempre che non muoia oggi sotto i ferri… ha talmente risposto bene al lavaggio del cervello che non potevamo perdere l'occasione di continuare l'esperimento.
-Non credo che il presidente sarà contento di sapere che esperimenti facciamo sui cittadini americani… e coi soldi dei contribuenti!- ridacchiò rauco.
-Non c'è bisogno che lo venga a sapere. Solo quando il progetto sarà perfetto sotto ogni punto di vista lo presenteremo al senato. Vedrai saranno entusiasti… sono anni che si cerca di controllare la mente dell'uomo e adesso ci stiamo riuscendo…
---
Intanto a Mosca…
Al guardò l'orologio: mancavano pochi minuti. Si alzò dal letto con un balzo felino ed ispezionò nuovamente la stanza. Guardò fuori dalla finestra: era al terzo piano e sotto di lui c'era un cassonetto per l'immondizia. Sentì dei passi provenire dal corridoio: corse a spegnere la luce e guardò le ombre sotto la porta: erano sei, forse sette uomini.
Non era sicuramente il suo gancio.
Vide che qualcuno provò a girare la maniglia con cautela e si stupì di tanta stupidità da parte degli aggressori: tanto valeva bussare no?
Poi si ricordò l'insistenza della signora che, dopo neanche venti minuti dal suo arrivo, gli aveva portato dell'acqua da bere.
Guardò il bicchiere e capì: molto probabilmente c'era qualche droga dentro.
Un sordo calcio alla porta lo destò dai suoi pensieri: vide e entrare un uomo in nero e non se lo fece dire due volte. Estrasse la pistola e gli sparò. Fece lo stesso con altri due uomini che entrarono richiamati dal sibilo del silenziatore. Ormai sapevano che non era addormentato. Gli altri cinque entrarono uno di seguito all'altro e Al non poté fare altro che rotolarsi sul letto e buttarsi giù dalla finestra frantumando il vetro.
Atterrò come previsto nel cassonetto dei rifiuti. Peccato però che qualcuno aveva avuto la brillante idea di buttare nel secchione una bottiglia rotta. Sentì il dolore dei vetri che gli infilzarono la gamba all'altezza del polpaccio. Non ebbe nemmeno il tempo di soffrire. Si destò subito da quello stordimento e balzò fuori dal secchio atterrando sulla gamba buona.
Gli uomini rimasti in camera gridavano qualcosa in russo dalla finestra. Sentì avvicinarsi di gran corsa una macchina di grossa cilindrata e iniziò a scappare.
Corse tra i vicoli del quartiere scegliendo sempre i più piccoli per non farsi seguire dalla macchina. Già alla prima svolta infatti i suoi inseguitori dovettero abbandonarla per seguirlo a piedi. Il dolore alla gamba era lancinante e sentiva il sangue scorrergli lungo la caviglia. Riuscì a nascondersi dietro ad una montagnola di arena e sabbia nei pressi di un cantiere edile. Sentì le voci dei russi correre nella direzione che pensavano avesse preso il fuggitivo.
Aveva qualche minuto per riprendersi: si tolse la camicia bianca che indossava sotto la giacca nera e si fasciò alla bene e meglio la gamba. Se continuava a perdere sangue avrebbe lasciato un segno del suo tragitto proprio come Pollicino con le mollichine di pane. Poi prese il suo cellulare e lo spense. Lo smontò e si maledisse: c'era una cimice. Ecco perché sapevano sempre dov'era. La cosa che più lo fece infuriare era che quella cimice la conosceva benissimo: ne aveva piazzate a migliaia in due anni… era della C.I.A.
Scavò tra la terra e vi nascose il telefono.
Con la gamba buona spostò un po' di sabbia per coprire il sangue e riprese a correre: tra non molto avrebbe avuto di nuovo visite.
Corse a perdifiato per più di un'ora trascinandosi dietro la gamba ferita. Aveva gli occhi che gli bruciavano per il sudore e per il freddo. Non era l'ideale andare in giro a Mosca con una giacca e basta con almeno meno 12 gradi. La fatica e lo sforzo però lo facevano sudare copiosamente. Arrivò alla fine di un isolato e, stremato, si accasciò a terra. Rimase bocconi per qualche minuto, con gli occhi chiusi, chiedendo a Dio di prenderselo velocemente. Ormai non aveva più un briciolo di forza. Si sentiva rassegnato, con un piede nella fossa quando una mano si poggiò sulla sua spalla.
I suoi occhi, quando si girò a guardare l'estraneo, non lasciavano intravedere paura ma solo dolore e stanchezza: era scappato per nulla, loro lo avevano preso. Si sorprese invece quando si trovò davanti una vecchia signora.
-Hai bisogno di aiuto?- chiese in russo
-Mi lasci qui… porto solo problemi io…- sbiascicò mezzo in russo e mezzo in americano.
La vecchia rise: -Sei in Russia giovanotto, qui ognuno di noi porta problemi…
Al non sapeva cosa dirle. Era soprattutto stupito che una signora così anziana parlasse americano in quel Paese.
-Sei il tipo che stanno cercando con quel macchinone blu?
Lo sguardo del giovane si destò di colpo.
-Non aver paura non chiedono in giro… ma l'ho capito che cercavano qualcuno e visto come sei ridotto… ho pensato fossi tu… vieni…- passò il braccio sotto le spalle di Al aiutandolo ad alzarsi.
-Ma…
-Niente ma, hai bisogno di cure… non ti denuncerò… almeno fino a quando non mi dirai perché ti cercano…
Al non protestò: tutto sembrava allettante rispetto al rimanere in strada, congelato e ferito.
Si rialzò con cautela e le disse: -Mi chiamo Al...
-Io Marta... piacere.
La vecchia lo aiutò a camminare fino ad un palazzone enorme e orrendo. Vedeva nei suoi occhi ogni fitta di dolore che gli proveniva dalla gamba e ammirò lo sconosciuto che taceva e rimaneva concentrato ad ogni passo per non cadere o per non pesare troppo su di lei.
-Abito qui, vivo sola, per cui non dovrai preoccuparti…
Salirono dieci piani di scale e Al dovette riprendere fiato parecchie volte prima di giungere al pianerottolo giusto.
Quando infine giunsero davanti ad una porta di legno, Al ne fu felice. La signora aprì il chiavistello e lo aiutò ad entrare e a stendersi sul letto. Il ragazzo dal canto suo svenne su quel morbido materasso.

CAPITOLO 6

Al riprese conoscenza che era notte fonda. Se ne accorse guardando la finestra. Il letto infatti era addossato ad una parete con la carta scrostata e c'era una finestra che dava sul cortile del palazzo in cemento dove viveva l'anziana signora. Si guardò intorno stavolta non con lo sguardo professionale ma con gli occhi di uno che ricordava poco e niente delle ultime ore trascorse. L'anziana entrò in camera.
-Ti sei ripreso…
-Non potrò mai ringraziarla…
La signora tirò fuori la pistola di Al e gliela puntò contro. Al dal canto suo sobbalzò ritrovandosi di colpo a sedere con le spalle poggiate alla spalliera del letto, dolorante per la mossa brusca fatta fare alla gamba.
-M… e… metta giù… la pistola Marta…
La vecchia rise di gusto: -Non voglio ammazzarti Al… sarebbe un controsenso no? Prima ti salvo e poi ti sparo? Se volevo vederti morto avrei potuto lasciarti lì per strada… l'infezione ti avrebbe ucciso.
Albert si rilassò un pochino. La donna abbassò la canna dell'arma e aggiunse: -Ora che ti sei ripreso puoi nasconderla da qualche parte? Ho paura che parta un colpo accidentalmente…
Gliela allungò. Con le mani ancora tremanti il giovane la prese e la mise sotto il letto dalla parte del muro, dopo però aver innescato la sicura.
-KGB?
-No… non sono russo…
-Allora CIA…
Albert si limitò ad annuire.
-Allora perché ti danno la caccia?
-Come fa a sapere che sono quelli della CIA a volermi?
-Iniziano a fare domande…
Albert si irrigidì.
-Non ci ha visti nessuno, non preoccuparti. Nessuno parlerà.
Marta gli si avvicinò e scostò il lenzuolo e per la prima volta Al si accorse di essere soltanto in boxer aderenti. La vecchia sembrò non badarci affatto. Si chinò sulla gamba ferita e tolse la fasciatura che copriva tutto il polpaccio, la caviglia e il piede.
Al grugnì sentendo la tela staccarsi dalla ferita che riprese a sanguinare.
-Come hai fatto?- chiese Marta.
-Mi sono buttato in un cassonetto…
La vecchia scoppiò a ridere.
-Cosa c'è da ridere?- chiese il giovane alquanto scocciato dalla presa in giro dell'anziana.
-Sei proprio un americano! Solo nei film i poliziotti si gettano in un cassonetto e finiscono per uscirne tutti interi… qui siamo in Russia, popolo amante della vodga… non mi meraviglierebbe scoprire che ti sei ferito proprio con una bottiglia di vodga! Spingi qui…- gli disse indicando le garze poggiate sul polpaccio. Al fece come la signora gli ordinò e la vide sparire.
Tornò poco dopo con una benda nuova e dei flaconcini.
Al fece una smorfia di dolore: -Mi troveranno… nessuno che sta bene acquista queste cose in farmacia…
-Un'infermiera che lo fa abitualmente sì…
-Lei è un'infermiera?
-Certo caro il mio americano… sono un'infermiera diciamo privata… non chiedo soldi perché la gente che curo io non ne ha… loro mi pagano come possono, protezione, cibo, sigarette… e io li guarisco…
La donna si chinò a guardare la ferita di Al. Tolse la garza e tastò la ferita. Al era sul punto di urlare ma si trattenne. Non voleva passare per un ragazzino!
-Ti ho tolto due frammenti di vetro che ti erano rimasti del polpaccio… l'unica cosa che non ho è ago e filo per i punti di sutura ma già sanguina molto meno… non credi?
-Mi fa malissimo…
-Sfido io…ti sei squartato una gamba... ti sto dando un antibiotico molto forte… hai la febbre alta dovuta anche alla probabile polmonite che ti sei preso. Dovrai avere pazienza e stare a letto per un po'…
-Ma se mi troveranno…
-Non preoccuparti non è un tuo problema… non ti troveranno… godo di una certa protezione come ti ho detto prima…
Al si buttò sul materasso sfinito. Sperava veramente di aver trovato un'oasi di pace per riposarsi e per rimettersi in forma. Il petto gli bruciava, la gamba non la sentiva più di tanto.
Marta terminò il suo lavoro e lo fasciò nuovamente.
Al le disse: -Devo andare in bagno…
-Ho il pappagallo se vuoi…
Al divenne rosso dalla vergogna: -No, no! Ci posso arrivare in bagno…- disse sbrigandosi ad uscire dal letto.
-Sono 10 giorni che sei sdraiato in quel letto e che passi da stati di incoscienza a delirio… come pensi di aver urinato in questi 10 giorni?
-10 giorni? Mi sembravano poche ore…- solo allora si accorse delle flebo sul tavolinetto e del cerotto che aveva sul dorso della mano. In quei giorni Marta lo aveva alimentato ed idratato così.
-Non puoi andartene in giro in giacca per le strade di Mosca e pretendere di uscirne illeso… sei fortunato. Sei un ragazzo forte. Te la sei vista brutta… con la polmonite e l'infezione che facevano a gara per portarti all'inferno.
Al non riuscì a risponderle e tentò nuovamente di alzarsi: tutta la debolezza di quei giorni quasi lo fece cadere. Marta dovette sostenerlo fino a che la stanza, una volta alzato, non finì di girargli intorno.
-Sei debole, hai perso tanto sangue e hai la febbre… sicuro che…
-Ce la faccio… piano piano ma ce la faccio…
Saltellò fino al bagno e vi si chiuse dentro.
Tornò a letto sempre saltellando e Marta gli andò incontro per aiutarlo:-Testardo… domani ti trovo un paio di stampelle…
Al le sorrise grato. Non riuscì a risponderle tanta era la stanchezza.
Si sistemò sul letto e lasciò che la signora gli iniettasse l'antibiotico che lo avrebbe cullato per alcune ore.
CAPITOLO 7


Il giorno dopo Al si sentiva un pochino meglio. Si svegliò e toccandosi la fronte fu contento di sentirla fresca. La debolezza purtroppo però rimaneva.
Chiamò Marta un paio di volte ma non vedendola arrivare capì che era uscita. In un momento il panico si impadronì di lui… era completamente nelle mani di quell'anziana… se avesse parlato lui sarebbe stato un uomo morto.
Analizzò la situazione: la CIA gli stava dando la caccia dopo avergli affidato una missione trabocchetto, non poteva chiamare Joseph e nemmeno Langely… non sapeva chi c'era dietro a questa storia e chi no… non poteva tornare a casa… strinse i pugni in un moto di rabbia: non poteva avvertire Katy che stava bene, non poteva abbracciare sua figlia Milene…
La cosa più triste era che non sapeva perché questo era successo!
Sentì il rumore della porta e d'istinto afferrò la pistola.
Si rilassò quando sentì la voce di Marta.
Marta entrò nella sua camera ed un uomo, con degli spessi occhiali da sole, si affacciò alla porta.
-Al rilassati lui è Kamil…- disse senza troppi complimenti in russo.
-Kamil…- disse rivolgendosi all'altro uomo:- … questo è il mio amico Al…
Kamil lo salutò alzando appena la testa e depose un paio di grucce vicino alla sedia.
-Grazie Kamil…- intervenne Al continuando con la lingua d'origine dell'anziana.
-Chiedigli quello che ti serve…- lo esortò Marta.
-Quello…
-Certo che per essere un poliziotto sei tonto… cosa ti serve? Un'arma? Un biglietto aereo? Chiedi e lui te lo troverà…
-Un telefono…- disse semplicemente Al. –Un telefono con una linea sicura…
Kamil annuì uscendo dalla stanza.
Marta come se niente fosse si sedette su un angolo del letto del ragazzo e gli chiese: -Come va la gamba stamani?
-Marta, non potrò mai ringraziarla abbastanza per ciò che sta facendo per me… ma quell'uomo non doveva sapere che io ero qui…
Marta rise di nuovo e ciò iniziò ad irritare Al: -Ma insomma perché ogni volta che dico qualcosa ride?
-Perché te l'ho detto… per essere uno della CIA sei tonto! Se avessi guardato bene Kamil ti saresti accorto intanto che è cieco a causa di una mina… e poi che non ha aperto bocca… ha perso la lingua… gliel'hanno tagliata… non parla e non vede… per lui tu sei uno dei tanti soldati russi disertori che io curo…
Al si maledisse in silenzio per la sua scortesia.
-Marta… io… mi spiace…- stavolta passò all'americano.
-Non ti fidi ed è giusto che sia così…
-Mi dispiace…
-Non preoccuparti… stasera avrai il tuo telefono sicuro… ora fammi vedere la gamba.
Marta medicò nuovamente la ferita e poi andò a preparare un pasto abbondante per Albert.
Erano ormai giorni che non mangiava nulla di solido e se voleva riprendersi doveva mangiare.
La sera tornò Kamil a trovare l'anziana e portò un cellulare ad Al.
-Puoi stare sicuro…- disse Marta. –Se te l'ha portato lui è ok…
Al ringraziò Kamil e lo vide andare via. Marta dal canto suo rimase interdetta nel vederlo rigirare l'apparecchio tra le mani.
-Non dovevi fare una telefonata?
-Non mi ricordo il numero…- disse Al abbattuto. Era da quando aveva chiesto il telefono a Kamil che cercava di ricordarsi il numero che si era ritrovato in tasca a Tokyo.
-E' questo?- chiese Marta ritornando con un foglietto sgualcito.
Al era sorpreso: -Dove l'hai trovato?
-Nei tuoi pantaloni insieme al tuo portafogli…
-Allora già sapevi che non ero del KGB…
Marta annuì.
-Perché allora me l'hai chiesto?
-Per vedere la fiducia che riponevi in me… e nonostante tutto un pochino ti fidi...
Marta gli diede il numero e lo lasciò solo con la sua telefonata.
Al scoprì che il numero era americano. Infatti dall'altra parte della cornetta girava un disco che avvertiva che l'utente in questione aveva disdetto il contratto legato a quel numero.
Al non si arrese. Chiamò il centro informazioni della società del telefono e dopo numerose insistenze riuscì a farsi dare il nuovo numero dell'utente. Prima di chiamare quel numero attraverso il 787 risalì al nome, cognome e indirizzo dell'abbonato.
Lee Parker
Sunset Boulevard, 767 Los Angeles, California.
Chiamò quel numero senza constatare il fuso orario e rimase colpito dalla voce che rispose…
-Pronto?
-…-
-Pronto? C'è nessuno dall'altra parte?
-L… e… e…
La ragazza dall'altra parte della cornetta rimase interdetta: -La sento malissimo… può ripetere? Non ho sentito…
Al riagganciò di colpo e scoppiò in lacrime.



CAPITOLO 8


Marta aspettò paziente che il ragazzo finisse di piangere: ne aveva visti di uomini piangere in quella casa. Marta era una settantacinquenne russa che medicava abusivamente in casa sua tutte le persone che per un motivo o per un altro non potevano ricevere la giusta assistenza medica.
Aveva guarito soldati al tempo della guerra fredda, oppositori del comunismo, militari in fuga dallo strazio delle caserme russe. E poi uomini, donne, bambini, anziani che non potevano permettersi le cure in ospedale. Questa sua opera di beneficenza le aveva portato grandi vantaggi a livello di cibo, soldi e protezione da parte di gang mafiose moscovite che tra di loro si facevano guerra, ma se si ritrovavano in casa dell'anziana andavano d'amore e d'accordo pur di non turbare i delicati interventi che svolgeva tra quelle mura. Il lato negativo era il sobbarcarsi dei problemi delle persone che rimanevano in casa sua: aveva visto omoni molto più robusti di Al piangere le proprie disgrazie eppure quel ragazzino le toccava profondamente il cuore. Sembrava essere fuori luogo, sì… che ci faceva un ragazzo con la faccia d'angelo come lui lì? A Mosca? In un paese dilaniato da guerra e fame, in un quartiere malfamato con la CIA alle calcagna?
-Ti senti meglio?- gli chiese.
Al tirò su col naso e annuì: -Mi scusi…
-Non preoccuparti… ti ha risposto qualcuno?
-Sì…
-Vuoi parlarne?- chiese Marta sedendosi vicino ad Al sul letto.
-Marta non vorrei sembrarle pazzo…
La vecchia rise: -Non ti preoccupare… non sono una che giudica così in fretta!
-Ho sentito una voce… di donna dall'altra parte del telefono… so che si chiama Lee… me l'ha detto la compagnia del telefono… ma Marta… io sono sicuro di conoscere quella donna che mi ha risposto… la sua voce… mi è arrivata dentro risvegliando una parte di me che dormiva penso da tempo… non so come sia correlata a me… ma vede… è da un po' che mi succedono cose strane…
-Uno che si tinge i capelli non può che attirare sciagure!- disse col suo solito sorriso beffardo la vecchia.
-… per esempio prima di part… aspetti… cosa ha detto?- si bloccò tutto d'un tratto il giovane.
-Dai non ti offendere Al…
-Non mi sono offeso… cosa ha detto?
-Io non sono un'amante delle mode di oggi… sono una vecchio stampo… e già non mi piacciono le donne che si tingono i capelli, figuriamoci gli uomini…
Al si alzò di scatto incurante della gamba ferita e senza neanche aiutarsi con le stampelle corse per casa chiedendo a voce alta: -Dov'è uno specchio????
Marta gli corse dietro: -Dove vai scemunito… ti si riapre la ferita!!!
-DOV'E' UNO SPECHIO CRISTO!
Marta si bloccò quasi spaventata dalla rabbia che traspariva dalla sua voce: -…nel … bagno…
Al corse in bagno e si specchiò.
Dopo più di cinque minuti di assoluto silenzio, Marta prese il coraggio a due mani e si diresse verso il bagno. Trovò Al a terra. Le bende della gamba intrise di sangue e lo sguardo perso nel vuoto. Subito si chinò su di lui: -Al… come stai? Figliolo rispondi…
-Chi sono io Marta… chi sono?- chiese prima di svenirle tra le braccia.
---
Riaprì gli occhi anche se non voleva assolutamente rompere quel momento di pace e tranquillità. Restò in silenzio un attimo e si accorse che il mal di testa che l'attanagliava ormai da qualche giorno sembrava essere sparito. Con la voce impastata e la bocca secca sussurrò: -E' il paradiso?
-No è la morfina…- sentì rispondersi.
Non riusciva a muovere un solo muscolo e fu grato di vedere la persona che aveva parlato chinarsi su di lui.
-Marta…- la sua voce era fioca.
-Al, bentornato… sembri la morte in vacanza…
Al sorrise: -Tu sembri la morte… io mi sento benissimo adesso che non ho più mal di testa!
Marta sorrise a sua volta al ragazzo: -Un individuo che si sveglia dal sonno di buonumore e comincia a scherzare come fai tu deve appartenere ad un ceppo sbagliato dell'evoluzione!
-Probabile…
-Comunque non abituarti all'assenza del mal di testa. Ti ho imbottito di morfina… passato l'effetto tornerà anche quello…
-Grazie… potrei fare un altro giro?
-Non se ne parla… rischio di intossicarti…
-Mi intossicherei volentieri… la prego…
-Ehy dammi del tu… prima ti era riuscito bene!
-Ok…
-Sono 3 giorni che sei fuori combattimento…
-Tre cosa?
-Giorni… DAYS si dovrebbe dire nella tua lingua…
La donna passò a controllare la gamba e fu felice finalmente di vedere le bende pulite. Nei tre giorni in cui Al era rimasto senza conoscenza aveva visto fiumi di sangue sgorgare da quella ferita. Non pensava di riuscire a bloccare l'emorragia, e invece aveva torto. Era un ragazzo forte, quell'Al, su questo non si discuteva!
-La prossima volta potresti controllare i tuoi scatti d'ira? Ci mancava poco che morissi dissanguato…
-Mi spiace…
-Chiedi scusa a te stesso non a me! Ora la ferita va meglio ma non permetterò che tu ti alzi per nessuna ragione… per i prossimi sette giorni rimarrai sdraiato a costo di legarti al letto…
-Marta perché fai tutto questo per me?
-Ma… penso che sia spirito di servizio…
-Sei una girl scout?- scherzò
-Potrei darti un calcione sulla gamba se continui a prendermi in giro…
-Come hai fatto a capire che sono tinto…
-Si vede lontano un miglio…
-Riusciresti a farmi tornare naturale?
-Sì…
Al riordinò i suoi pensieri e disse: -Pensi sia possibile che qualcuno mi stia facendo credere di essere un altro?
Marta soppesò la risposta ma alla fine scelse di essere sincera: -Sì… il KGB durante la guerra fredda faceva esperimenti su prigionieri di guerra: mettevano degli impianti nell'encefalo delle persone e non so in base a quale principio riuscivano a cambiargli la mente…
-Pensi che io abbia un impianto in testa?- chiese Al.
Marta si avvicinò e alzò la testa del ragazzo. Poggiò sulle sue labbra un bicchiere e lo esortò a bere l'acqua contenuta.
-No non ce l'hai…
-Come fai a dirlo?- chiese leccandosi le ultime gocce d'acqua sulle labbra. –Non mi hai nemmeno controllato…
-E' stata la prima cosa che ho fatto quando sei arrivato qui… ne ho visti una trentina di pazienti con l'impianto… chi ce l'ha non torna indietro… tu stai tornando indietro…

CAPITOLO 9

Ormai erano passate più di tre settimane dall'arrivo di Al a Mosca. La sua guarigione era stata lenta a causa del fatto che non riusciva a stare fermo un attimo. Marta lo malediceva in russo ogni due minuti. Non aveva mai conosciuto un paziente meno paziente di lui! Al si giustificò dicendo che odiava gli ospedali e tutto quello che glieli ricordavano.
L'anziana allora gli ripeteva:-Pensaci 3 volte la prossima volta… invece di buttarti giù da una finestra prendi le scale!
Al, appena lei voltava le spalle, le faceva il verso con le boccacce. Era diventato un loro piccolo rito, un gioco. Spesso il ragazzo apriva il portafoglio e guardava prima il suo tesserino e poi le foto di sua moglie e di sua figlia. Ma erano davvero sua moglie e sua figlia? Stava impazzendo oppure c'era qualcosa che non andava in quella storia? E poi… l'ultima frase di sua moglie… “Ti amo, qualsiasi cosa succeda… sappi che ho imparato ad amarti…”. Cosa voleva dirgli? Perché piangeva? Non aveva mai pianto… un'immagine invece si fece presente nella sua mente: tre uomini vestiti di scuro che lo massacravano di calci in pancia. Ne era sicuro. Forse tra qualche giorno sarebbe riuscito a ricordare altro. Katy gli aveva mentito: non sapeva collocare temporalmente l'accaduto ma non doveva essere successo tanto prima di quella notte in cui si era svegliato a terra stordito. Ricordava la sensazione dei calci e ricordava la sua immagine riflessa con quel livido. Una settimana forse…
Marta rientrò dal giro giornaliero al mercato e lo trovò, per l'ennesima volta, seduto su una sedia in cucina con quel pezzo di carta in mano. Stavolta oltre al numero c'era un nome, un cognome e un indirizzo.
-Lo sai no?
Al saltò dallo spavento: -Marta mi hai fatto prendere un colpo!
-Scusa… ma se sei della CIA dovresti avere i sensi sempre in allerta…
-Sto perdendo un po' di smalto a forza di stare chiuso qui dentro…- bofonchiò ironico: -…dicevi?
-Dicevo… lo sai che l'unico modo per scoprire chi sei è andare dietro a quel biglietto no?
Al scosse la testa: -Non posso presentarmi a casa di una che mi ricordo solo vagamente di conoscere… che faccio gli dico “Ciao Lee sono Al, per caso sai dirmi chi sono?”
-Potrebbe essere un'idea…
-Sei proprio un'anziana testarda! Proprio come Kevin!
Marta rise mentre rimetteva negli scaffali le provviste: -E chi è questo Kevin? Un altro agente…
-No Kevin è…- la frase gli morì in gola.
Marta si girò a guardarlo preoccupata: -Al tutto bene?
-No… non ricordo chi è Kevin… non è della CIA ne sono sicuro…
-Forse appartiene alla tua vita precedente…
Al si alzò e scaraventò la sedia a terra con forza. Ormai la vecchia si era abituata a quegli scatti d'ira e lo lasciava fare perché era l'unico modo che Al conosceva per sfogarsi. A parte due volte non aveva mai pianto, o gridato… aveva quel mezzo: scaraventava la sedia a terra…
-Non ce la faccio più…- mugolò. Raccolse la sedia e si rimise seduto.
-Scusami Marta… forse dovresti cacciarmi… finirò per romperti tutta la casa…
Marta gli sedette vicino e gli passò una mano nei capelli ormai biondi. Al si girò e la guardò con i suoi bellissimi occhi azzurri.
-Al, non appartieni alla CIA e non appartieni a Mosca. Per me puoi rimanere tutta la vita… ma finiresti oppresso…
-Mi cercano… come faccio a passare il confine?
Marta sorrise mostrando i denti marci: -Ora sì che riconosco lo spirito d'avventura di un agente federale… è la prima volta che me lo chiedi da quando sei arrivato… vuoi davvero attraversare il confine?
-Sì… voglio ritrovare me stesso e vedere se la persona che ero prima mi piace…
-A farti tornare in America ci penso io… ma dovrai stare attento… qualcuno non ti vuole in giro.
-Che significa?
-Continuano a pattugliare l'intera città gli uomini in blu…
-La CIA…
-Sì…
-Intanto dovresti buttare quelle stampelle e riprendere un po' di forza a quella gamba… nel caso dovessi scappare…
-Posso domandarti una cosa?
-Certo… tutto quello che vuoi…
-Pensi che sia possibile che loro mi cerchino per farmi un lavaggio del cervello?
-Bhe Al, ne sono sicura… da quando hanno visto che gli impianti si ritorcevano contro loro stessi hanno iniziato ad usare un altro metodo che però richiede sedute ripetute, indottrinamento no stop…
-A livello di tempo? Quanto ci impiegherebbero?
-Contando anche la tinta? Una volta al mese, per una settimana, forse 5 giorni.
Al ripeté: -Una volta al mese… cinque giorni…- mentre lo diceva si massaggiava lo stomaco.
-Sono convinto che poco prima di svegliarmi a Tokyo ero stato preso da loro… mia moglie… o meglio… quella che dice di essere mia moglie… mi ha detto che mi ero fatto un livido giocando a football con dei miei colleghi… ma io ricordo bene i calci che ho preso… ma qualcosa deve essere andato storto… perché poi mi hanno spedito di nuovo in missione, senza preavviso… e quella dell'hotel che mi voleva drogare… gli uomini armati che mi hanno messo in fuga…
-Al, non fasciarti la testa prima di rompertela ok?
Inaspettatamente Al sbottò a ridere: -No infatti è l'unica parte che ho ancora intera!!!- e rise di nuovo.
Appena vide lo sguardo di Marta si irrigidì…
-Ho detto qualcosa che non dovevo?
-No anzi… sembravi un'altra persona… non avevo mai visto quella luce sul tuo volto… per un attimo eri completamente un altro e poi… non pensavo fossi capace di fare delle battute di spirito…
-Ma io sempre le faccio… soprattutto quando vengo sgridato o ripreso! E credimi i miei amici lo fanno spesso!
-Ti ricordi chi è che lo fa?- insisteva Marta
Al tornò ad essere l'uomo cupo e calcolatore di sempre: -No… non lo ricordo…
-Non mi sembri un uomo che ha bisogno di essere ripreso… l'ha mai fatto tua moglie? O i tuoi superiori?
Al capendo che voleva aiutarlo a ricordare ma sentendosi scoppiare la testa si alzò, baciò la donna in fronte e disse: -Grazie Marta… lo so che lo fai per me ma proprio non riesco ad andare oltre per oggi…mi sdraio un attimo…
-Andrà sempre meglio credimi… se potessi farti un analisi del sangue scoprirei che sei completamente fatto di medicinali che li aiutano a tenerti stretto a loro… quando l'effetto sarà scomparso tornerai come prima… te lo prometto…
Al sorrise e si congedò per andare a riposare.
CAPITOLO 10


Il giorno successivo quando Marta si svegliò sentì dei rumori provenire dalla camera di Al. Guardò il suo orologio scalcinato e vide che erano appena le 7.00. Si alzò e andò a vedere cosa si era inventato stamattina: lo trovò appeso alla trave del soffitto che faceva addominali.
Appena la vide Al scese con un balzo agile e si avvicinò alla donna: -Bhe? Hai detto tu che devo rimettermi in forza no? Che guardi?
-Intanto sono le 7.00 di mattina, te ne rendi conto? Cosa altamente strana per te essere sveglio a quest'ora… E poi pensavo che queste cose si vedessero solo in tv….
Al sorrise: -Ricordo benissimo l'addestramento alla CIA… è tutto il resto che mi sfugge… Marta non voglio sembrarti un codardo ma…
Marta si sedette sul letto e Al fece lo stesso: -Ma?
-Ci ho ripensato… non so che vita mi attende al di là dell'oceano… non so chi sono, perché quelli della CIA mi vogliono far stirare le penne, non so chi sia Lee e Kevin… e… Brian…
-Questo nome è nuovo…
-L'ho sognato stanotte… ma il fatto è che non so da quanto sono fuori da quel mondo e…
-…hai paura…
Al annuì.
-Senti prenditela comoda ok? A me non dai fastidio… quando vorrai andartene…
-Pensavo che potrei cambiare colore ai capelli ancora… fammi crescere la barba… trovarmi un lavoro… vivere qui con te finchè…
Marta scoppiò a ridere: -Al… bloccati… vivi alla giornata ok? Grazie a quello che faccio per la gente ho di che vivere e tu non mi pesi affatto… ma credimi non è sicuro per te ora farti vedere in giro per Mosca…
Al annuì afflitto: -Ok…
Marta si alzò gli diede due pacche sulle spalle e andò a preparargli una spremuta. Nella spremuta fece scivolare qualche goccia si tranquillante e Al si addormentò poco dopo averla bevuta tutta.
-Perdonami… ma tu qui non c'entri nulla…- disse accarezzandogli la guancia con la mano rugosa.
---
Al si risvegliò che era da poco passata l'ora di pranzo. Ancora stordito andò in cucina seguendo l'odore che proveniva dalla pentola sul fuoco.
-Marta…
-Sono qui in cucina Al…
Al la raggiunse. –Cacchio dovevo essere stanchissimo, sono crollato…
-Già… quando ti dico che devi riprenderti non significa che devi alzarti all'alba!
Al sorrise. Chissà se sua nonna era come Marta… chissà se aveva ancora una nonna… una mamma… un papà… una ragazza… scacciò via quei pensieri anche perché fu riportato alla realtà dall'anziana.
-Ci sono un paio di amici che vorrebbero aiutarti.
-In che senso?
-Volevi lavorare?
-Davvero Marta?- chiese contento.
-Sì ma non ti aspettare chissà cosa… ho cercato qualcosa di umile che non attirasse l'attenzione…
-Per me va bene anche andare a spalare letame!- aggiunse il ragazzo.
-Bhe non proprio… ti aspettano domattina alle cinque e venti al mercato rionale: non lavorerai al banco, saresti troppo visibile, aiuterai allo scarico della verdura… fa talmente freddo che potrai coprirti faccia, testa, mani senza destare sospetti. Ma stai attento alla gamba, la ferita si è richiusa ma non voglio trovarti di nuovo insanguinato!
Al abbracciò Marta.
-Come farei senza di te? Oh grazie Marta!!!
La vecchia lo scacciò via impacciata: questi slanci d'affetto la mettevano in imbarazzo.
-Vai a farti una doccia che puzzi come un cammello…- borbottò. Al andò verso il bagno finalmente felice: Marta era la prima persona che sentiva sincera con lui!
---
La mattina successiva alle quattro il ragazzo era già in piedi. Il freddo che trapelava dagli spifferi di quella casa diroccata gli entrava nelle ossa ma si sentiva vivo finalmente… vivo dopo tutto quel sentirsi in trappola…
Lavorare al mercato gli fu d'aiuto: se ne accorse già dal primo giorno. Poteva ascoltare tutto quello che si diceva in giro senza destare sospetti. Una settimana dopo l'inizio della sua “nuova” vita arrivarono al mercato quelli della CIA. Non fecero domande: Al era convinto che già erano passati innumerevoli volte di lì dalla sua fuga in albergo. Continuò a scaricare le cassette con la verdura e con la frutta. Gli passarono ad un soffio ma non lo degnarono di uno sguardo. Inoltre lavorare lo stava aiutando a rimettersi in forza: la gamba ferita era ancora più debole dell'altra ma il muscolo si stava riformando. Ogni tanto doveva fermarsi e sedere per qualche minuto. I suoi colleghi non facevano domande e lo lasciavano fare.
Tornando a casa pensò che forse era il caso di parlare con Marta della visita della CIA al mercato ma quando aprì la porta sentì nell'aria qualcosa di diverso.
Intanto il profumo di the… non il the di Marta fatto con le foglie pestate… ma di the confezionato. Dio, da quanto non sentiva quell'odore. E il caldo… un caldo non normale in quella casa. Marta aveva ospiti altrimenti non spiegava quello spreco di energia che tanto le costava… E poi un profumo inebriante e dolciastro che gli arrivò alla testa e lo fece traballare…
-Ma dai senti quanto è buono…- disse la ragazza
-Lo sai che io a malapena mi lavo…- disse lui storcendo il naso. Le profumerie lo uccidevano.
-Portami da Mc o da Burger e vedrai come seguo gli odori…- l'abbracciò e la baciò sul collo.
Lei approfittò di quel momento per spruzzargli un po' di profumo sulla sciarpa…
-Ehi… ma sei matt… etciù…- starnutì violentemente.
Tra le risa felici della giovane tutto il reparto di profumeria si girò a guardarlo: non riusciva a smettere di starnutire…
-Me la … etciù… pagherai… etciù…-
-Amore mio… così non dimenticherai mai il mio profumo e ogni volta che lo sentirai saprai che io sono vicina a te…
Si lasciò cadere sulla sedia di legno all'ingresso. Una risata di ragazza catturò la sua attenzione e la voce roca di Marta che domandava in un americano ben esercitato se ne volevano ancora. Una voce maschile, giovane e cristallina, dolce e decisa ringraziò e accettò. Al si alzò di colpo e proruppe in cucina togliendosi mentre camminava il giaccone, la sciarpa, i guanti e il cappello…
-MARTA…- disse a voce alta. Tutto si aspettò tranne che quella reazione…

CAPITOLO 11


La scena si svolse al rallentatore nella mente di Al… Lui entrò in cucina chiamando a voce alta, troppo alta, Marta. Appena varcò la soglia si trovò di spalle due persone, un uomo ed una donna mentre Marta era di fronte a lui e stava poggiando la tazza sul tavolo. Aveva un sorriso soddisfatto sulla faccia. Al aveva appena tirato via il cappello quando la ragazza di spalle si voltò con la tazza ancora in mano, vicino alla bocca. Stava sorridendo molto probabilmente per qualcosa detto poco prima del suo arrivo. Non appena mise a fuoco Al, quel sorriso le scomparve dalle labbra, divenne pallida in un attimo e urlò… fece cadere la tazza che si frantumò in mille pezzi e afferrò il braccio del ragazzo vicino a lei. Al stava per urlarle dietro qualcosa di sconveniente riferito ad una signora, quando visualizzò meglio quel viso d'angelo. Non fece in tempo a fare o dire niente che sentì un'esclamazione uscire dalla bocca dell'altro personaggio…
-Santo Dio… non può essere… tu sei…
Quella frase rimase così sospesa per interminabili secondi in cui i tre si guardavano a vicenda senza capire cosa dovevano fare. Erano legati e questo lo sapevano tutti e tre… ma Al non sapeva cos'era quel filo che li univa e Brian e Lee non potevano accettare, dopo tutti questi anni, che lui fosse lì, vivo e vegeto, in buona salute… in ottima forma anzi era il termine giusto.
La prima a muove un passo verso di lui fu la ragazza. Si avvicinò e Al si chiese cosa cazzo avesse da tremare: era così orrendo? Eppure lui si trovava attraente…
I suoi pensieri furono interrotti dalla mano di lei: era lì davanti che piangeva disperatamente mentre gli passava una mano sul volto. Arrivò l'altra mano e iniziò a percorrergli tutto il viso accarezzandolo tremante: la mano destra si fermò su una cicatrice che aveva sopra l'occhio. Se l'era fatta durante una sparatoria. Era in India. Al non sapeva che fare: non voleva interrompere quel contatto perché gli passava calore nel cuore… ma d'altra parte si sentiva in imbarazzo: chi erano quei due? E perché Marta se la stava sghignazzando?
Non si accorse neanche che la sua bocca si aprì per dire una sola parola: -… morto…
La ragazza bloccò ogni movimento e lo guardò impietrita.
Anche l'altro ragazzo che lo guardava senza espressione e pallido come un fantasma, era inebetito dalla sua vista.
-Io ero morto…- ripeté.
La ragazza barcollò e Al fu lestissimo a sorreggerla prima che potesse cadere a terra. Guardò Marta e il biondino ebete. Aveva tra le braccia una splendida donna, svenuta, che soltanto toccandogli la faccia gli aveva fatto provare sensazioni che non ricordava di aver mai vissuto con quella che doveva essere sua moglie…
-Bhe che cazzo guardate?- proruppe: -Marta dove la porto?
-In camera tua…- disse la donna aprendo per la prima volta la bocca dal suo arrivo.
-In camera di CHI?- disse Al.
-Senti non ho un castello… per cui… mettila sul tuo letto…- dicendo questo riempì la bacinella di acqua e ci mise dentro una pezza.
-Allora andiamo?- disse Marta impaziente facendo un gesto a Al.
Al l'adagiò sul letto e Marta si girò a guardarlo: -Bhe? Che ci fai qui? Vattene di là…
-Marta chi sono? Perché si sono spaventati quando mi hanno visto? Perché hanno detto che ero morto?
-Perché per noi lo sei… Nick… da almeno 3 anni…
Al si girò a guardare il ragazzo che aveva parlato. Stava sulla porta con le braccia lungo i fianchi ed aveva ancora la faccia di uno che aveva visto un fantasma…
-Scusami ma io mi chiamo Al… Albert Browning…
-Nick ti riconoscerei tra mille… la tua voce, le tue mani, i tuoi lineamenti… non sei un sosia di Nick… tu sei Nick…
-Senti scusa se mi sto per incazzare…- disse iniziando ad alzare la voce: -… ma ho poche certezze ultimamente nella mia vita e tu chi cazzo sei per venire qui e mettermi ancora più dubbi in testa rispetto a quelli che ho già? CHI CAZZO SEI?- urlò spintonando Brian a terra.
-Sono Bri… Nick… Brian…- disse rialzandosi.
-Chi?
-Frack guardami… ti prego… guardami negli occhi… sono Frick…- lo supplicò più con lo sguardo che con la voce.
-Senti io non so chi sia questo Frick, Frack, Nick o Brian… per cui…-
Brian iniziò a piangere sommessamente.
-OH CAZZO… MA POSSIBILE CHE OGGI STO FACENDO METTERE TUTTI A PIANGERE?- proruppe di fronte a quella scena.
-Al piantala…- disse Marta.
-Perché tu e Brian non ve ne andate in cucina? Qui c'è una ragazza che non si sente bene…
Al la guardò e annuì uscendo. Brian guardò Marta che gli fece un enorme sorriso sdentato di incoraggiamento.
-Va da lui…
Brian le sorrise, si asciugò le lacrime e andò.
In cucina Al si era già seduto con le spalle alla porta. Brian sorrise faceva sempre così quando non voleva parlare: sceglieva una posizione che escludeva tutti e tutto dalla sua vista.
-Vuoi una tazza di the?- chiese Brian -Marta l'ha fatto da poco…
Al annuì in silenzio. Brian trafficò per qualche attimo e mentre si girava per offrirgli la tazza Al aggiunse: -Scusa ma io lo bevo con molto latte e 4 cucchiaini di zucc…
La frase gli morì in gola quando vide il suo the già mescolato con il latte e Brian con un sorriso soddisfatto sulle labbra: -Lo so come ti piace…
Al si alzò lasciando il ragazzo con la tazza in mano e uscì prendendo il cappotto e sbattendo violentemente la porta.
Marta corse verso la porta e fermò appena in tempo Brian che lo stava per seguire.
-Lascialo andare, conosce Mosca meglio di te… ed è abituato questo freddo…
Brian si rassegnò e andò da Lee.

CAPITOLO 12


Brian era al capezzale di Lee quando si svegliò.
-Bentornata…- bisbigliò.
-Che ore sono Bee?- disse la ragazza toccandosi la fronte e guardando l'amico confusa.
-Le undici di sera… hai dormito un bel po'.
-Dove siamo?
-Lee siamo in Russia… a Mosca…
In un attimo le tornò in mente la strana telefonata ricevuta tempo prima da una signora che la invitava ad andare a trovarla insieme a Brian e Kevin perché avevano un amico in comune, Kevin che non era potuto andare perché Kris stava avendo il loro primo bambino, l'ambasciata, il visto… e quell'uomo… quel clone di Nick che la guardava…
-Dov'è Nick?- disse alzandosi di scatto.
-E' uscito poco dopo che sei svenuta… abbiamo avuto un piccolo scontro verbale…
-Brian è lui…
-Sì Lee lo penso anche io… ma non ricorda nulla… o almeno è molto confuso…
-Forse dovremmo dirgli di…
-No…- la bloccò Brian: -…dobbiamo prima accertarsi che sia lui veramente e riportarlo a casa…
In quel momento la porta di ingresso si aprì per poi richiudersi subito dopo. Brian e Lee si guardarono sentendo i passi avvicinarsi. Lee ricordava persino la camminata di Nick, il rumore dei suoi piedi sul parquet della sua adorata barca…
Al bussare Lee timidamente rispose: -Avanti…
Nick… Al… chiunque fosse… era lì affacciato alla porta ancora coperto dalla giacca a vento e dalla sciarpa. Aveva il volto rosso dal freddo polare.
-Mmmm… volevo… solo vedere se ti… eri ripresa…
Lee lo guardò e sorrise: -Sì… grazie sto meglio… ormai noi ci incontriamo sempre così… è buffo come la storia si ripeta…
-Bhe forse… non ricordo di averti incontrata prima ma la tua voce non mi è nuova… tu sei quella che mi ha risposto al telefono tempo fa…
-Eri tu?- chiese stupita.
-Mmm… sì…
-Perchè non hai parlato?- lo incalzò dolcemente.
-Non avevo molto da dirti… non ricordo nulla… ho solo qualche ricordo sparso ma nulla di ben definito…
-Vuoi che ti aiutiamo a ricordare?- chiese Brian.
-Non stasera… per favore…- abbassò lo sguardo.
Marta si fece spazio tra la porta e Nick: -Tocca che ci sistemiamo… non è che ho quattro letti…
-Loro due possono dormire nel mio letto e te nel tuo…- disse Al.
-E tu?- domandò Marta.
-Sulla sedia qui o in cucina…
-Ma no…- tentò di protestare Lee.
-Ci sono abituato… quando montavo di turno con la CIA succedeva spesso…- sorrise.
Al uscì per andare a prendere delle coperte nell'armadio di Marta mentre Lee guardò Brian cupa: -La CIA? Che c'entra?
Marta: -Domani faremo una bella chiacchierata ok?
Brian annuì: -Ok… vado a prendere le valigie così possiamo cambiarci… grazie Marta…- disse abbracciando la donna: -…la ringrazio per averci dato questa possibilità…
Marta sorrise e se ne andò in camera a dormire.
A causa del fuso orario Lee e Brian crollarono poco dopo mezzanotte. Al invece non riusciva a dormire…
---
Era in palestra. Una palestra molto inn. Le ragazze erano vestite più che da lezione di spinning da ballo di fine anno. E lui era disgustato. Non ricordava come si era potuto lasciare convincere da A.J. a frequentare quel posto…
-Ricordi? Le ragazze…- suggerì l'amico andando ad abbracciare due sue conoscenze.
Lui rise e si incamminò con l'asciugamano al collo verso le cyclette. Fu allora che vide una ragazza inciampare e cadergli letteralmente ai piedi. Lui non potè fare altro che vederla piombare al suolo. Non fece in tempo a muovere le braccia per pararla, infatti le mani gli rimasero aggrappate all'asciugamano! In un attimo l'istruttore le fu vicino, mentre un capannello di gente stava ridendo. La ragazza fu portata in infermeria. Dopo una mezz'oretta l'istruttore uscì dalla sala medicazioni e lui l'avvicinò per sapere come stava.
-E' un suo amico?
-Sì…
-Bhe allora vada a consolarla… il suo orgoglio è letteralmente a terra…
-O…Ok…
Bussò alla porta e sentì una vocina rispondere di entrare.
Si frappose tra la porta e lo stipite giusto in caso lei non avesse intenzione di parlare con uno sconosciuto.
-Ciao…- disse
Lei lo guardò: aveva la faccina rossa dalla vergogna e un bernoccolo in testa.
-Chi cerchi?
-Te…
-Me?
-Mi sei caduta davanti…
-Oddio…- due lacrime le rigarono il viso e lei si sbrigò ad abbassare lo sguardo.
-Non piangere… volevo solo… bhe credo volessi solo accertarmi delle tue condizioni… stai bene?
-Levato il fatto che è la prima e l'ultima volta che metto piede qui… sì grazie sto bene…
-Posso entrare?
-Fa come vuoi…
Entrò e si sedette sulla sedia vicino alla barella.
-Come ti chiami?
-Lee…
-Ciao Lee, io sono Nick…
-So benissimo chi sei e questo rende il tutto molto più imbarazzante…
Nick le sorrise: -Ma dai… capita a tutti…
-Senti sono proprio sfigata… ho vinto con un concorso una giornata in questa lussuosa palestra… vengo qui con la speranza di incontrare qualche vip… ok… no qualche vip… VOI… vedo te e Aj e che faccio? Ti crollo davanti?
Lei era umiliatissima. Nick non riuscì a trattenere una risata.
-COSA C'E' DA RIDERE?
-Scusa Lee… è che sei così carina mentre cerchi di giustificarti… penso che se lo avessi fatto a posta a cadermi davanti non ti sarebbe riuscito altrettanto bene…
-Ma non l'ho fatto a posta! Ti avevo perso e mi stavo guardando intorno per vedere che fine avevi fatto e non ho visto il piede della cyclette…
Nick rise di nuovo.
-Senti ora basta piangere ok?- si tolse l'asciugamano e le asciugò le lacrime: -Non preoccuparti non c'ho sudato… io odio le palestre!
Stavolta fu Lee a sorridere.
-Che ne dici se andiamo fuori a prendere un bel the su Sunset Boulevard?
-Mmmm… una cioccolata calda?
-Ok… non volevo essere il solito maiale…
Lee sorrise: -Dammi il tempo di cercare l'uscita secondaria…
-Meglio… esci mano nella mano con me e nessuno ti dirà niente…
Da allora non si erano più lasciati… almeno fino a quando non era successo qualcosa che li aveva divisi… ma cosa? La vita che ricordava era la sua? O di qualcun altro?
Ma Lee era lì e vicino a lei Brian…

CAPITOLO 13


Rimase fino alle quattro di mattina a guardarli seduto sulla sedia di fronte al letto. I loro volti erano illuminati dalla luna che entrava dalla finestra. La stessa luna che gli aveva fatto compagnia quando era ferito… adesso sfiorava le guance della ragazza e quelle del suo amico che dormiva tenendola stretta tra le braccia.
Si alzò e, inginocchiandosi vicino al suo volto, le passò un dito sulle labbra. Come se fosse sveglia gli rispose con un sorriso. E Al non potè fare altro che contraccambiare, sentendosi un po' cretino visto che non ricordava cosa era per lui quella Lee. Prese la giacca ed uscì.
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-Buongiorno Marta…- bisbigliò Lee entrando in cucina circondata da una calda coperta di lana.
-Buongiorno cara… siediti, qui c'è un po' di the caldo.
-Mmmm mi sembra ottimo!- disse la ragazza sedendosi su una sedia e avvicinandosi il più possibile le gambe al petto per tenersi calda.
-Fa freddo in Russia vero?- sorrise sdentata la vecchia.
-Se lei conta che io sono abituata alla California… decisamente non sono un tipo invernale…- rise.
-Sarà stato difficile per Al abituarsi i primi tempi…- le porse la tazza fumante.
Lee divenne pensierosa al sentir nominare Nick. Prese la tazza e si riscaldò entrambe le mani in silenzio.
-Lee… forse dobbiamo parlarne… non vuoi?
-Parlare di cosa?- una voce alle spalle delle donne le fece quasi sobbalzare.
-Ti sei svegliato anche tu Brian!- lo accolse Marta porgendo anche a lui una tazza fumante.
-Buongiorno signore… Nick dov'è?
Lee sorrise mentre avvicinava alle labbra la tazza: per Brian ogni due parole c'era un “Nick” in mezzo.
-Parlavamo proprio di lui… gli ho trovato un lavoro al mercato rionale. È lì dalle quattro conoscendolo… tipo molto pignolo e puntuale…
Brian si accomodò su un'altra sedia ridendo: -Chi Nick? Devono avergli fatto il lavaggio del cervello allora… mai stato puntuale in vita sua…
Lee si unì alla risata allegra del biondino ma Marta era rimasta serissima. Allora i due capirono ma fu solo Brian quello che riuscì a dare parola ai loro pensieri: -Oh Dio… gli hanno fatto davvero il lavaggio del cervello…
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Quella di Brian voleva essere una battuta, ma man mano che Marta parlava capirono che non era andato molto lontano dalla verità.
-Ho accolto Albert in casa mia in un giorno in cui a Mosca faceva un grandissimo freddo, circa un mese e mezzo fa. Tornavo dal giro delle visite che faccio spesso ad alcuni vicini quando ho visto un uomo a terra. Era ferito. Aveva del sangue che gli scendeva da una benda di fortuna legata ad un polpaccio. Gli ho chiesto se voleva una mano. È un bravo ragazzo… me ne sono accorta subito: mi ha detto di lasciarlo lì perché per me lui era solo un guaio… ma io so essere molto testarda… e poi curo gente che è nei guai da una vita… profughi, prigionieri scappati. I primi giorni è stato molto male. Non ha ripreso conoscenza per diversi giorni. La ferita al polpaccio non si richiudeva e poi era molto agitato. Aveva una brutta polmonite. Quando si è ripreso ha voluto un telefono, aveva il tuo numero in tasca.
-Era quello della casa dove vivevamo insieme…- la corresse con le lacrime agli occhi.
-Infatti, ho sentito che parlava con il servizio abbonati, è riuscito ad avere il tuo nuovo numero. Ti ha sentita ed è entrato in crisi. Non riusciva più a capire chi era, chi erano le persone di cui poteva fidarsi.
-Marta, cosa c'entra la CIA?- chiese Brian.
-Quando è svenuto il primo giorno che è arrivato, gli ho aperto il portafoglio. Ha un tesserino della CIA intestato ad Albert R.Browning. E' un agente… almeno questo è quello che la CIA gli vuole far credere. Sono riuscita a ricostruire qualcosa in questo mese… non è un tipo che parla molto di sé…
-Tipico di Nick stavolta…- la interruppe Brian.
-Abita in Giappone, a Tokyo. Ha una moglie e una figlia…
-Cosa?- sbottò Lee.
-Lee… è probabile che sia una copertura anche quella… non mi hai mai parlato di come si sono conosciuti con la moglie o della nascita della bambina… quello toccherà a te scoprirlo se lui vorrà lasciarti entrare… Comunque è di istanza a Tokyo. Lo hanno chiamato due giorni prima di arrivare a Mosca per una missione urgente. Atterrato qui hanno tentato di ammazzarlo. O per lo meno di catturarlo. Ancora adesso è ricercato. Gli uomini in blu passano spesso per il quartiere.
-Ma non è pericoloso allora mandarlo a lavorare?
-Lì è ben coperto Brian, c'è gente di cui mi fido e poi da quel punto può guardare senza essere notato… Sono quasi sicura che gli abbiano fatto il lavaggio del cervello… lui ha ipotizzato la presenza di un impianto ma fortunatamente non ne ha.
-Scusaci Marta, ma cos'è un impianto?- chiese Lee.
-Durante gli anni della guerra fredda i russi e gli americani mettevano degli impianti nell'encefalo dei prigionieri per poterne controllare la mente. Neanche a dirlo… non furono esperimenti proficui… morirono in tanti, altri rimasero vegetali per errori operatori, a quelli a cui è andata meglio hanno cambiato totalmente vita e non sanno nulla su chi erano prima di sdraiarsi sul tavolo operatorio. Nick… Al… non ha un impianto ma sono convinta che sia una cavia… ora non so perché hanno scelto lui… ma chi è sotto l'influsso del lavaggio del cervello ha bisogno di sedute frequenti che si diradano negli anni fino a quando il soggetto si convince che quella che vive è la sua vera vita.
-Mio Dio…- esclamò Lee: -…non tornerà più il Nick di una volta…
-No… non pensarla così. Io credo che stia già tornando. Intanto non si sa come faceva ad avere il tuo numero… quando l'ho trovato a terra ce l'aveva in mano, stretto… non è mai riuscito a spiegarsi dove l'aveva preso, poi mi ha nominato gente che non lavora con lui… un certo Kevin e anche te Brian… si ricordava il tuo nome. È sicuramente sotto effetto di droghe molto potenti. Molto probabilmente gli venivano somministrate nei pasti o nelle bevande. Piano piano il suo corpo sta espellendo tutto. E più passano i giorni più ricorda.
Brian si alzò incapace di stare ancora seduto: -Cosa possiamo fare per lui?
-Riportarlo a casa… e aiutarlo a scoprire la verità.
CAPITOLO 14

Quando tornò da lavoro erano le sette di sera. Aprì la porta e si trascinò dentro stanco. La gamba gli faceva male, ma anche i muscoli delle braccia erano indolenziti.
Si tolse il giaccone, la sciarpa, i guanti, il cappello e una delle felpe che indossava. Sentiva appena dei brusii provenire dalla cucina. Andò prima in bagno a svuotare la vescica e a lavarsi le mani. Poi non potendo rimandare ancora l'incontro si presentò in cucina. Si fermò sulla porta e le voci dei commensali tacquero. Si girarono tutti e tre a guardarlo, lui si passò una mano tra i capelli e disse :-Scusate il ritardo…
Marta gli sorrise: -Vieni siediti, dopo 13 ore di mercato sarai distrutto.
Lee gli sorrideva e anche Brian. Il suo posto era accanto a Marta e davanti ai due nuovi arrivati.
L'anziana si alzò per prendere una pentola che stava sul fuoco.
-Potevate mangiare… mi spiace avervi fatto fare tardi…
-Abbiamo preferito aspettarti.- lo apostrofò Marta bonariamente.
Lee si fece coraggio: -Com'è andata la giornata?
Al dapprima la guardò in silenzio, poi le sorrise dolcemente con quel modo tutto suo di alzare un lato della bocca: -Pesante ma bene… grazie, e la vostra?
-Marta non ci fa uscire di casa!- rise Brian.
-Vorrei vedere… non posso mandare in giro due americani sprovveduti! Attirereste l'attenzione!- si giustificò la vecchia mettendo davanti ad Al il piatto di minestra.
-Se è Marta a farvi da guardiano vi credo… scapparle è impossibile!- disse gioviale Al.
Il resto della cena si svolse quasi in silenzio: ci furono tentativi di conversazione sul tempo, sulle ultime notizie dei giornali, ma nulla di più.
Finito il pasto Al si stava alzando per aiutare Marta come al solito a sparecchiare e a lavare i piatti ma una fitta alla gamba lo fece trasalire e si dovette sedere di peso nuovamente.
-Nick…- in un attimo Lee gli fu vicino.
Al sentiva il profumo di quella donna vicino a lui e aveva l'impulso di alzarsi ed abbracciarla. Invece riuscì solo a dirle: -Mi chiamo Al… per favore…
Lee annuì sconsolata e si ritirò non appena Marta gli posò una mano sulla spalla: -Andiamo in camera mia e fammi dare un'occhiata… scusateci- disse riferito ai due americani.
Brian strinse il braccio di Lee: -Non sembra lui vero?- disse vedendoli allontanarsi.
-No… a volte è la persona che conoscevo a volte no. Hai visto quando ha sorriso?
-Già. Sembrava il vecchio Nick…
Sparecchiarono in pochi minuti. Lee si allontanò per andare in bagno. La stanza di Marta era vicina alla toilette e la porta era socchiusa. Si avvicinò poggiandosi con le spalle al muro per sentire cosa si dicevano.
-Non è una buona cosa stare fuori tutto il giorno…
-Scusami Marta, non avevo voglia di tornare a casa, non ti ho neanche avvertito…
-Georghe mi ha tenuta informata durante tutta la giornata. Non ero preoccupata… dai fammi vedere…
Lee si affacciò per vedere cosa stava succedendo. Al era sdraiato sul letto a pancia in sotto, Marta invece gli aveva tirato su il pantalone per poter togliere una calza elastica che gli copriva il piede e tutto il polpaccio. Sotto alla benda elastica Lee vide una profonda cicatrice che gli correva da appena sotto il ginocchio fino quasi al tallone. Si portò una mano davanti alla bocca per non urlare.
-Guarda testone… è infiammata… hai fatto pausa ogni ora?
-Sì…
-Sii sincero…
-No… non l'ho fatto.
Marta si passò una mano tra i denti come per fermarsi da uno schiaffone: -Hai lavorato 13 ore in piedi senza mai fermarti Al?
-A pranzo mi sono fermato…
La vecchia iniziò a sgranare una serie di parole in russo e Lee pensò di aver capito di cosa si trattava… si meravigliò nel sentire Al risponderle con la stessa lingua. Aveva sentito più volte Nick parlare tedesco o spagnolo. Ma il russo era difficile. E lui lo stava parlando come se fosse la sua lingua madre. Richiamato da quelle chiacchiere anche Brian l'aveva raggiunta e la stava abbracciando da dietro.
I due passarono di nuovo all'inglese: -Domani te ne stai a casa… avverto Georghe.
-Marta per favore…- il tono di Al era supplichevole.
-E' inutile rimandare ok? Prima o poi dovrai dirgli qualcosa a parte ciao come state e che avete fatto oggi… per stasera dormi qui a letto, starò io in cucina!
-Non se ne parla nemmeno!- l'aggredì Al.
-E' casa mia e comando io!- detto questo gli fece un'iniezione e lo guardò sorridente.
-Non l'hai fatto vero?
-Certo che sì… buonanotte…
-Domani me la pagherai…- sbiascicò Al prima di cedere il passo all'oscurità.
---
L'odore del caffè gli arrivò pungente alle narici. Era decisamente caffè americano. Si stiracchiò nel grande letto matrimoniale di Marta e si mise a sedere. Mosse il piede con cautela ma fu felice di notare che andava tutto bene. Non aveva dolori al polpaccio. In fondo forse non sarebbe stata una brutta giornata.
Si alzò e vide dei panni piegati sulla sedia vicino alla scrivania ed un biglietto con la calligrafia dell'anziana: “Per farmi perdonare. Buona giornata!” . In effetti indossava ancora i vestiti da lavoro della sera precedente! Li prese e si chiuse in bagno. Lasciò scendere l'acqua sulla schiena e si strofinò ben bene il corpo. D'un tratto un ricordo gli tornò in mente: erano in uno spogliatoio, erano in cinque. Uno di loro, tatuatissimo, stava facendo la lap dance con la doccia mentre rideva e diceva frasi sconclusionate. Ricordò una frase che gli disse: “Ehi Nick durante il prossimo show facciamoci montare due pali… e vaiiiiii”. Nick… il suo vero nome era Nick. Iniziò a sbattere la testa contro le mattonelle più e più volte. Quando finalmente l'emicrania arrivò chiuse l'acqua, si asciugò ed uscì dal bagno.
Si affacciò in cucina e notò Lee indaffarata al lavello.
-Buongiorno… -le disse.
-Buongiorno a te Al!- Lee aveva deciso, su consiglio di Marta, di andarci piano ed assecondarlo. Era fin troppo calmo in confronto a tutto ciò che gli stava succedendo.
-Hai visto Marta?
-E' uscita un'oretta fa con Brian, posso aiutarti io?
-In effetti vorrei strozzarla per lo scherzetto di ieri sera… non penso che meriti di essere strozzata tu al suo posto…- sorrise.
-Lo scherzetto della morfina? È stato divertente…
Al la guardò torvo. Lee si sbrigò ad aggiungere: -Almeno per noi… intendevo…
Il ragazzo si sedette sul tavolo e chiese: -C'è un po' di caffè?
Nick saltò a sedere sul tavolo della cucina passando prima a dare un pizzicotto sul sedere della sua ragazza Lee: -C'è un po' di caffè, amore?
Lee si girò a bocca aperta: -Certo AMORE e c'erano anche dei biscotti prima che tu li sfragnassi saltandoci col tuo bel culone sopra!
Al di istinto si girò alzando una natica per volta per vedere se aveva schiacciato qualcosa e quando tornò a guardare Lee lei era di fronte a lui con una tazza di caffè in una mano e un piattino con alcuni biscottini dall'altra: -Non li metto più sul tavolo della cucina quando so che ci sei tu in circolazione…

CAPITOLO 15

Bevve il caffè in silenzio continuando a guardare Lee che, a sua volta, lo fissava appoggiata al lavandino.
-Dobbiamo parlare…- alla fine disse.
-Al se ti senti pronto… e se preferisci che io vada via…
-Non dirlo neanche…- le disse d'impeto: -Almeno non ancora… è che è tutto così difficile Lee…
Lei gli si avvicinò e si sedette sul tavolo vicino a lui. Lo guardava in silenzio, voleva lasciargli il tempo di pensare, senza forzarlo.
-Ci hanno lasciati soli di proposito vero?
La ragazza sorrise: -Sì… ti dispiace?
-Come dice Marta non posso scapparvi per sempre… solo che vorrei… Lee io non so se quello che mi dici tu o che mi dice Brian è la verità. Sembrate dei tipi in gamba… ma la mia vita, almeno per quello che ricordo, è un'altra adesso…
-Non ti ricordiamo nulla?
-Ho dei flash… ne ho avuto uno quando ho sentito la tua voce al telefono, e uno poco fa nella doccia riguardo una storia di lap dance… e adesso con i biscotti… però è confuso, non riesco a definirlo… vanno e vengono e non mi danno il tempo di connettere… di fare collegamenti. Mi capisci?
Lee lo studiò per un attimo poi scosse la testa: -Sarei ipocrita se ti dicessi che ti capisco… io so solo che mi basta vederti, parlarti, solo prepararti il caffè… è successo tutto così in fretta Nick… Al… scusami…
-Ho bisogno di sapere chi pensi che io sia…- disse continuando a fissarsi le scarpe.
Timidamente la ragazza gli passò un braccio intorno alla spalla. Vedendo che non era refrattario a quel contatto lo strinse un pochino, fino a cingerlo davanti anche con l'altro braccio. Inaspettatamente Al gli posò una mano sul braccio e si lasciò trasportare da quel calore, dal profumo e dai battiti accelerati del cuore di Lee.
-Grazie…- le disse.
-E di cosa?
-Di questo abbraccio… era un po' che non ricevevo affetto… ti va di andarci a sedere di là in camera?
-Ok…
Al scese con un balzo dal tavolo e prese per la vita Lee e l'aiutò a fare altrettanto. Poi prese la sua tazza e quella della ragazza, le riempì nuovamente e fece strada verso la cameretta.
Seduti sul letto con la testa poggiata al muro e il caffè bollente tra le mani. Aspettavano tutti e due di trovare la chiave giusta per iniziare quella conversazione.
-Non volevo restare a casa oggi con te… è per quello che Marta mi ha sparato la morfina…
-Ma non ti fanno male tutti questi medicinali?
Al rise di cuore: -Ci vuole ben altro per ammazzarmi credimi!- la sua risata si interruppe quando girandosi vide Lee che lo fissava con gli occhi pieni di lacrime.
-Io pensavo fossi morto…
Si passò una mano tra i capelli e fece una boccaccia: -Non è stato un esordio felice… allora vediamo… mi chiamo Albert, o per lo meno così mi chiamano tutti da un po' di tempo… non ho ricordi della mia giovinezza… mi ritrovo qui, a 30 anni senza sapere come ci sono arrivato…
-Ne hai 28…
-Mmmm scommetto che non sono nato il 23 Agosto del 1978…
-Dio che gusto dell'orrido!- disse stavolta con rabbia.
-Ho detto qualcosa di male?
-Il 23 agosto del 2002 la tua barca è saltata in aria con te dentro…
-Insomma la mia rinascita…
-Sei nato il 28 gennaio del 1980…
-Però così mi confondi Lee… facciamo che prima racconto io e poi tu?
Lei gli sorrise: -Ok…
-Sono posato con Katy ed ho una bimba di due anni, Milene…- Lee si irrigidì e Al lo percepì: -… Ehi quello che ti racconto è quello che ho vissuto negli ultimi anni… ricorda… non ho chiaro il confine tra la bugia e la verità…
-Ad essere sincera non l'hai mai avuto chiaro…
-Raccontavo un sacco di cazzate?
-Diciamo che preferivo vederti come un ragazzo ricco di immaginazione!
-Bhe grazie allora! Mi sa che tu faresti sembrare un gentleman perfino Jack lo squartatore… comunque… lavoro per la CIA da sempre… così mi ricordo… e dal 2002 sono di istanza a Tokyo.
-Posso chiederti cosa fai per la CIA?
-Vuoi sapere se sono un assassino?
-Anche…- sussurrò appena.
-Lee… io mi occupo di spionaggio internazionale… o dovrei dire mi occupavo… e sì… mi è capitato di uccidere, e lo rifarei visto che grazie a quegli omicidi sono ancora vivo… parlo 8 lingue…
-OTTO LINGUE?
-Sì cosa c'è di strano? Francese, inglese, italiano, spagnolo, russo, arabo, greco e tedesco… cos'è quella faccia sorpresa?
-Mio Dio… sbagliavi perfino a parlare americano…- ridacchiò Lee.
-Bhe ora ne parlo otto…- disse un po' sulla difensiva.
-Scusami Al… per me è normale fare i confronti con la persona che conoscevo io e… te…
-Siamo così diversi?
-Non lo so ancora… ma ti prego continua… perchè sei qui in Russia se eri di istanza a Tokyo?
-Ecco… è da qui che sono iniziati i problemi… tempo fa mi sveglia sul ciglio di una strada a Tokyo, ero tutto intero ma allo stesso tempo non mi sentivo io… lì mi sono accorto di avere quel numero di telefono. Sono tornato a casa, mia moglie si è presa cura di me. avevo qualche linea di febbre. Avevo un enorme livido sul fianco e lei mi disse che me l'ero fatto giocando con alcuni colleghi ma io ricordavo i calci… ricordavo il dolore e l'impossibilità di rispondere a quell'attacco… andai al bagno a lavarmi e mi ricordo di aver toccato la spalla convinto di trovare un tatuaggio… invece non c'era nessun tatuaggio. Poi mi sono guardato meglio e ho pensato che avevo proprio un gusto dell'orrido…
-Perché?
-Per via di questi…- così dicendo si alzò la maglietta e Lee vide i tatuaggi raffiguranti dei piedi indiani stilizzati. Allungò una mano e ne toccò prima uno e poi un altro. Al vide che era molto emozionata.
-Posso?- gli chiese.
-Prego…
Così dicendo Lee gli tolse la maglietta e percorse la sua schiena e le braccia, passo al polso e poi chinandosi alla gamba.
-Tutto bene Lee?
-Ti… hanno tolto… tutto… hanno lasciato solo questi…
-Conosci questi tatuaggi?
-Li hai fatti per ricordare tua nonna che faceva parte di una tribù indiana… poi avevi tatuaggi sulla schiena, sulle braccia, sul polso e su una gamba… ma non c'è più nulla…
-Sarà un'altra domanda che dovrò fargli se mai avrò modo di affrontarli…- gli sorrise e si rivestì: -Dopo qualche giorno mi hanno spedito in Russia. Non succedeva mai che io partissi senza almeno una settimana di preavviso. Ero preoccupato… ma essere preoccupato fa parte del mio lavoro… in hotel hanno tentato di assalirmi, non so se per uccidermi oppure no. Mi sono buttato giù dalla finestra ma mi sono ferito gravemente al polpaccio. Mentre scappavo mi sono reso conto che il mio cellulare era sorvegliato da una cimice della CIA. Me ne sono disfatto e ho corso più che potevo. Arrivato qui sotto sono crollato… lì mi ha trovato Marta che mi ha raccolto e si è presa cura di me…
Lee lo osservava in silenzio: -Sì Al…
-Sì cosa?
-Mi hai chiesto se sei diverso dall'uomo che conoscevo… e la risposta è sì… tu frignavi anche sono per un po' d'aria nello stomaco… parlavi a malapena una lingua, inciampavi in continuazione, eri sempre agitato… una conversazione con te durava 15 minuti… il quarto d'ora di pausa dalla play… non sapevi cosa fossero le cimici se non insetti figuriamoci se eri capace di disfartene… non ti vedo nella parte di James Bond…
-Hai paura di quello che sono adesso?
-No… non potrei mai avere paura di te…
-Perché quando sto con te sento solo tanta pace Lee? Perché mi emoziona il tuo profumo? E il tuo sorriso? Lee, chi sei?
-Ci dovevamo sposare… vivevamo insieme da qualche mese… tu eri un cantante famoso. Eri un elemento dei Backstreet Boys… cantavi per vivere… e ti riusciva bene. Ci siamo conosciuti in palestra… ci siamo frequentati e non ci siamo più lasciati. Una mattina sei uscito con la barca, eri strano, preoccupato. La sera prima avevi pianto. Ho sentito solo un boato… e tu non c'eri più.
Rimasero ancora una volta in silenzio e alla fine lui disse: -Mi sono ricordato di Aj prima in bagno che ballava la lap dance…
-Tipico di lui…- rise Lee.
-Mi sono ricordato che mi chiamava Nick…
La ragazza sorrise.
-Se ti fa piacere puoi chiamarmi così…


CAPITOLO 16

Marta e Brian tornarono per l'ora di pranzo con alcune borse della spesa. Il volto di B-Rok era completamente coperto da sciarpa e cappello.
-Ehi cosa ti è successo?- chiese Lee divertita.
-Non potevo correre il rischio che lo riconoscessero…- borbottò Marta infilandosi in cucina per preparare il pranzo. Rimase interdetta quando vide Al ai fornelli e la tavola già apparecchiata.
-Abbiamo pensato che sareste tornati infreddoliti e affamati…- disse Al.
-Ma tu guarda…- si stupì l'anziana. Comunque non le rimase null'altro da fare che sedersi ed essere servita.
Pranzarono in un clima più disteso rispetto al giorno precedente. Lee moriva dalla voglia di raccontare a Brian le novità che erano successe quella mattina, per cui appena lavati i piatti si chiusero in camera.
Al invece era rimasto in cucina con Marta. Aveva la faccia di uno che stava pensando alle mille opzioni possibili per sfuggire a quella persecuzione.
-Oggi sono stata da Kamil con Brian…- interruppe i suoi pensieri Marta.
-Perché lo hai portato lì? Potrebbe essere pericoloso per lui…
-Quando ho telefonato e gli ho chiesto di venire, gli ho chiesto di farlo con un'identità fittizia. Grazie al cielo gli è stato possibile recuperare un paio di passaporti falsi…
-Brian con dei documenti falsi?- Al rise: -Dai non posso crederci!!
-Ora però dovete tornare in America e cercare delle risposte… c'è un motivo Nick…- per la prima volta usò il suo vero nome- …per cui ti hanno fatto questo. Devi scoprirlo. Non puoi semplicemente presentarti da qualche parte, alla polizia, in tv, al senato, dal presidente degli Stati Uniti e fare la vittima. Devi scoprire perché. La CIA ti sta ancora cercando. Ormai sapranno che tu stai riacquistando la memoria e credimi… appena ti vedranno ti faranno fuori senza tanti complimenti.
-Devo sapere cosa lascio a Tokyo, Marta…- disse con il volto sofferente.
-Ti riferisci a tua moglie e tua figlia?
-Sì…
-La casa è andata distrutta da un incendio… ed è successo il giorno in cui sei sfuggito al loro attentato.
-Oh mio Dio… Katy e Milene…
-Sono vive, almeno secondo il rapporto non sono stati trovati cadaveri. Katy è una di loro Nick, Milene sarà anche sua figlia… ma posso giurare che non è la tua…
-Come sai tutto questo? Posso fidarmi?
-Ti ho mai deluso? Ho il mio giro…
Nick si alzò e si andò ad affacciare alla finestra: -Mi sento così confuso… vorrei andare lì a Tokyo…
-Non farlo, è una sciocchezza. Il posto è sorvegliato. C'è in gioco la tua vita e da adesso quella di Lee e Brian…
-La mia vita Marta? Non so neanche chi sono… come posso giocare con qualcosa che non ho…
-E allora testone pensa ai tuoi amici…-
-Non dovevano venire… da solo sarei riuscito meglio… non poso pensare anche per loro… non ora che inizio a perdere colpi…
-Se non fossero venuti non te ne saresti mai andato…
Nick sorrise: -Su quello hai ragione…
-Domani Kamil verrà con un apparecchio fotografico e io vi farò delle foto tessera. Falsificheremo tutto. Abbiamo comprato della tinta per capelli, non è molto ma meglio non essere uguali alle altre foto. Le ritoccheranno per cui aggiungeranno degli occhiali e anche barba e baffi a te e a Brian. Nel giro di qualche settimana sarai a New York. Lì dovrai separarti da loro.
-Lo so… non posso fargli correre altri pericoli…
-Io posso aiutarti fino a qui ragazzo… il resto lo devi fare tu. Sono sicura che hai visto o sentito qualcosa che non avresti dovuto sentire o vedere…
-Da dove comincio?
Marta si alzò e gli poggiò una mano sulla spalla: -Sei tu quello della CIA mica io…
Nick appoggiò la guancia sulla mano rugosa dell'anziana: -Grazie… di tutto…
 
Il giorno seguente Kamil arrivò presto con la macchina fotografica. Nick ancora stentava a credere che quel ragazzo fosse cieco: si muoveva benissimo e senza esitazioni. Avevano passato tutto il pomeriggio a farsi la tinta. Brian era diventato biondo platino, i capelli scuri di Lee erano diventati rossicci, Nick aveva deciso di rasarsi a zero. Ormai loro sapevano bene com'era con i capelli di un altro colore.
Dopo le foto Marta offrì del caffè al giovane che rifiutò con una mano e sparì nel freddo gelido di Mosca.
-Lee dovete preparare i bagagli…- consigliò Marta.
-Già partiamo?
-Appena sono pronti i passaporti. Arriveranno con i biglietti. Viaggerete con tre voli diversi e con tre compagnie diverse.
-Te la senti Lee?- chiese Nick preoccupato.
Lei gli sorrise innamorata: -Certo… so che poi ci sarai tu ad aspettarmi a Los Angeles…
Marta guardò il ragazzo che sospirò. Li lasciò soli.
Lee aveva colto quel piccolo e quasi invisibile sfogo: -Nick, cosa succede?
-Vieni…- le prese la mano e la fece sedere sul letto. Lui le si inginocchiò davanti: -Lee io non torno a Los Angeles, non ora…
-Cosa?
-Tu e Brian atterrerete al JFK e lì ci sarà la coincidenza per Los Angeles un'ora dopo…  avrete appena il tempo di prendere i bagagli. Rimanete sempre separati ma in contatto telefonicamente e visivamente. Non appartatevi. E se possibile non andate in bagno. Rimanete in mezzo alla gente. Promettimelo Lee…
-E tu cosa… farai?- chiese preoccupata.
-Il mio volo atterrerà a Newark e poi è meglio che tu non sappia altro… credimi… hanno dei metodi infallibili per farti cantare…
-Li hai applicati anche tu?
-Sì- fu la risposta secca di Nick. E con questo non intendeva aggiungere altro sull'argomento.
La ragazza non riuscì a trattenere le lacrime: -Come farò a sapere se ti è successo qualcosa?
-Lee… tornerò da te… questa è la mia promessa. Ho tante cosa da chiarire…- e senza pensarci due volte la abbracciò. Lei rimase attaccata a quel petto ormai divenuto muscoloso e pianse.
 
La ragazza stava riposando e Nick si aggirava inquieto per la casa.
-Nick siediti un attimo… mi consumi il pavimento…
-Scusami Marta ma è più forte di me, quando penso faccio così…
Brian sghignazzò: -Posso confermarlo…
Dopo un attimo di titubanza afferrò la sedia e vi si sedette a cavalcioni guardando Brian negli occhi: -Mi piaci lo sai…
-O Dio, quando dici così mi sembri Howie…
-Dai lo sai cosa intendo… sei forte…
-Non sono solo forte, sono il tuo migliore amico! E per la cronaca… avevi 12 anni quando ci siamo visti la prima volta e mi hai detto la stessa identica cosa…
-Frick…
-Frack… mi dispiace solo dover mentire a molti… non posso tornare a casa ed urlare ai 4 venti che sei vivo… abbiamo studiato una balla con Marta… per te mentirò anche a mia moglie…
-Leigh…
-Ti ricordi di lei?- chiese stupito.
-Qualcosa… l'ho già spiegato a Lee sono ricordi che vanno e vengono per ora…
-Ho avuto un figlio…
-Davvero?
-Si chiama Baylee… quando sei… scomparso Leigh era incinta…
Nick annuì.
Brian gli strinse una mano: -E' bello rivederti di nuovo…
-Mi dite tutti così e ne sono felice… ma io non mi ricordo bene tutto Brian… non vorrei sembrarvi glaciale…
-Nick abbiamo tanto sofferto in questi tre anni che adesso ci vai bene anche così…- gli sorrise scherzando.
-Di che parlate?- Lee si affacciò alla porta.
-Di come sono glaciale… e dell'affetto che mi state dando voi tre… andiamo va, ti prendo la valigia sull'armadio. Cominciamo a fare i bagagli…
 
-Passami quella maglietta…- gli chiese: -Dove eravamo rimasti? Ah sì… io so cucinare cinese…
-E io so guidare a 200 km orari in mezzo al traffico senza fare un graffio alla macchina…
-E io… so toccarmi il naso con la punta della lingua…
-Blaaaa Lee questa fa schifo! E comunque so seminare un uomo che mi sta pedinando con 5 svolte…
-E io ho preso il patentino da sub l'anno scorso…
-COSA? Ma odiavi fare immersioni!
-Te lo ricordi?- chiese speranzosa.
-Bhe se l'ho detto e non me lo hai suggerito… sì! E comunque io ho tutte le patenti di guida per veicoli da strada e so pilotare un piccolo jet ed anche l'elicottero…
-Wow mi sembri Indiana Jones…
-Non mi sono mai allenato con il frustino… ma passo tranquillamente da una calibro 21 ad un bazooka… passando per le bombe a mano ovviamente e ai missili terra aria… ho avuto un encomio durante una esercitazione sui terra aria…
Lee lo colpì bonariamente con una t-shirt e lui rise di rimando.
-Adori McDonald… e hai sempre avuto dei conflitti col tuo corpo…
Nick si guardò riflesso alla finestra: -Ma come… sono così in forma…
-Adesso… peccato non avere internet e che Marta ci ha sequestrato i telefoni e i palmari… e comunque per la cronaca a me piaci sempre, in tutte le condizioni fisiche…
Nick la guardò: -Cosa ti piaceva di me?
-Mi facevi ridere, riuscivo a uscire con te che eri una celebrità e stavo bene come se uscissi col ragazzo della porta accanto. All'inizio ero innamorata del cantante anche io… chi non ti conosceva? Ma poi hai iniziato a farmi vedere com'eri fatto veramente e mi piacevi sempre più… ti scordavi ogni data importante e una volta abbiamo festeggiato il mio compleanno il mese dopo… non ti avevo detto nulla per vedere fino a che punto arrivavi. E tu il mese successivo mi hai organizzato una serata romantica e io non ho avuto il coraggio di dirti che avevi sbagliato mese… l'hai scoperto da solo dopo un po' leggendo il mio documento… ci sei rimasto così male… mi riempivi di regali… al che mi sono un po' arrabbiata. All'inizio mi piaceva… avevo tutte le ultime novità. Poi vedevo che spesso usavi questo mezzuccio per farti perdonare qualcosa e allora ti ho vietato di farmi regali se non in occasioni importanti…
-Cosa mi facevo perdonare?
-Intanto quando siamo andati a vivere insieme spesso dimenticavi che avevi una persona a casa che ti aspettava e andavi a bere qualcosa in giro per pub dopo le prove o dopo essere stato in sala e neanche avvisavi… una volta mi hai anche tradito…
Nick storse la faccia in una smorfia colpevole: -Mi spiace… non mi sembra che tu meriti questo…
-E' capitato… siamo andati oltre… abbiamo saputo ricostruire e dopo un anno mi hai chiesto di sposarti…
-Non l'abbiamo fatto per via dell'incidente?
-Già… avevamo da poco iniziato i preparativi. Stavamo ancora cercando il posto… la sera prima sei rientrato a casa tardi. Ero arrabbiata perché non mi avevi avvertito ma non mi andava di litigare, così ho finto di dormire. Poi ho sentito che ti chiudevi in bagno, cosa che non fai mai… riesci anche a fare bisogni da radioattività senza chiudere la porta a chiave. Mi sono avvicinata alla porta. Piangevi. Sussurravi qualcosa. Mi sono arrabbiata di più. Avevi avuto dei problemi di dipendenza da alcool e diciamocelo… non sempre hai rigato dritto…
-Ho assunto cocaina?
-Un paio di volte che io sappia sì… poi Aj ti ha quasi spaccato il naso e il labbro e ti sei rimesso in carreggiata. Era il periodo di Now Or Never il tuo cd da solista. Ti volevano più magro. Avevi litigato con tutti… queste cose me le hai raccontate tu perché io all'epoca non ti conoscevo… Tornando a quella sera, ho avuto paura che tu ci fossi ricascato. Sono tornata a letto. Dopo un po' ti ho sentito uscire e andartene nella camera degli ospiti. Mi ero riproposta di aggredirti la mattina successiva, ma tu eri così di buon'umore… e poi…
-Puf…- aggiunse Nick mimando l'esplosione.
Lee annuì asciugandosi una lacrima: -Scusa non riesco a non piangere… anche ora che ti ho davanti… è stato così… brutto… indescrivibile… io…
-Lee…- Nick le alzò il volto con un dito: -… quello non devi ricordarlo se non vuoi…
Così dicendo si lasciò trasportare e le sfiorò appena le labbra con un bacio.
 
CAPITOLO 17

Era passata una settimana da quel bacio. Nick era molto premuroso con lei anche se non aveva tentato altri approcci. Marta, vedendo il dispiacere dipingersi giorno dopo giorno sul volto della ragazza, l'aveva presa da parte una mattina e le aveva detto: -Lee, sei una donna di cui un uomo si innamorerebbe altre 100 volte… Nick però adesso ha paura.
-Di cosa Marta? Io sono qui… lui è attratto da me…
-Ha paura di quello che succederà da domani…
-Da domani?
-Sono arrivati i passaporti. Domani partirete. Non riesce a pensare a mente lucida. La notte rimane sveglio, ha paura di aver tralasciato qualcosa. Ed in questo non possiamo aiutarlo. Lui è l'agente della CIA, non noi… ha pura che qualcosa vada storto e che in qualche modo tu possa essere presa di mira…
-Non volevo essere un peso con lui… ma Dio, quanto sono felice di essere qui Marta…
-L'ha capito e questo lo preoccupa ancora di più. Un conto è pensare per uno. Lui è preparato ad affrontare qualsiasi situazione. Un altro conto è pensare per due, anzi tre e non avervi 24 ore su 24 sotto controllo.
-Cosa mi consigli Marta?
-Di far passare tutto questo Lee… e poi si vedrà…
Così dicendo la lasciò in camera a chiudere le ultime cose in valigia.
 
La sera avevano cenato in silenzio. Nick non era dell'umore di conversare e guardava fuori in continuazione.
-A meno che non aspetti gli alieni nessuno verrà qui stanotte Nick…
-Scusa Marta non riesco a stare tranquillo…
-Solo per stavolta non ti sparo la morfina. Ne avresti bisogno.
Nonostante ciò che sentiva dentro, Nick sorrise.
-Ragazzi pensate voi a sparecchiare? Vorrei dare un'ultima controllata alla gamba di Nick…
-Marta, vai tranquilla… ci penso io. È bello avere qualcosa da fare! Il tempo sembra non passare…
 
Nella stanza di Marta, Nick si mise a pancia in giù e lasciò che l'anziana medicasse un'ultima volta, per lui, la ferita.
-Quando tutto si sarà calmato avrai bisogno di una plastica alla gamba. Questo taglio non ci cancellerà facilmente…
-Quando tutto sarà finito tornerò a trovarti, Marta…
La vecchia sorrise anche se Nick di spalle non poteva vederla.
-Spero non ti presenterai tutto sanguinante alla porta….
-Spero di no..
-Fatto, non c'è molto da fare se non tenerla fasciata per evitare che le ultime croste si tolgano facendola sanguinare. Ti ho messo del cortisone per il gonfiore…
Nick si alzò dal letto e si tirò giù il pantalone che era rimasto all'altezza del ginocchio. Si sedette davanti a Marta e le prese le mani rugose.
-Cos'è il momento tenerezza?- chiese l'anziana.
Nick le sorrise: -Già… Marta, sei stata un'amica, una madre, una coraggiosissima infermiera… non tutti avrebbero fatto quello che hai fatto tu per me… e non parlo solo del fatto che hai curato le mie ferite… hai curato anche il mio cuore…
-Lee l'avevi scelta già da solo tempo fa…
-Marta, quando ti prenderai il merito per il bene che fai?
Non le lasciò il tempo di dire nulla e l'abbracciò sussurrando commosso un grazie.
-Da adesso in poi, se riuscirò a riprendermi la mia vita, chiedimi qualsiasi cosa e sarò sempre con te, al tuo fianco…
-Grazie Nick…
-Ora andiamo, abbiamo una riunione da fare…
 
-Allora, statemi bene a sentire… è importante che si faccia attenzione ad ogni particolare.
Nick li guardò negli occhi tutti quanti. Ottenne in risposta degli accenni col capo.
-Domani mattina alle 11, Marta e Brian usciranno come se dovessero andare a fare la spesa. Camminerete per un po' facendo attenzione a non fermarvi e a non parlare con  nessuno. Raggiungerete Lazarevskiy pereulok e all'incrocio con la Sovetskoy girerete a sinistra e attraverserete la strada. C'è una pensilina dell'autobus. Prendetelo, pagate il biglietto. Scendete 2 fermate dopo. Sarete fuori dal terzo anello di Mosca. Continuate a camminare lasciandovi alle spalle la città. Mangiate qualcosa in un bar affollato e ridete e scherzate come nonna e nipote. Nel frattempo si sarà fatta l'una. Pagate in contanti, uscite e chiamate il taxi. Lì ad aspettarvi ce n'è uno che riconoscerete dalla targa B856DR-177, è un amico di Gheorghe. Ha già i tuoi bagagli Brian. Li prenderà stanotte. Marta tu scenderai dopo qualche chilometro, alla fermata dell'autobus e dovrai tornare indietro il più in fretta che puoi. Brian tu proseguirai per l'aeroporto. Arrivato lì aspetterai che aprano il check-in. Questo è il tuo biglietto.
Così dicendo gli porse un foglio con l'orario del volo.
-E' tutto chiaro?
-Sì…- disse Brian.
-Niente chiacchiere con sconosciuti, niente posti dove puoi essere riconosciuto come Brian, ti chiami… - aprì il passaporto: - … Alexander Claust, inglese, professione imprenditore del settore edile, permesso di soggiorno per affari. Il tuo volo atterrerà a Londra. Rimarrai lì per due giorni registrandoti all'hotel che ti sto indicando come Mark Thompson, americano, viaggio di piacere. Entrato in Inghilterra 10 giorni fa…
-Mio Dio… hai organizzato tutto questo in così poco tempo?
-Diciamo che so come muovermi e grazie ai contatti di Marta non è stato difficile… io e Lee faremo la stessa cosa due ore più tardi. Con la differenza che quando ci divideremo io prenderò il bus per recarmi al Domodedovo. Da qui in poi non avremo più nessun tipo di contatto fino a che questa storia non sarà finita.
A Lee salì un groppo alla gola: -Cosa farai da lì?
-Lee non posso dirti altro… tu farai scalo a Parigi. So che ti piace quella città. Hai un hotel in centro prenotato a nome di Corinne Slater. So che è difficile… ma fai un giro per la città, goditela… quando tornerò da te ci andremo insieme ok?
Così dicendo avvicinò la testa di lei alla sua spalla e la strinse con affetto.
La lasciò andare dopo qualche secondo e gli tornò sul volto l'aria da professionista: -I vostri due voli poi atterreranno con una differenza di 45 minuti al LAX e da lì, una volta a casa, e solo allora, potrete riprendere la vostra vita normale senza raccontare nulla su cosa avete fatto qui e chi avete conosciuto.
Le faccia dei tre era perplessa ma tutti avevano fiducia in quello che Nick aveva escogitato.
-Ora è meglio andare tutti a dormire… domani  mattina avrete tempo per le domande.
-Ma per i bagagli?- chiese Marta.
-Dormi anche te Marta, ci penserò io ad aprire a Gheorghe…- le rivolse un sorriso carico di riconoscenza.
Nick si alzò, aspettando di essere lasciato solo in cucina. Brian gli si fermò davanti e quasi gli salirono le lacrime agli occhi: si era messo il cuore in pace dopo l'incidente. Sapeva che non l'avrebbe rivisto mai più perché era morto. E invece ora erano di nuovo l'uno davanti all'altro come un tempo.
-Nick… buona fortuna…
Gli fece uno dei suoi sorrisi a mezza bocca: -Buona fortuna a voi…
Brian stava per andarsene a dormire quando si girò di scatto prendendo in contropiede anche Nick e lo abbracciò davanti allo sguardo compiaciuto delle due donne: -Al diavolo… sono tre anni che sogno tutte le notti di riabbracciarti e ancora non l'ho fatto come Cristo comanda!
Nick dapprima era rimasto interdetto, poi strinse l'amico con un abbraccio forte: -Non nomini mai il nome di Dio invano…- scherzò.
-Ma stavolta Dio ha fatto veramente un miracolo enorme… ti voglio bene Frack e il solo pensiero che qualcosa possa andare storto…- alcune lacrime iniziarono a scendere: -… l'idea di perderti di nuovo…
Nick si slacciò da quell'abbraccio: -Brian farò di tutto per tornare da voi… ora che vi ho ritrovato, ora che piano piano i pezzi del puzzle tornano, non voglio rinunciare a vedere il quadro completo…
Lee si avvicinò ai ragazzi e si presero per mano tutti e tre.
-Andrà tutto bene ragazzi…

CAPITOLO 18

Era sull'aereo già da un po' e sperava che tutto fosse andato secondo i piani. Grazie agli appoggi di Marta, era riuscito a creare una rete intorno a Lee e Brian di false identità grazie alle quali i suoi due amici non sarebbero stati rintracciati facilmente.
Aprì uno specchietto che aveva in tasca, un regalo di Lee: si guardò a lungo senza preoccuparsi del vecchio che gli stava seduto vicino e che lo fissava per via di quello strano atteggiamento.
I ricordi fluivano nella sua testa in un vortice senza senso, come una pellicola in un vecchio proiettore al doppio della velocità. Si alternavano scene della sua vita precedente e scene di quella attuale. Apparivano Lee, Brian, Aj, Howie, Kevin, le urla delle fans e lui che schizzava le prime file coi capelli bagnati e subito dopo sua moglie, sua figlia, il suo capo, l'addestramento, il dolore delle botte e il poligono, dove andava per sentirsi meglio. Aveva la prontezza di riflessi di Al ma quando cantava la voce di Nick, la forza e l'ingegno del primo ma quando guardava Lee la dolcezza e la passione del secondo, i sensi acuiti dell'agente della CIA e, da quando iniziava a ricordare, la paura di morire che aveva guardato in faccia quando ancora era Nick ed era frequentatore di festini di dubbia moralità. Richiuse di scatto lo specchio e guardò in malo modo il vicino di posto che ancora lo fissava.
-Cosa cazzo ti guardi? Non hai mai visto uno che cerca un punto nero da schiacciarsi?- lo aggredì in russo.
Aveva almeno 10 passaporti in valigia, ma nessuno era veramente lui: era senza identità.
Aveva salutato Marta quella mattina con quasi le lacrime agli occhi ed era stato altrettanto difficile veder sparire dietro l'angolo Brian. Per non parlare di Lee… avrebbe voluto metterla lui stesso su quel maledetto aereo ma il rischio che le avrebbe fatto correre se l'avessero riconosciuto in aeroporto era troppo grande. Lei era importante. Su questo non aveva dubbi e non ne aveva avuti dal giorno che in casa di Marta aveva sentito la sua voce per telefono. Se le fosse successo qualcosa avrebbe dato a fuoco e fiamme tutta la CIA e perché no? Anche la Casa Bianca.
Per la prima volta, da anni, chiuse gli occhi e pregò Dio affinché i suoi amici arrivassero sani e salvi a Los Angeles dopo le loro soste europee.
 
Si svegliò quasi di soprassalto al tocco dell'hostess che gli chiedeva, in russo, di allacciarsi la cintura per l'atterraggio. L'aereo arrivò al secondo aeroporto di New York in orario e quando scese, un fiume di immagini gli ritornarono in mente. Fu quasi un assalto tanto che dovette sedersi vicino al recupero bagagli per non svenire. Sentiva voci che parlavano, racconti di viaggio, delusioni, amori, chiamate al cellulare… nella sua lingua madre.
Quando il suo cuore tornò alla normalità, respirò a fondo, inforcò gli occhiali da sole Ray Ban e si diresse con il suo unico bagaglio a mano verso la dogana. Passò senza problemi il controllo e quasi di corsa uscì per respirare l'aria della sua Patria. Rimase per un po' a fissare il cielo, solcato dalle scie degli aerei. Aveva bisogno di ossigenare il cervello. Dopo il torpore del sonno che lo aveva cullato nelle ultime ore, aveva bisogno di tutta la sua lucidità.
Aveva un piano. Non poteva farsi trovare senza. Ci pensava in realtà da mesi a come scoprire la verità. Sapeva che doveva attirarli se voleva ottenere delle informazioni. Per cui il primo passo era: rendersi visibile.
Rientrò in aeroporto e andò dritto al desk della biglietteria della American Airlines. Una bella ragazza bionda lo accolse con un sorriso: -Salve, posso aiutarla?
-Vediamo…- disse sorridendole e togliendosi gli occhiali: -Vorrei un volo per Langley, Virginia…
-Quando?
-Il primo disponibile…
La ragazza cercò sul computer e alla fine sorridente disse: -Ce n'è uno tra 3 ore! Ed abbiamo ancora posti non assegnati..
-E' perfetto!
-Mi da il suo nome e cognome per favore?
-Browning Albert…
 
-Intanto a Langley-
-Pronto?
-Abbiamo un problema- disse una voce atona nell'apparecchio.
Il capo della CIA aveva già avuto una giornata terribile, per cui si passò una mano in faccia e disse: -Nulla che può attendere?
-Signore, è in pericolo l'operazione Reborn
A quelle parole il direttore della CIA Mark Fisher si alzò di scatto: -Parla
-Dieci minuti fa è stata effettuata una prenotazione su un volo della American Airlines da Newark a Langley…
-E cosa c'è di strano?- la voce di Fisher iniziava ad essere alta.
-E' a nome di Albert Browning…
Il capo della CIA sbattè il telefono e senza pensarci troppo uscì dal suo ufficio dirigendosi a passo spedito verso l'ala opposta dell'edificio.
Spinse il tasto dell'ascensore a cui era arrivato con il fiato corto e arrivò al piano -3. Nella stanza 315 c'erano già le persone giuste. In tutto 15. Gli unici a conoscenza dell'operazione Reborn. In realtà erano 25 le persone  informate sui fatti contando anche lui, il professor Vladimir Tula e gli otto uomini che aveva mandato a Mosca, di cui 3 erano stati uccisi da Al Browning.
Erano seduti intorno ad un tavolo ovale e ognuno di loro aveva in mano un fascicolo molto consistente. Prese posto a capotavola e aprì i suoi incartamenti.
-Come ha fatto ad uscire dalla Russia?- chiese senza troppi complimenti.
-Stiamo ancora verificando le liste passeggeri di tutti gli aeroporti pubblici, privati e militari della Russia e degli stati limitrofi.- disse lo stesso uomo che lo aveva chiamato poco prima con quella notizia tutt'altro che rassicurante.
-Mi avevate detto che potevo dormire tranquillo!- alzò la voce sbattendo il pugno sulla scrivania.
-Avevamo trovato il suo telefono con la cimice distrutto e tracce di sangue, molto sangue. Tenevamo sotto controllo la zona ma lei sa meglio di me come vengono addestrati questi uomini!- aggiunse un terzo uomo stizzito.
-Cos'è Frank? Ti tiri indietro? Grazie a questo lavoro tua moglie e i tuoi figli vivranno da principi per il resto dei loro giorni! Non ti mettere a fare lo psicologo preoccupato!
-Non faccio lo psicologo preoccupato Mark. È solo che questa gente è addestrata a sparire se capisce di stare vicino alla morte. Sono passati mesi. Tutti ormai pensavamo si fosse dato fuoco o si fosse gettato con la zavorra nel Moskova o nello Yauza e allora bye bye corpo!
-Cristo!- si alzò nervoso: -Siamo la CIA non un gruppo di boy-scout che gioca ad alce svizzera!
La stanza cadde nel totale silenzio.
-Tom, che mi dici? Hai parlato con Tula?
-Sì, poco fa. Le notizie non sono buone. Già quando lo aveva visto l'ultima volta aveva trovato tracce insolite nella sua attività celebrale. Era per questo che spingeva per fare l'impianto il prima possibile. Pensa che stia ricordando tutto.
-Per tutto cosa intendiamo?
-Anche la sua vita precedente. Certo non ne abbiamo conferma ma ci sono buone probabilità. Per quanto riguarda lo stato fisico invece a parte le tracce di sangue e le testimonianze dei nostri uomini che lo hanno visto allontanarsi zoppicando, riteniamo sia in perfetta forma.
-Certo lo è se è riuscito a scapparvi prima dall'hotel e poi da Mosca come se nulla fosse.
-Deve avere dei complici…- suggerì lo stratega Michael.
-Non conosceva nessuno in Russia, non lo abbiamo mai mandato lì in missione. Almeno cosciente. C'è sempre andato narcotizzato ed è tornato altrettanto narcotizzato.
-Non si organizza una fuga così… con 5 agenti CIA in giro e cimici ovunque. Abbiamo il controllo delle telecamere di sicurezza di tutti gli aeroporti.
-Tra quanto è previsto il suo arrivo a Langley?
-Quattro ore e dieci minuti.
-Tre operativi li voglio lì, tre di noi. Allertate i ragazzi al Newark e ditegli solo di tenere gli occhi aperti. Non riferite nulla dell'operazione. Ci manca solo che arrivi ad orecchie sbagliate e il Presidente ci prende a tutti a calci nel culo!
-Non capisce il valore dei nostri esperimenti!- protestò uno dei medici presenti.
-No, non capisce neanche quelli fatti da Hitler… però poi vuole da noi la sicurezza del paese!
-Che facciamo se lo prendiamo?- domandò Antony, che era stato uno degli addestratori di Al.
-Codice 66.
Si scambiarono tutti un'occhiata in disagio.
-Cosa avete da preoccuparvi? Distruggetelo! Ne troveremo un altro e non rifaremo gli stessi errori del primo e del secondo! E mettiamo qualche nullafacente davanti alle case delle persone a lui care, vediamo se cade in errore!
Così dicendo se ne tornò nel suo ufficio rosso dalla rabbia.
 
CAPITOLO 19

Lee guardava fuori dalla finestra del suo appartamento. Aspettava Brian.
Finalmente poteva rivederlo e abbracciarlo dopo il lungo viaggio dalla Russia di dieci giorni prima. Si erano attenuti ai piani di Nick scrupolosamente. Ed era andato tutto liscio. Si erano incontrati all'aeroporto russo, si erano tenuti in contatto visivo fino a quando Lee non aveva effettuato il check in. Sicuro di saperla sull'aereo Brian era andato verso il suo volo. Da lì nessun contatto fino al giorno prima. L'aveva chiamata sul cellulare come se nulla fosse chiedendole se le andava di andare con lui al cimitero. Lee aveva accettato i buon grado.
Un trillo al telefonino la avvertì dell'arrivo di Brian. La ragazza prese il suo capottino nero, i fiori e si guardò un'ultima volta allo specchio sorridendo.
-Brian…- gli disse aprendo lo sportello.
-Ciao Lee!- si contenne il ragazzo.
Appena la ragazza si fu sistemata partì alle volte del cimitero. Lee stava per aprire la bocca ma Brian la precedette toccandole la mano: -Mi dispiace di non averti potuto accompagnare in questi ultimi giorni…
Lee lo guardò confusa ma decise di reggere il gioco: -Anche io sono andata poche volte, sono stata dai miei… avevo bisogno di staccare…
-Sì, Howie me l'ha detto… ti trovo bene!
-Grazie, anche tu mi sembri in ottima forma…
Il cimitero non distava molto e poi all'ora di pranzo le strade erano abbastanza libere. Brian ne fu contento perché non sapeva cosa altro dirle per distrarla dall'argomento principale: Nick.
Parcheggiò e scese per andare ad aprire lo sportello a Lee. Inaspettatamente la abbracciò. Lei rimase ancora più confusa da quell'insolito atteggiamento dell'amico. Glielo stava per dire anche con tono scocciato quando lui le sussurrò appena nell'orecchio: -Lascia la borsa in machina…
E sentì le sue mani esplorarle le tasche.
Quando si sciolse dall'abbraccio richiuse lo sportello e inserì l'allarme. Prendendo sottobraccio la ragazza di Nick, si avviarono verso la sua lapide.
-Perdonami Lee se ti sembro strano…- la sua voce era un sussurro.
-Brian mi stai facendo preoccupare…
-Ho notato che da quando sono tornato a casa c'è sempre una macchina parcheggiata nel raggio della mia abitazione e mi sono insospettito. Così sto cercando solo di essere prudente… prima ti ho messo le mani in tasca per vedere se avevi addosso qualcosa. Per lo steso motivo ti ho chiesto di lasciare la borsa con il telefono in macchina.
Lo sguardo di Lee era confuso.
-La sera prima di partire non riuscivo a dormire così mi sono alzato. Nick era in cucina vigile come un lupo… ci siamo messi a parlare e mi ha dato alcune dritte su come affrontare il ritorno…
-Ti ha detto dove sarebbe andato?- chiese speranzosa.
-No, però mi ha detto che sarebbe uscito allo scoperto e ce ne saremmo accorti anche noi perché ci avrebbero messo qualcuno alle calcagna…
L'abbracciò all'improvviso. Lee contraccambiò stavolta nascondendo il volto nella sua spalla. Brian continuò mentre la cullava fingendo di consolarla: -Da adesso in poi il pericolo si fa reale… per tutti noi ma soprattutto per lui… hai trovato la busta nel bagaglio a mano?
-Sì…
-L'hai distrutta?
-Certo… anche se mi è costato molto.
Nick aveva nascosto nel loro bagaglio a mano una lettera in cui descriveva una situazione plausibile circa la loro assenza così da poter dare spiegazione ai loro amici e soprattutto alla moglie di Brian. Leigh aveva capito dallo sguardo del marito che c'era qualcosa che non andava e che stava mentendo spudoratamente. Aveva pensato di aggredirlo verbalmente, di estorcergli la verità. Ma proprio quando gli si stava per scagliare contro, era sparito nello studio ed era tornato con una Bibbia. Aveva cercato per qualche secondo la pagina giusta e poi le aveva mostrato il salmo 56 con occhi supplichevoli: “Abbi pietà di me, o Dio, poiché gli uomini mi insidiano; mi combattono e mi tormentano tutti i giorni; i miei nemici mi perseguitano continuamente. Sì, sono molti quelli che mi combattono. Nel giorno della paura,io confido in te. In Dio, di cui lodo la parola, in Dio confido, e non temerò; che mi può fare il mortale? Fraintendono sempre le mie parole; tutti i loro pensieri sono volti a farmi del male. Si riuniscono, stanno in agguato,
spiano i miei passi, cercano di togliermi la vita. Retribuiscili secondo la loro malvagità! O Dio, abbatti i popoli nella tua ira! Tu conti i passi della mia vita errante; raccogli le mie lacrime nell'otre tuo; non le registri forse nel tuo libro? Nel giorno che t'invocherò i miei nemici indietreggeranno. So che Dio è per me. Loderò la parola di Dio; loderò la parola del SIGNORE. In Dio ho fiducia e non temerò; che potrà farmi l'uomo? Io manterrò le promesse che ti ho fatte, o Dio; io t'offrirò sacrifici di lode, perché tu hai salvato l'anima mia dalla morte, hai preservato i miei piedi da caduta, perché io cammini, davanti a Dio, nella luce dei viventi.”

Una sola parola era sottolineata: fiducia! Aveva passato tutto il volo in aereo a pensare a come far arrivare a sua moglie un messaggio senza dire una parola e forse aveva trovato il modo, con quel salmo, di riassumere la situazione. Vide il suo sguardo rilassarsi e, con grande dignità nonostante si sentisse ferita, cambiò discorso.
Nick gli aveva anche detto che era quasi certo che non avessero nessuno a seguirli da almeno un anno. La CIA non poteva sprecare agenti per loro. Ma la loro vita sarebbe stata di nuovo in pericolo non appena lui si fosse fatto vivo di nuovo.  
-Lee, adesso inizia la parte più difficile… aspettare…
Si sciolsero dall'abbraccio e si recarono a pregare davanti alla tomba.
-Controlla sempre in strada, non uscire sola la sera. Non parlare mai al telefono neanche con me di quello che è successo. Lee cancella quel periodo.
Una lacrima scese sulla sua guancia: -Stargli accanto, in Russia… è stato il periodo più felice degli ultimi anni… lo credevo morto…
Brian le sorrise: -Lo è stato anche per me. E' per questo che si è fidato di noi e adesso dobbiamo aiutarlo!
 
Intanto in un hotel di New York…
Nick stava vedendo un programma scemo alla tv. Per non dare troppo nell'occhio avrebbe dovuto fare un giro per la città. Non lo emozionava però il fatto di potersi ritrovare qualcuno della CIA alle costole da subito. Era elettrizzato per il fatto che li teneva in pugno. Il suo stratega capo Michael Rivera sarebbe stato fiero del suo operato. Peccato, pensò alzandosi ed andando alla finestra, che Michael non era dalla parte dei buoni, ma da quella dei cattivi. Chiuse gli occhi per un attimo.
-Albert? Ti senti bene? Albert? Mio Dio rispondimi…
Era in casa sua, con sua moglie e aveva appena bevuto un succo. Dopo poco la stanza aveva iniziato a girare e poi il buio.
Quando aveva ripreso i sensi era legato mani dietro la schiena e le gambe ad un enorme blocco di cemento armato. Era su un suolo freddo e l'umidità gli stava entrando nelle ossa. La testa gli girava, anzi no… gli stava per scoppiare e non aiutò il calcio che arrivò non appena grugnì di dolore. Lo prese in pieno sullo sterno. Aprì la bocca per buttare fuori saliva e sangue. Ne arrivò un altro, un altro e poi un altro. Sentiva le risa di un uomo che lo accusava di essere la colpa di tutto. Peccato che il dolore gli offuscasse tutti gli altri sensi, tra cui l'udito. Lo avevano drogato. Era certo. Ma chi erano? E perché?
Lo lasciarono solo per un tempo indefinito ed ebbe modo di riprendersi almeno un po' da quell'attacco. Fu scosso nuovamente dall'arrivo di alcune persone che gli slegarono gambe e braccia e che lo trascinarono, incuranti del dolore al petto, in una stanza vicino adagiandolo su un lettino. Il cuore quasi gli si fermò quando vide Tom Sayer sorridergli.
-Tom, che succede? Perché sono qui? Perché mi stanno picchiando?- chiese con un filo di voce impastata.
-Al, non devi preoccuparti… sono amici nostri… hanno solo un po' esagerato!
Così dicendo gli conficcò un ago nel braccio. Stava lottando col sonno quando, poco prima di perdere conoscenza nuovamente, sentì una voce che sapeva essere dello psicologo della CIA Mark Travor: -Professor Tula, quei cretini gli hanno spaccato le costole… prima dell'impianto dobbiamo rimetterlo in forma…
Tornò alla realtà scrollando le spalle, dischiuse le palpebre e fissò le luci della città. Era iniziato tutto così. Con lui che apriva gli occhi nel cuore di una città e si chiedeva chi fosse. La differenza era che adesso sapeva benissimo chi era e cosa doveva fare.
 

CAPITOLO 20

Erano ancora davanti alla lapide di Nick quando Brian le disse: -Sai, penso che Leigh sia ferita a morte da questo mio comportamento. Sono sparito dicendole che mi avevi chiesto di accompagnarti dai tuoi. Le avevo detto che eri depressa… e già mi guardava male. Con Baylee piccolo io correvo dietro ai fantasmi di Nick…
-La capisco… non vedo l'ora di poterle spiegare tutto! È una gran donna, lo sai vero?- Gli strinse il braccio per consolarlo. Si sentiva anche lei in colpa poiché era la causa dei dissapori tra Brian e Leigh. Se fosse stata la moglie del suo amico, lo avrebbe preso preventivamente a calci nel sedere e poi si sarebbe fatta confessare la sua relazione extraconiugale. Non vedeva altre spiegazioni plausibili dal punto di vista di lei: Brian le era stato così vicino dalla morte di Nick, così tanto che avrebbero potuto dare luogo a malintesi sul loro rapporto.
-Come se non bastasse le sono tornato a casa platinato, stropicciato da non so quante ore di volo, con le guance strinate dal freddo e con cappotto e cappello giustificabile solo con una visita al Polo. Mi ha guardato e mi ha chiesto se nel Texas fa così freddo…
-Lo sa che stai mentendo Bri… non è una scemotta…- diede voce ai pensieri che stavano girando in testa all'amico.
-Lo so che lo sa… me lo ricorda il suo sguardo contrariato tutte le mattine! Quando ci incontriamo per colazione è glaciale… poi un pochino si scioglie. Ma il suo sguardo ferito mi sta torturando…
-Resisti Bri! Anche io non vedo l'ora di togliermi questa faccia da funerale e gridare al mondo che il mio amore è qui… ma non possiamo tradirlo ora.
Brian le sorrise per poi stiracchiarsi le braccia e la schiena. Per farlo girò la testa verso il vialetto di accesso a quella zona del vasto cimitero di Los Angeles. Vide un uomo vicino alla sua macchina.
-Lee rimani qui…- le disse poggiandole una mano sullo sterno. Lei non ebbe neanche il tempo di accorgersi di nulla.
-Mi scusi…- richiamò l'attenzione dell'uomo correndo verso di lui: -Ha qualche problema la mia macchina?
Quando la raggiunse si accorse che l'uomo stava pulendo il vialetto e che nascosto dal suo veicolo c'era il secchio pieno di foglie di lauro.
-Mi scusi, non volevo disturbarla…- si giustificò l'uomo: -Stavo solo pulendo…
Brian si passò una mano tra i capelli che erano tornati del colore originale già il giorno dopo il suo arrivo in America: -Mi scusi lei… è che… ho perso un amico e ogni volta che vengo qui sono a disagio… mi scusi…
Il netturbino si scusò ancora e si allontanò per farlo stare tranquillo.
Brian tornò da Lee: -Allora? – le chiese lei.
-Era un uomo delle pulizie… Non vedo l'ora che tutto finisca, non sono affatto sereno!
Lee gli sorrise: -Si vede sei un fascio di nervi!
 
-Cosa significa “non era su quel volo”?- sbraitò Mark Travor verso uno degli agenti addetti a prelevare Browning a Langley.
-Quello che le ho detto signore. Abbiamo fermato l'uomo che era seduto al posto di Al Browning su quel volo. Ed era un barbone. Tra l'altro la persona che gli era seduta vicino si è lamentata credendo fossi della polizia perché aveva dovuto sorbirsi quella puzza dalla partenza all'arrivo…
-Dov'è l'uomo?- chiese sull'orlo di una crisi di nervi.
-La stavamo aspettando per interrogarlo signore, c'è Frank con lui. Per ora è stato in silenzio.
-Frank è un'idiota. Sta perdendo i nervi saldi…
-Con tutto rispetto signore, è il suo primo collaboratore!
-Lo so ma adesso non possiamo permetterci passi falsi… Parla con Rivera e trovate un posto dove spedirlo a disintossicarsi dallo stress e tenetelo sotto controllo…
-Con che scusa prendo agenti della CIA per questo?
Mark lo guardò come se stesse bestemmiando: -Non sono cazzi miei! Prendi due coglioni appena entrato e ficcali lì alle calcagna…
-Comandi.- così dicendo l'agente uscì lasciandolo pensieroso nello studio.
 
L'interrogatorio fu un buco nell'acqua: quell'uomo non sapeva neanche come ci era finito sull'aereo. Una donna lo aveva raggiunto vicino alla toilette del secondo aeroporto di New York e gli aveva dato il biglietto e il passaporto di Albert Browning dicendo che l'aveva dimenticato al momento dell'acquisto. Non sapeva altro. La CIA aveva controllato quel passaporto ed era lo stesso che aveva fornito a Browning due anni prima, cambiava solo la foto.
-Quel bastardo era attento durante le lezioni di tecnologia…- sussurrò Michael Rivera quasi soddisfatto del suo discepolo.
-La ragazza della compagnia aerea?- chiese Mark interrompendo l'attimo di gloria dello stratega.
-Ha detto che un bel ragazzo alto, rasato, con un paio di occhi blu “da paura” … cito testuali parole… le ammiccava mentre faceva il biglietto. Ma non sapeva altro. Ha avuto anche la fortuna di beccare una squinternata!
-Almeno adesso sappiamo che si è rasato…- aggiunse Frank.
-Una consolazione del cazzo!- concluse Mark, poi guardando Rivera: -Nel mio ufficio!
Rivera lo seguì e quando furono soli lo psicologo a capo dell'operazione Reborn gli chiese: -Hai sistemato Frank?
-Mentre parliamo gli stanno spiegando che deve fare i bagagli: lo porteranno in Canada questa notte. Gli abbiamo detto che un po' di vacanza gli farà bene.
-Ottimo. Sotto quale identità è?
-Richard Twain.
-E di Browning?
Michael si sistemò sulla sedia: -Ancora nulla. Siamo pochi e teniamo sotto controllo lui e gli altri 8 Reborn
-Rivera, lui ha la priorità assoluta. So che sei affezionato a quel ragazzo. È forse l'unico che ti ha dato soddisfazione durante l'addestramento. Ti ho visto come ci tenevi… ma se sarete tu contro di lui la tua pistola dovrà essere più veloce della sua.
-Non dubitarne.
-Bene, scovami dove si è cacciato quel figlio di puttana. Facciamo questo lavoro da 35 anni e ci facciamo infinocchiare da un cretino qualsiasi!- si alzò per andare allo schedario.
-Ti ricordo che lui è il migliore tra tutti quelli che rimangono…
-Lo so e mi dispiace vederlo spiattellato, ma così dovrà essere.
Rivera si alzò e si congedò senza altre parole.

CAPITOLO 21

Nick nel frattempo si era spostato da Newark a Scranton, in Pennsylvania. Rimanere nei pressi dell'aeroporto poteva essere comunque pericoloso poiché la sorveglianza era più alta. In quella città aveva trovato un'ottima copertura mischiandosi tra gli studenti della Scranton University. Questo gli permetteva di navigare in internet da molti posti diversi sia all'interno della facoltà che nei vicini internet cafè. Durante una delle prime lezioni che aveva seguito, era riuscito a sottrarre un cartellino ad uno studente e lo aveva falsificato con i pochi mezzi che era riuscito a mettere insieme. Fortunatamente con un buon portatile ormai si poteva fare molto.
Aveva preso in affitto un piccolo appartamento nei pressi dell'Università e, per confondersi meglio, aveva fatto amicizia con alcuni studenti con i quali frequentava informatica e storia americana. La sera usciva a bere con loro e ogni tanto si concedeva un po' di divertimento con qualche ragazza, giusto per non sembrare uno a cui le donne non piacciono.
Tutto ciò aveva richiesto tempo ma finalmente, a quasi un mese dal suo ritorno in patria, era pronto a scoprire la verità sulla sua vita. Ancora una volta però aveva un nome falso: Jack Stanton. Un taglio di capelli diverso, un colore di occhi diverso. Questa era la parte che lo stava logorando. Di notte si svegliava madido di sudore e piano piano la sua vita precedente veniva fuori; i volti delle persone della sua famiglia, i momenti con Brian, Howie, Aj e Kevin. E lei finalmente: ricordava Lee, la ricordava girare per casa e ricordava anche le volte che l'aveva snobbata per una partita alla play. L'unico buco che ancora non aveva colmato era quello relativo alla sera prima dell'esplosione della barca. Ricordava di essere stato per pub con Aj e Chris, ricordava che era uscito a vomitare e che non era solo in quel vicolo, ma vedeva ancora sfuocato il resto. Avrebbe dovuto pazientare ancora per ricordare tutto.
Passava le serate libere dagli impegni mondani cercando tracce di quegli uomini che lo avevano addestrato. Aveva montato alcuni pezzi di hardware molto avanzati che era riuscito ad assemblare grazie alle spiegazioni di Rivera e usava connessioni criptate che facevano risalire ad un collegamento virtuale di base in Nebraska. Sapeva che se Rivera l'avesse agganciato non ci avrebbe messo molto a capire che era solo una serie di giochi informatici. Ma per ora il suo stratega non sapeva neanche dove si trovava.
Una sera come tante, con gli occhi rossi dalla stanchezza, trovò una traccia: di solito leggeva noiosi  articoli e infiltrandosi come un abile hacker nei sistemi di banche, poste e nei siti che sapeva erano utilizzati in CIA. Non poteva spingersi fino alla loro memoria virtuale. Sarebbe stato bloccato e rintracciato subito. Ma un piccolo e quasi invisibile errore di uno di loro gli aprì la strada verso la libertà. Si alzò e si vestì in fretta e furia. Chiamò un suo amico dell'università e si fece prestare la macchina con la scusa che aveva una nonna nell' Ohio molto malata. Si soffermo a guardarsi allo specchio che ormai era divenuto un amico fidato: pensando a quella traccia i suoi occhi parvero trasformarsi, sentì un fremito nelle mani e il cuore che pulsava sangue al cervello. Aprì il mobiletto del bagno ed estrasse un beautycase. Nascosti sotto la spugna e le cose per radersi c'erano due coltelli ed una pistola. Nonostante Al non gli piacesse più di tanto, ringraziò Dio di avere ancora qualcosa di lui nelle vene.
 
Frank era stanco morto: aveva giocato a tennis fino alle 23 passate. Non è che la CIA gli permettesse molto se non quell'uscita serale per sfogarsi contro qualche avversario occasionale. Sapeva che era stato allontanato perché rischiava un burnout totale e gli andava anche bene. All'inizio quell'incarico gli aveva dato soddisfazione ma dopo i primi cadaveri la cosa aveva preso un'altra piega. Non poteva confessarlo e da bravo psicologo riusciva a mascherarlo, ma questa storia iniziava a pesargli. L'unico motivo per cui ancora remava in sintonia con il gruppo clandestino erano l'amore per i soldi, per la vita e per i figli. Ci avrebbero messo poco a ricattarlo mettendo in mezzo i suoi figli e, in ultimo, uccidendolo.
Si infilò diritto sotto la doccia e maledisse i due uomini che si davano il cambio fuori casa sua e che lo controllavano ogni minuto.
Finita la doccia accese la abatjour sul comodino e prese il pigiama. Si stava per cambiare quando, sentendosi osservato, si girò di scatto.
Solo il suo sangue freddo da psicologo e forgiato da anni di esercitazioni alla CIA evitò che strillasse.
Gli occhi di Browning erano puntati nei suoi: avevano una freddezza ed una determinazione fuori dal comune. In mano aveva una foto che stava sventolando sotto il naso dello psicologo con una faccia sorniona. Frank riconobbe la casa dove avevano mandato i suoi figli e sua moglie mentre lui era relegato in Canada. Al strappò a pezzetti la foto e se li mise in tasca.
A Frank venne spontaneo portare un dito alle labbra e intimargli il silenzio. Prese un foglio e scrisse poggiandosi sulla sua coscia: “Ho i microfoni in tutta casa, non sono in bagno. Andiamo lì”. Raggiunsero la toilette.
-Cosa vuoi?- bisbigliò Frank.
-Non sei contento di vedermi vivo?- lo sfotté Albert bruciando con una fiamma di accendino il foglio e buttandolo nello scarico del water.
L'uomo della CIA era già madido di sudore.
-Tranquillo Franky, non voglio farti nulla… qualche domandina magari?- Lo prese per il collo e lo spinse contro la parete facendo attenzione a non sbatterlo. I microfoni avrebbero captato la botta.
Sempre sussurrando: -Bella la casa che hanno scelto per la tua famiglia… tua moglie poi è molto bella. Ma tua figlia… è così educata! Pensa mi ha anche ringraziato quando le ho raccolto la borsetta che le era caduta al supermarket…
-Cosa gli hai fatto bastardo? Cosa…?- l'uomo parlava a stenti soffocato dalla presa di Al.
-Nulla, loro sono il mio lasciapassare per la libertà e per la verità. Però sai… a tua figlia sono piaciuto. Non finiva più di sorridermi…- rise Al facendo salire un groppo alla gola allo psicologo.
Finalmente lasciò la presa e Frank scivolò seduto sul water. Al con un saltello si sedette su un mobiletto bianco di fronte a lui.
-Come sei arrivato a me?- gli chiese.
-Mi stavo annoiando, non sai quanto… ormai entrare nei computer per me è una cavolata… un mese di ricerche e nessuna traccia… cercavo i vostri nomi… il tuo, quello di Rivera e di un certo Tula…
-Tu non conosci Tula…- la sua voce era spaventata.
-Oh sì Franky, ricordo che uno di voi l'ha chiamato l'ultima volta che mi avete fatto il lavaggio del cervello… chi era? Fammi pensare…
-NON ERO IO…- alzò la voce. Al gli fu addosso con un coltello alla gola. Frank neanche si era accorto che l'aveva tirato fuori.
-Non urlare, scemo… so che non eri tu. Era Tom Sayer… vatti a fidare degli amici…- rimise in tasca l'arma.
-Cosa vuoi da me?
-Informazioni… perché io? Dove trovo gli altri bastardi?
-Al, non posso darti queste informazioni…
-So che sono alla CIA a Langley, ma voglio sapere chi è la mente di tutto questo… e perché hanno scelto me…
Frank sembrò pensare un attimo e alla fine disse: -Non sei solo, ce ne sono altri 8. Altri invece sono morti, alcuni si sono suicidati… altri li abbiamo dovuti far fuori perché avevano perso il controllo.
-Come me…
-Esatto… i primi sono morti di cancro al cervello…
-Avevano l'impianto?
-Sì…
Al si passò una mano sulla fronte: -Frank non voglio farti male e non voglio neanche farlo a tua moglie e ai tuoi due figli… voglio un perché e un chi…
Frank iniziò a piangere: -Perché sei venuto da me? Perché da me?
-Perché sei l'unico coglione che sta talmente fuori di testa da usare la sua carta di credito personale per fare shopping in un negozio sportivo a 3 isolati da qui… i tuoi due segugi sono due pivelli…
Al aveva dipinto un sorriso beffardo sul volto: -Mi avete rovinato la vita, capisci? Come potete pensare di farla franca? Non mi far essere cattivo… lo sai che ero il migliore nel corso di addestramento. So uccidere un uomo… o una ragazza… con un manico di scopa…
Frank gli si gettò ai piedi e gli strinse le gambe: -Non farlo… ti prego non farlo… non toccare mia figlia e neanche mio figlio… per favore… Mark Fisher… è lui a capo dell'operazione Reborn… è un esperimento… neanche il presidente ne è a conoscenza… per favore… non toccarli…
Al si scrollò di dosso quell'uomo e uscì dalla stanza in silenzio come un felino. Quando Frank si decise ad alzarsi e fece un giro per casa a cercarlo vide che era sparito.

continua...